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Dalle calde giornate di lotta dello scorso autunno sembra passata un’eternità. Dopo la oceanica manifestazione del 25 ottobre e il tardivo sciopero generale del 12 dicembre, le promesse del gruppo dirigente della Cgil di “continuare la mobilitazione” si sono tradotte nel più totale immobilismo. Questo è quanto emerso nel direttivo nazionale dello scorso 22 dicembre e ancor più esplicitamente nella direzione nazionale del 9 e 10 gennaio. Ad oggi i punti attorno cui ruota la “strategia” della Cgil per contrastare il Jobs act sarebbero due. Da un lato la sempreverde quanto inutile e smobilitante raccolta di firme per una iniziativa di legge popolare sulla questione degli appalti e dell’applicazione del nuovo contratto a tutele crescenti (che sarebbe meglio definire a elemosina crescente) ad ogni cambio di azienda appaltatrice. Inutile ricordare che se manco un referendum stravinto come quello sull’acqua pubblica ha cambiato le cose in assenza di una mobilitazione di massa, figuriamoci queste raccolte firme.

Le pensioni minime, oggi di circa 500 euro, sono destinate a diminuire. Gli attuali lavoratori trentenni, se e quando riusciranno ad andare in pensione, percepiranno prestazioni ancora più basse di quelle di oggi.
Esempio: un trentenne che guadagna mille euro al mese arriverà al massimo a 400 euro mensili di pensione dopo decenni di contributi. Si tratta di una diminuzione del 20% dell’attuale minima e significa una sola cosa: nel futuro la pensione sarà insufficiente alla sopravvivenza per molti degli attuali lavoratori.
Un futuro nero per chi ha iniziato a versare contributi dopo il 1995, anno della riforma Dini. Il governo Renzi con il Jobs act dà il colpo di grazia visto che dopo vent’anni di precarietà che già hanno devastato vite e contributi di milioni di lavoratori ora con i contratti a tutele crescenti la precarietà diventa definitiva.

Il 20 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva i primi due decreti attuativi del Jobs Act, quello sulle “tutele crescenti” e quello sugli ammortizzatori sociali, che entreranno in vigore da marzo, e ha presentato lo schema del decreto sul “riordino” delle tipologie contrattuali e sul demansionamento.

Anche nel settore del credito si profila la scomparsa del contratto nazionale. La trattativa si è interrotta da settimane e Profumo (Abi), ha dichiarato che il contratto si farà solo alle loro condizioni. Si conferma la strategia padronale di minacciare l’abolizione del contratto nazionale per firmarne uno totalmente appiattito sulle loro esigenze. L’Abi vorrebbe una situazione dove i singoli gruppi bancari o una contrattazione di prossimità definissero le reali condizioni di lavoro. A ciò aggiunge richieste di flessibilizzazione totale dell’uso di lavoro autonomo nelle filiali e di utilizzo di lavoratori non inquadrati nel contratto dei bancari. Per la parte retributiva propone 53 euro di aumento, una barzelletta, tanto più che pretende di abolire ogni automatismo e scatto di anzianità. I sindacati rispondono con una giornata di sciopero, per il 30 gennaio appunto.

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