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Lotta di classe: tutto il mondo è paese

 

Secondo i dati pubblicati nel mese di febbraio dalla Nielsen, società israeliana di ricerche di mercato, i prezzi di non meno del 76% dei beni di consumo del paniere israeliano sono aumentati in media del 4,5% rispetto all'anno passato. Il pane ha visto un rialzo del prezzo superiore all'8%, la birra dell'11%.


Come avviene in gran parte del mondo, l'incapacità dei salari di assorbire in modo indolore questi aumenti, ha causato un sensibile calo dei consumi dei beni primari del 3,2% rispetto al primo trimestre del 2013.
Mentre per alcuni beni questo andamento è più altalenante (vedi abbigliamento, calzature, carburante), per altri beni la curva è nettamente in salita senza soluzione di continuità (vedi affitti e prezzi delle case, beni alimentari, beni per la prima infanzia). La grossa siccità subita lo scorso anno presagisce futuri inasprimenti su verdura e frutta.

Secondo una ricerca della commissione “Reserch and Information Center” della Knesset, i prezzi del cibo in Israele sono più alti del 25% rispetto ai paesi dell'UE e del 19% rispetto a quelli dell'OCSE.
Grazie alle proteste scoppiate in modo dirompente e sorprendente tra l'inizio del 2011 ed il novembre del 2013, l'aumento dei prezzi dei beni alimentari ha subito un lieve rallentamento relativo, senza però mai interrompere il trend.
Dal 2005 ad oggi sono saliti del 13,8%, il tasso più alto tra i paesi dell'OCSE.
Sempre in questi anni i prezzi della case sono saliti in media del 46% (dati del Ministero delle Infrastrutture), con punte ben più alte in città turistiche come Tel Aviv, Gerusalemme ed Haifa, che per contro sono essenzialmente anche i maggiori agglomerati manifatturieri del paese, quindi dove vive la maggior parte dei proletari.

Anche la crescita dei salari ha risentito della crisi economica internazionale e delle politiche restrittive degli ultimi governi: il tasso di aumento dei salari, al netto dell'aumento del costo della vita, si aggira intorno allo 0,8%: in pratica i salari sono fermi al 2010.
Tutti i dati che qui sono stati elencati sono in forte controtendenza con l'enorme crescita dei profitti che gli industriali e le famose “famiglie ricche” israeliani hanno registrato nell'ultimo decennio: solo per il 2013 sono 7 miliardi di $, a fronte di una crescita economica del paese del 3,3%.
Sembra - dunque - quasi improbabile che in uno dei maggiori fortini dell'avanzata del capitalismo occidentale in medioriente, si possano vivere le nostre stesse angherie.

A fomentare questa prima impressione portiamo un esempio di come la propaganda del governo israeliano sia funzionale al mantenimento di alcuni luoghi comuni, utili al mantenimento del conflitto israelo-arabo della zona. Secondo una recente pubblicazione del Ministero dell'Economia, la media degli stipendi in Israele si aggirerebbe attorno ai 9240 NIS lordi (circa 1920€ lordi). Badate bene, se ci riflettete, un conto è la media degli stipendi, un conto è lo stipendio medio... Più del 65% degli israeliani difatti percepisce un salario attorno ai 6000 NIS lordi (circa 1252€ lordi). Nel 2007 questo valore si attestava attorno ai 5984 NIS lordi (circa 1249€ lordi). Per onor di cronaca la pressione fiscale in Israele, per la fascia di redditi tra 5000 e 8000 NIS, si aggira attorno al 15% (dati dal sito del Ministero dell'Economia).
Basta scegliere cosa dire e come ed il gioco è fatto!
L'aumento del debito delle famiglie israeliane rispetto al 2013 è del 7,1%, quasi dunque 9 volte l'aumento reale dei salari, per un totale record di 410 miliardi di €!
Come dicevamo, il tasso di crescita sta risentendo della crisi in modo più diretto rispetto agli ultimi anni e questo ha portato il Governo di Gerusalemme all'attuazione delle più classiche politiche di tagli e privatizzazioni viste già in Europa: in corso il processo di privatizzazione del servizio postale nazionale con 1000 esuberi dichiarati, alcune tra le principali banche nazionali stanno cominciando ad attuare politiche di restrizione salariale, molte aziende ricorrono a tagli del personale per far fronte al calo di profitti. Come forse ci risulterà familiare, mentre dunque il governo si fa portavoce delle istanze delle aziende e brandisce la spada delle privatizzazioni per spalleggiare i licenziamenti del settore privato, il centro sinistra rincorre il pareggio di bilancio dello stato gettando fumo negli occhi dell'opinione pubblica con promesse di privatizzazioni salvifiche.
Il dibattito generale della Knesset è tra: più tasse o più tagli, da qui al 2015?

