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bolognaContinua da mesi a Granarolo dell’Emilia la lotta dei facchini, organizzati nel sindacato Si-Cobas, contro il colosso del latte.

 

La lotta è iniziata dopo il licenziamento di 51 di loro a causa della partecipazione ad uno sciopero contro il taglio del 35% in busta paga da parte della cooperativa di facchinaggio (e caporalato) Sgb, società a cui Granarolo subappalta la logistica.

Conseguentemente, il piccolo sindacato ha dato vita ad azioni molto dure per intaccare gli introiti della mega società aderente al consorzio cooperative,
chiedendo il reintegro di tutti i licenziati e denunciando una situazione insostenibile negli stabilimenti emiliani. I rappresentanti del Si-Cobas parlano di salari da fame, taglieggiamenti di buste paga, condizioni di sfruttamento di stampo ottocentesco, assenza di diritti elementari, licenziamenti politici per ritorsione, minacce, soprusi e razzismo.

Davanti ai lavoratori in sciopero, tutti quanti stranieri, si è schierato l’intero apparato repressivo dello Stato, che credeva di poter sedare le proteste con una rinfrescata di soprusi istituzionali.

Contro i picchetti che bloccavano l’ingresso delle merci nel sito produttivo sono partite le più violente cariche di polizia, con l’utilizzo di gas lacrimogeni, spray al peperoncino, manganellate e pugni in faccia. Non sono state da meno le istituzioni politiche, guidate dal Partito democratico. Il sindaco di Bologna, Merola, ha condannato la violenza (quale?!) degli scioperanti e richiede loro il rispetto delle regole, ma non ha detto nulla sulla violenza (brutale!) della polizia e sulla violazione degli accordi di riassunzione siglati a luglio da parte dei dirigenti Granarolo. Tutti a chiedere al governo il ripristino della legalità, cioè che siano garantiti gli interessi di Calzolari (presidente di Lega Cooperative) e delle sue imprese.

Ma i lavoratori non si lasciano intimidire e a loro arriva il sostegno di giovani, studenti, collettivi, centri sociali, intellettuali (tra cui Wu Ming ed Evangelisti) e dei lavoratori comunali aderenti ai Cobas, che offrono alla cassa di resistenza dei facchini 300 euro in buoni mensa. Parte anche una campagna di boicottaggio dei prodotti a marchio Granarolo per attaccare il colosso su più fronti.

Si tornano a intonare slogan come “Se toccano uno, toccano tutti!” durante la manifestazione di solidarietà, che il 1° febbraio percorre il centro di Bologna, composta da oltre mille tra facchini e lavoratori e giovani solidali.

Parla di un altro mondo, invece, Gruppi, segretario uscente della Cgil bolognese che, proprio nel momento decisivo della lotta, scrive una lettera fantasiosa contro le proteste “violente”, spalleggiato da due dirigenti locali di Arci e Libera, augurandosi il ritorno al “conflitto democratico”, a cui la Cgil è fin troppo avvezza.

Il più grande sindacato d’Italia, a causa della sua direzione miope e concertativa, non riesce a connettersi ai lavoratori stranieri e resta fuori dai conflitti sorti nel settore della logistica. Timorosi di inimicarsi gli “alleati” del Pd, i dirigenti della Cgil preferiscono abbandonare il loro ruolo di rappresentanti dei lavoratori sostituendolo con quello, molto meno onorevole, di complici delle cooperative “rosse”… di vergogna.

La vertenza, intanto, prosegue fino alla riassunzione di tutti i licenziati e ci ricorda che solo la lotta paga e che non esistono padroni buoni!

Contro le cooperative e contro tutti i padroni!

Contro tutti i partiti borghesi, Pd in testa!

Per un sindacalismo conflittuale!

Per la solidarietà di classe!

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