Breadcrumbs

A tre anni di distanza dai devastanti bombardamenti sulla striscia di Gaza, nell’ambito dell’operazione Piombo fuso, Israele ha scagliato di nuovo la sua potenza di fuoco contro il popolo palestinese con l’operazione Pilastro di difesa, che ha provocato circa 200 morti e mille feriti. I bombardamenti contro la Striscia, nel novembre scorso, hanno inoltre provocato danni per 1.245 miliardi di dollari: in otto giorni l’aviazione israeliana ha raso al suolo duecento abitazioni e ne ha danneggiate 8mila.

Questa ennesima operazione criminale di Israele si è chiusa con una tregua scritta in cui Hamas, da una parte, si impegna a cessare il lancio di missili su Tel Aviv e Israele, dall’altra, mette sul piatto un allentamento del blocco navale contro la Striscia.

L’accordo, che avrebbe posto fine alle operazioni militari, ha visto l’Egitto nel ruolo di grande mediatore, dietro mandato degli Stati Uniti.

L’Egitto, senza soluzione di continuità tra Mubarak e i Fratelli musulmani, conferma il ruolo che ha avuto in tutti i cinquanta anni di conflitto israelo-palestinese: mediare affinchè la situazione non si risolva mediante una lotta di classe del popolo palestinese, ma per via diplomatica, venendo incontro agli interessi dell’imperialismo israeliano e americano, salvo poi attaccare le organizzazioni palestinesi non appena dovessero scegliere la via della resistenza contro Israele. È stato così anche nel momento in cui, dopo la guerra dei sei giorni del 1967, l’Olp di Arafat ha avuto una “svolta di massa”, caratterizzandosi come strumento che i palestinesi potevano utilizzare per organizzare la resistenza contro Isreale e ha ricevuto per questo attacchi sia dall’Egitto che dalla Giordania.

Con l’offensiva militare di fine 2012, Israele voleva annientare la forza militare di Hamas, dopo aver fallito nel 2009 l’obiettivo di distruggere completamente l’organizzazione con l’operazione Piombo fuso. Un fallimento, certificato dal fatto che Hamas è stata in grado di lanciare missili su Israele per tutta la durata di Pilastro di difesa, che fa emergere la debolezza relativa dell’imperialismo israeliano, incapace di lanciare una offensiva di terra, di cui pure lo Stato maggiore dell’esercito ha parlato più volte negli ultimi anni.

Al Fatah ha festeggiato il 3 gennaio il 48° anniversario del movimento, portando circa 200mila palestinesi in piazza Saraya, a Gaza, in una manifestazione esaltata con molta enfasi da Abu Mazen e da tutto il gruppo dirigente dell’Anp.

Tali manifestazioni non possono però nascondere la crisi di strategia di Al Fatah, discorso valido anche per Hamas, nel tracciare una risposta agli attacchi dell’imperialismo israeliano.

Al Fatah paga impietosamente il fallimento della politica degli accordi con l’imperialismo inaugurata dagli accordi di Camp David del ’93 e arrivata fino alle impalpabili conseguenze della deliberazione dell’assemblea dell’Onu del 29 novembre rispetto al riconoscimento della Palestina come Stato osservatore. In realtà è un riconoscimento parziale poiché molti stati, prima di dare il loro “sì”, hanno chiesto alcune garanzie alla Palestina, tra le quali la rinuncia alla denuncia di Israele per crimini contro l’umanità alla Corte internazionale di giustizia dell’Onu, diritto di ogni Stato che ne fa parte.

Hamas, emersa agli occhi del popolo palestinese, come alternativa alla direzione di Al Fatah compromessa con l’imperialismo, adesso è incapace essa stessa di individuare un credibile percorso di mobilitazione per i diritti del popolo palestinese, e ripone le speranze di autonomia e indipendenza sull’appoggio da parte dell’Egitto dei Fratelli musulmani che stanno semplicemente strumentalizzando la causa palestinese per ritagliarsi un ruolo nello scacchiere mediorientale. D’altro canto Hamas si è sempre distinta nelle azioni di terrorismo individuale, che poco servono alla causa del popolo palestinese.

Ciò che occorre è invece un reale movimento di massa che coinvolga tutti i lavoratori e i giovani palestinesi, basato sulle migliori tradizioni della prima Intifada del 1987 e della seconda Intifada del 2000. Un movimento che ora si connetterebbe con la seconda fase della rivoluzione araba che, in Egitto, vede scendere in piazza centinaia di migliaia di giovani contro i Fratelli musulmani, usurpatori delle vere rivendicazioni sulla base delle quali piazza Tahrir ha cacciato Mubarak.

Joomla SEF URLs by Artio