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L’assassinio di Vittorio Arrigoni, le condizioni in cui è avvenuta la sua morte, hanno scosso e commosso vasti settori dell’opinione pubblica, non solo gli attivisti. Vittorio era un uomo che con la sua vita, il suo impegno a favore della causa del popolo palestinese spinto oltre il limite del sacrificio della propria vita, ha saputo mostrare al mondo intero cosa significhi “essere capaci di sentire nel profondo ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”.

Se vogliamo essere all’altezza del messaggio che Vittorio ci ha lasciato è però necessario uscire dal giusto turbamento e dalla sacrosanta rabbia che la sua morte ci ha provocato e provare ad analizzare con lucidità le condizioni politiche interne al Medio Oriente nelle quali è maturato quest’ennesimo atto di barbarie e i soprusi quotidiani a cui sono condannati tutti i palestinesi.

Vittorio faceva parte dell’ International Solidarity Movement, una Ong il cui obiettivo è quello di intervenire a supporto della lotta del popolo palestinese principalmente attraverso la propaganda internazionale e azioni di resistenza pacifica alle forze di occupazione israeliane. Vittorio è il terzo militante di questa organizzazione ad essere stato ucciso e le esecuzioni mirate sono pratica quotidiana a Gaza e in Cisgiordania. Se Vittorio è stato materialmente ucciso da un gruppo terrorista salafita, non possiamo sorvolare sul clima di forte minaccia e intimidazione che i gruppi politici sionisti avevano alimentato attorno alla sua persona con inviti espliciti a segnalare i suoi spostamenti ai militari israeliani in modo che potesse essere “neutralizzato”.

L’inferno di Gaza

Come si spiega tanto “zelo”? Poco di ciò che accade in Medio Oriente arriva nei canali dell’informazione ufficiale, ma la tensione tra Gaza e Israele è rimasta a livelli altissimi dopo l’operazione militare “Piombo Fuso” che ha provocato 1.300 morti e oltre 5mila feriti, e le incursioni dell’esercito israeliano non si sono mai fermate.

Dopo quattro anni di assedio e un bombardamento di tre settimane durante l’inverno del 2008-2009, dopo del quale gli abitanti di Gaza non sono riusciti a ricostruire nulla a causa delle restrizioni per l’importazione di materiali da costruzione, Gaza è completamente devastata. Il 75% dei bambini tra i 9 e 12 mesi è anemico. Gli abitanti di Gaza hanno perso l’accesso al 50% del loro terreni agricoli e molti pescatori hanno perso i loro mezzi di sussistenza oltre al fatto che la zona in cui sono autorizzati a pescare è molto limitata e spesso sono finiti sotto il fuoco delle pattuglie israeliane.

L’attivismo di uomini e donne come Vittorio è quindi una “spina nel fianco” per i piani dello Stato di Israele perché squarcia la cappa di silenzio e la coltre di nebbia calata sulle vicende che riguardano le condizioni di vita a Gaza e in Cisgiordania. Piani che si concentrano principalmente sul blocco economico imposto da Israele sull’enclave palestinese della Striscia di Gaza, un territorio piccolo quanto Milano con i due terzi della popolazione costituita da profughi che fuggirono o furono espulsi dalle loro case durante la guerra che portò alla fondazione di Israele nel 1948. Israele, e i suoi difensori, sostengono che questo blocco sia finalizzato ad impedire l’importazione di armi ed è quindi motivato da ragioni di sicurezza.

La realtà degli eventi dimostra invece come il blocco rappresenti una punizione politica collettiva perpetrata nei confronti della popolazione di Gaza perché comprenda finalmente che non vi è via d’uscita se non quella di una completa sottomissione alla politica israeliana di dominio e di rapina. Non solo il disastroso raid dello scorso anno contro la Freedom Flotilla, che recava con sé quaderni, penne e carne fresca, svela quale sia la natura ipocrita delle motivazioni portate dal governo israeliano, ma anche i preparativi messi in atto dall’esercito israeliano e dal ministero degli Affari Esteri contro la prossima spedizione della Freedom Flotilla 2 (oltre 15 navi con cittadini provenienti da oltre 25 paesi di tutti i continenti) fa implicitamente e terribilmente risuonare l’esecuzione di Vittorio come una minaccia diretta contro gli attivisti e i pacifisti intenzionati a forzare nuovamente il blocco.

