Dometic: smonta la fabbrica e scappa - Falcemartello

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Forlì - Pur non essendo colpita dalla crisi, la Dometic Italy – generatori elettrici e condizionatori per camper – della multinazionale svedese EQT, ha intrapreso la delocalizzazione della produzione in Cina allo scopo di aumentare ulteriormente i profitti. Per questo, nelle notti del 14 e del 23 agosto, i dirigenti italiani e svedesi, hanno tentato di prelevare dallo stabilimeto di Forlì macchinari e prodotti finiti, approfittando della chiusura estiva.

I lavoratori, che già fin dall’annuncio di 45 esuberi su 70 dipendenti nel mese di giugno avevano iniziato a mobilitarsi, sono rimasti all’erta (anche se l’azienda aveva accettato la sospensione della procedura di mobilità per tutto il mese di agosto) e hanno chiamato i carabinieri per la presenza di ladri nella fabbrica!

I dirigenti della Dometic hanno dato ai lavoratori la colpa del loro “tentativo di furto” perché “non fanno il loro dovere e siamo stati costretti ad intervenire per consegnare alla clientela i prodotti ordinati fermi in magazzino, a causa degli scioperi e dei blocchi delle merci”.

L’azienda non vuole abbandonare l’Italia ma semplicemente spostare la produzione in Cina e lasciare a Forlì una unica sede commerciale per tutto il paese, chiudendo gli uffici di Torino e Bologna.

La rabbia dei lavoratori è tanta e il presidio davanti ai cancelli è diventato permanente.

Ora, una risposta adeguata dei vertici sindacali non può certo venire da un maggiore coinvolgimento delle istituzioni (ivi compresa l’ambasciata svedese) per un piano sociale finalizzato a contenere i danni: la Dometic fa profitti e, prima che si decidesse la ristrutturazione, era regolare il ricorso al lavoro straordinario. Contrario alla delocalizzazione, ma senza mettere in discussione le necessità dell’azienda di essere competitiva sul mercato, l’assessore regionale alle attività produttive (il Pd Muzzarelli), considera inaccettabile la prassi dei colpi di mano perché “… ai già gravi pericoli per la produzione e l’occupazione aggiunge il rischio di distruggere un sistema di relazioni industriali e di alimentare crescenti tensioni sociali”.

Al contrario, la risposta sta proprio nel rompere con il sistema, affermando nei fatti che le fabbriche sono dei lavoratori, cacciando chi ruba il lavoro.