Quello che non si dice, che non esce facilmente dai confini, è che negli ultimi anni, dalla protesta scoppiata nel 2011 per via telematica e poi protrattasi fino nelle piazze sul modello degli “indignados”, decine di migliaia di lavoratori hanno deciso di organizzarsi nei luoghi di lavoro con scioperi contro il caro vita e il peggioramento dei salari nonché dei contratti aziendali (in Israele solo poche categorie hanno contratti nazionali), mentre anche gli studenti universitari mantenevano un livello costante di protesta mai visto in Israele per il diritto allo studio. I dissapori del 2011 non tacitati mai del tutto dal governo, sono destinati a ri-aumentare e a ritornare in piazza.

Questa volta però dovrebbero assicurasi di perseguire strade diverse: non più solo misure di protesta e boicottaggio come semplici consumatori/cittadini, ma anche grazie al sempre più preponderante fermento della classe lavoratrice e dell'adesione mista di arabi ed ebrei, prendere misure più decise per la paralisi dell'attività economiche del paese, nonché dare gambe al maldestro – al momento - tentativo avviato da alcune forze di estrema sinistra (Hadash, Maki, alcuni membri del Meretz e alcuni che si richiamano al marxismo) di costruire le basi per  un'alternativa politica di massa di stampo socialista.

Le armi che il capitalismo israeliano ha messo in campo al momento sono le più classiche: rafforzamento della politica sicuritaria e rafforzamento delle campagne sioniste e nazionaliste da entrambi i lati, arabo e non. Proprio per questo la risposta non potrà essere che un fronte unico tra lavoratori arabi ed ebrei per i diritti sociali e per i diritti del lavoro, tanto più che gli echi degli scoppi rivoluzionari mondiali, dalla primavera araba alla Grecia, sembrano aver attecchito almeno a livello rivendicativo tra le masse in fermento.

Ecco alcune delle proposte avanzate dalle forze politiche su citate, per la nascita di una piattaforma politica comune per questa futura organizzazione  (tratto dalla “lettera aperta del Maavak alla direzione di Hadash e Maki”):

  • unione delle piattaforme di lotte sindacali, sociali e studentesche per combattere il costo della vita e le misure economiche in campo;
  • organizzazione di uno sciopero generale;
  • promuovere la costituzione di un partito socialista dei lavoratori , ebrei e arabi, per unire e guidare le lotte sociali e la campagna contro il capitale e per la giustizia sociale , la pace e l'uguaglianza;
  • alzare il salario minimo a 30 NIS (6,25 €) all'ora;
  • istituzione di sindacati e di accordi di lotta collettivi;
  • imporre il controllo sui prezzi dei beni di consumo principali;
  • fine della privatizzazione e dell'essiccazione del bilancio dei servizi sociali;
  • trasferire il carico fiscale dei lavoratori e dei poveri ai ricchi, eliminando eventuali benefici fiscali alle grandi imprese e a tutte le società di deduzioni fiscale;
  • un alloggio adeguato in affitto a basso costo a tutti senza discriminazioni,  vigilanza sull'affitto nel mercato privato limitando il loro tasso di aumento a quello dei salari reali medi;
  • passare il controllo della proprietà delle banche e dei monopoli sotto la gestione e la supervisione pubblica e democratica, compensando gli investitori sulla base di comprovata necessità.


Al momento questa piattaforma è ben lontana dal poter esser presa a modello dalle masse in fermento, ma il fatto che in queste ultime mobilitazioni ci siano segnali di un piccolo superamento della questione nazionale/religiosa in favore di rivendicazioni comuni, in particolare nei centri vicini ai Kibbutz (come ad esempio successo per un grosso sciopero di una cartiera nel nord, dove erano stati dichiarati esuberi di soli lavoratori arabi), è un primo segnale che alcune parole d'ordine, mai pronunciate forse così ad alta voce in terra santa, possono davvero salire alla ribalta della cronaca della lotta di classe, anche mondiale!

 

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