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Dalla guerra al saccheggio

La caduta di Bagdad tra il 9 e il 10 aprile ha preceduto di poche ore il crollo rovinoso del regime di Saddam Hussein.

Ciò che ha destato sorpresa non è tanto il fatto che l’esercito più potente del mondo abbia avuto il sopravvento su un paese logorato e impoverito da due guerre e strangolato da dodici anni d’embargo - cosa più che prevedibile - quanto l’immediata resa di Bagdad dopo la strenue resistenza opposta all’avanzata americana nel sud.


Il Medio Oriente è in preda ad una delle crisi politiche ed economiche più profonde della storia. La tragedia palestinese e la guerra all’Iraq agiscono in questa crisi come due potenti catalizzatori. Il Presidente dell’Egitto Mubarak ha lanciato un avvertimento alla Casa Bianca: “In caso di guerra all’Iraq nessuno potrà tenere le masse arabe”.

La vittoria di Sharon non risolve nessun problema

La prevedibile - e prevista - affermazione di Sharon e della destra nelle elezioni per il rinnovo della Knesset (il parlamento israeliano) e il corrispondente tracollo dei laburisti non risolvono nessun problema per la classe dominante israeliana. Al contrario, i risultati elettorali evidenziano una situazione estremamente instabile e una scollatura crescente fra un settore della società israeliana e i principali partiti della classe dominante.

Per chi si occupa da anni della questione mediorientale è difficile stupirsi di una crisi di governo in Israele. Per quanto la maggioranza dei partiti israeliani sia diretta espressione politica di diverse fazioni della borghesia, la rissosità tra le diverse lobby e cricche che compongono la classe dominante di questo paese è sempre stata particolarmente alta. Nondimeno la crisi del governo di “unità nazionale” di Ariel Sharon per l’uscita dalla maggioranza dei laburisti rappresenta un piccolo punto di svolta nella situazione di crisi niente affatto di “ordinaria amministrazione” in cui si dibatte Israele da due anni a questa parte.

L’occupazione israeliana dei territori dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) a seguito dell’operazione "Muraglia di difesa" continua a mietere quotidianamente le sue vittime. La parziale ritirata dell’esercito israeliano proclamata da Sharon quest’estate non è stata altro che una mossa propagandistica. I soldati si sono limitati ad uscire dalle città palestinesi, ma sono rimasti nelle vicinanze per sfruttare ogni pretesto ed effettuare incursioni a colpi di missile o con i carri armati.

L’operazione "Muraglia di difesa" ha lasciato dietro di sé solo morti e macerie, ma i problemi e le contraddizioni che hanno portato all’intervento militare israeliano restano intatti. Il proclama di Sharon di "distruggere le infrastrutture del terrorismo" si è tradotto in una generale devastazione delle infrastrutture dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e nel massacro indiscriminato di civili. Il parziale ritiro dell’esercito israeliano non significa pace, nè un reale alleggerimento dell’assedio alle città palestinesi.

Resistenza di massa all’occupazione militare israeliana!

Dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) non rimane pietra su pietra. Sharon e l’imperialismo israeliano hanno gettato la maschera. Dopo una decina di giorni di esitazioni (le cui ragioni abbiamo spiegato in un precedente articolo su FM 155), il governo israeliano ha optato per la liquidazione militare del problema palestinese sferrando contro l’Anp di Arafat l’attacco militare più violento dall’occupazione del Libano del 1982.

Nel momento in cui scriviamo Sharon ha annunciato il parziale ritiro delle truppe dalle città dell’Anp, ma i blindati e i soldati si sono solo spostati di qualche metro, accampandosi alla periferia di queste città.

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