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Le elezioni del 17 marzo in Israele hanno rappresentato uno shock per tutti i commentatori internazionali. La vittoria di Netanyahu è giunta inaspettata, ma da un’analisi attenta si può rilevare come sia una conseguenza della situazione economica e sociale e del panorama politico del paese.


Netanyahu ha scommesso sulle elezioni anticipate, ha sfidato apertamente l’amministrazione Obama nel suo discorso al Congresso Usa del 3 marzo scorso e ha vinto. Il suo partito, il Likud, ha guadagnato 12 seggi ripetto al 2013, arrivando a 30 e cannibalizzando il consenso degli altri partiti di destra. Il principale schieramento rivale, il Campo sionista un fronte elettorale tra i laburisti e il partito di centro Hatnuah guidato da Tzipi Livni, non è andato oltre i 24 seggi alla Knesset, il parlamento israeliano. Ma il Campo sionista costituiva una vera alternativa? I laburisti avevano puntato gran parte della loro campagna sulla crisi economica e sulle questioni sociali, ma sono stati all’interno di governi di unità nazionale fino al 2013, a varie riprese. Il nuovo leader, Isaac Herzog, proviene da una delle famiglie più importanti del paese. Tzipi Livni è stata a lungo dirigente del Likud e più volte ministro.

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Il leader della Lista araba unita Ayman Odeh

Milioni di israeliani impoveriti da crisi e disoccupazione non potevano considerare credibili le parole di “cambiamento” di Herzog e Livni. Dall’altra parte, Netanyahu ha lanciato un appello alla sicurezza e alla difesa di Israele. Appello che ha fatto il pieno di voti fra i coloni e a Gerusalemme (dove il Likud prende il 24% e le altre liste di destra il 48%).
Meretz, il partito della sinistra sionista, è stato ridotto ai minimi storici con quattro seggi.

A sinistra e tra le masse arabe c’è una novità importante, la Lista araba unita, guidata da Ayman Odeh, il leader di Hadash, il fronte del Partito comunista. La Lista ha totalizzato il 10,5 % e 14 seggi e ha fatto incetta di voti fra gli arabi di Israele, che la destra vuole relegare in una sorta di apartheid ponendo pesanti limiti ai loro diritti di cittadinanza. Odeh ha condotto una campagna all’insegna di una maggiore giustizia sociale, non rendendosi disponibile ad entrare in alcuna coalizione. L’appello al voto rivolto anche alla popolazione di origine ebraica aveva però un limite, la natura interclassista della lista che includeva Balad, una delle espressioni politiche del movimento islamico. La Lista araba unita potrà rappresentare un’alternativa solo se saprà sciogliere queste ambiguità.

Netanyahu ha già rifiutato l’appello del Presidente della Repubblica a formare un governo di unità nazionale e ha deciso di costituire un governo con le sole forze di destra e religiose. Un governo di guerra e un vero schiaffo in faccia a Obama, che Netanyahu aveva già affrontato a Washingtom, quando aveva contestato l’accordo tra Usa e Iran sul nucleare. La Casa bianca è ai ferri corti con Tel Aviv. L’alleanza strategica con quest’ultima non può determinare, nei piani di Obama, il fallimento delle trattative con Teheran, decisiva nella comune (e temporanea) lotta contro l’Isis.
Israele rilancia e vuole rimanere protagonista nella regione, in uno scenario che sta completamente cambiando e dove la minaccia dello Stato islamico è alla porte. Netanyahu la userà come pretesto, per lanciare nuove offensive sia a nord, contro Hezbollah in Libano, sia a est e a sud contro i palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.
La strategia di Netanyahu è chiara: attaccare il nemico esterno per distogliere l’attenzione sui problemi interni. Ma quanto a lungo potrà dirare la pazienza dei lavoratori israeliani e delle loro famiglie? Solo coi cannoni, non si può certo sfamare la gente a lungo.

 

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