Berco: i padroni distruggono l'azienda - Falcemartello

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COPPARO (FE) - Alla fine di luglio i lavoratori della Berco erano in sciopero permanente con presidio davanti all’azienda.

Il motivo era la minaccia del padrone (Thyssen Krupp, TK) di licenziare 600 dei 2.200 lavoratori.

In quest’azienda, che produce cingoli per carri, fin dal 2010 la crisi ha causato una drastica riduzione della produzione e ondate di cassa integrazione. Infine i padroni della TK, volendo collocarsi su produzioni più remunerative, hanno assoldato licenziatori di professione, con carta di identità italiana per meglio far ingoiare il veleno. Si sono scontrati con una popolazione compatta attorno alle esigenze dei lavoratori e ad una classe lavoratrice fra le più consapevoli d’Italia.

L’apice della mobilitazione ha visto uno sciopero totale, lo spogliatoio e i locali annessi occupati per settimane dai lavoratori e utilizzati per le necessità del presidio. Se, durante le torride giornate di luglio, si potevano trovare 50-80 persone, alla sera centinaia di persone sono andate a portare solidarietà e sostegno. Scandalo ha destato sorprendere alcuni dirigenti e capiufficio nella saletta di un ristorante locale a lavorare con i pc portatili.

Nel frattempo dirigenti sindacali e rappresentanti Rsu litigavano con la Berco nelle sale del ministero del lavoro a Roma. Ai primi di agosto la trattativa si è rotta e le lettere di licenziamento erano oramai pronte per essere spedite. Il momento era però atteso anche dai lavoratori, che stavano preparando l’occupazione dello stabilimento.

Nel momento più drammatico, quando la tensione era palpitante, la Fiom ferrarese (sindacato maggioritario dello stabilimento) ha raggiunto un accordo con Berco che è stato salutato come un miracolo: 438 esuberi da incentivare con un assegno di 65mila euro lordi e richiesta di cassa integrazione straordinaria collettiva per un altro anno.

Nel giro di due giorni l’accordo è stato sottoscritto anche a livello nazionale per tutti gli stabilimenti e, tutti sollevati, sono andati a godersi le meritate ferie smobilitando presidio e lotta.

Al ritorno mille dubbi: le centinaia di lavoratori che si licenziano per portare a casa l’incentivo che faranno dopo? L’impoverimento tecnico dovuto alla defezione dei lavoratori più qualificati della Berco che conseguenze avrà? Che destino per i 1.750 che rimangono?

Inoltre, l’elevato incentivo è stato scambiato con l’azzeramento degli accordi aziendali per almeno due anni (che portavano circa 400 euro in più al miserrimo contratto nazionale) e la chiusura dello stabilimento piemontese e di quello imolese. I lavoratori sanno benissimo che a questa ristrutturazione potrebbero seguirne altre, mac’erano alternative all’accettazione e smobilitazione?

Noi ci permettiamo di osservare che la grande disponibilità dimostrata dei lavoratori sia stata utilizzata solo in parte.

È vero che c’era il rischio che Ugl, Cisl e Uil firmassero separatamente. Questa prospettiva deve essere parsa come un incubo ai dirigenti Fiom: Ministero, Confindustria e media avrebbero gridato alla cecità e rigidità della Fiom mentre i lavoratori avrebbero aderito in massa alle dimissioni volontarie! Questi cattivi pensieri sono figli della sfiducia dei funzionari nelle potenzialità dei lavoratori. Nelle parole di uno di questi funzionari “conosco questo ambiente e mi hanno (i lavoratori, ndr) stupito!”. A causa di questa sfiducia si è consegnata la parola alle paludate sale di trattativa, relegando il protagonismo dei lavoratori sullo sfondo, accettando la crisi aziendale come cornice.

La vertenza Berco insegna che, con la crisi, i padroni stanno distruggendo aziende necessarie e anche redditizie. Ai noi lavoratori il compito della difesa dei nostri posti di lavoro e delle nostre aziende.