L’iniziativa del primo ministro Benjamin Netanyahu, tesa ad ottenere da parte dell’Onu un intervento che possa fermare le navi pacifiste, e le esercitazioni militari della marina israeliana delle scorse settimane, hanno trovato un sostegno partecipato e convinto anche da parte di Berlusconi che, dichiarando di essere convinto che la Flotilla lavorasse per la destabilizzazione e la violenza nella regione, ha dimostrato di essere uno degli alleati più fedeli del governo reazionario di Netanyahu e uno dei più convinti fiancheggiatori del criminale assedio militare e del disumano embargo economico imposto a  Gaza.

Le rivoluzioni nel mondo arabo scuotono la Palestina

Per quanto riguarda il movimento di resistenza, il vento delle rivoluzioni nel mondo arabo non ha lasciato indifferenti i giovani palestinesi. Il 15 marzo migliaia di giovani hanno sfilato nelle città di Gaza, Ramallah, Nablus, Hebron e Gerusalemme scandendo slogan contro i dirigenti di Hamas e Al Fatah e per l’unità popolare contro la guerra permanente di Israele. Secondo un resoconto apparso su Electronicintifada.net, ispirati dalle insurrezioni popolari che stanno scuotendo i paesi arabi, decine e decine di gruppi sono sorti su Facebook e sui social network su in iniziativa di giovani attivisti del movimento di resistenza e sono diventati la sede di discussione per una piattaforma politica in grado di superare l’inadeguatezza delle attuali direzioni politiche a Gaza e in Cisgiordania. Piattaforma da cui hanno avuto origine le manifestazioni di massa del 15 marzo. Se il discredito di Fatah per le storiche concessioni fatte allo stato israeliano è la causa principale dell’indebolimento inarrestabile dell’Autorità Nazionale Palestinese, Hamas si trova per la prima volta a dover far fronte a un crescente risentimento che si fa strada specie tra i giovani di Gaza venuti allo scoperto con il cosiddetto “Manifesto dei giovani di Gaza per il cambiamento” nel quale gli attivisti dello Sharek Youth Forum, ostili anche alle politiche di Fatah, hanno denunciato la politica di intimidazione, repressione e incarcerazione perpetrata da Hamas nei confronti degli elementi più radicali e non fondamentalisti del movimento di resistenza.

Importanti sconvolgimenti politici si preparano in Palestina. L’impegno e il sacrificio di attivisti come Vittorio “Utopia” Arrigoni non è invano, è splendido, importante, consente al popolo di Palestina di prendere coraggio dalla solidarietà mostrata nei suoi confronti. Occorre che la sinistra e il sindacato supportino, incentivino, difendano esperienze come quella della Freedom Flotilla. Nello stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che l’attività volontaria umanitaria a Gaza non risolverà il problema. Una soluzione potrà arrivare solo da una nuova e più avanzata Intifada che imponga la completa cessazione del blocco a Gaza come prima tappa verso la fine dell’occupazione israeliana.

In poche parole, dalla ripresa della lotta di classe, in collegamento con le rivoluzioni che stanno sconvolgendo il mondo arabo. Rivoluzioni che, non a caso, sono avversate da chi vuole mantenere lo status quo: l’Anp, Hamas e naturalmente Israele.

Juliano Mer-Khamis, attivista, autore del documentario “Arna’s children” (rintracciabile su youtube), ucciso nel totale silenzio dei media nelle strade di Gaza il 4 aprile, amava definirsi «al cento per cento palestinese e al cento per cento israeliano». Era un arabo cristiano, nato a Nazareth nel nord di Israele da una coppia di comunisti che, ricordava Juliano, volevano un unico Stato socialista in cui ebrei e arabi avessero medesimi diritti. Lo stesso Vittorio aveva tratto dalla sua esperienza che l’unica soluzione per il Medio Oriente poteva essere uno Stato bi-nazionale, uno Stato per due popoli in cui potesse avere termine l’apartheid e la politica razzista contro gli arabi.

Noi, come i genitori di Juliano, aggiungiamo che uno Stato bi-nazionale in Medio Oriente può essere solo uno Stato socialista, ovvero uno Stato che nasca dalla comune lotta dei lavoratori e degli oppressi arabi ed ebrei contro la cricca dominante capitalista e corrotta dei due popoli. Un obiettivo solo apparentemente irraggiungibile, reso arduo da decenni di guerra permanente che ha alimentato reciproco odio fra lavoratori israeliani e palestinesi. Ma guai a pensare che la società israeliana possa mantenersi a lungo come un monolite corazzato. La crisi colpisce duramente anche le condizioni di vita del proletariato israeliano, con il 30% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Queste sono le basi materiali sulle quali possono innescarsi profondi rivolgimenti storici. Alla memoria di Vittorio “utopia” Arrigoni e dei tanti attivisti che hanno dedicato la propria vita alla causa palestinese sarà così resa giustizia.

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