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La difesa corporativa non tiene più Costruiamo la lotta unitaria

Nel numero precedente di FalceMartello Sandro Caringi (del settore manutenzione infrastrutture), ed Alessandro Trimani (macchinista del deposito di S. Lorenzo), del direttivo Filt-Cgil Lazio, ci hanno parlato del problema della sicurezza nelle ferrovie. Qui ci spiegano la situazione contrattuale e sindacale.

SC: Siamo nella fase in cui l’Azienda pone come vincolo alla trattativa contrattuale la crescita della produttività in modo esponenziale rispetto alla crescita dei salari (che chiaramente restano all’interno dei vincoli posti dal 23 Luglio); si pretende un aumento di produttività tale, secondo le valutazioni aziendali, da prefigurare un esubero di manodopera valutabile intorno ai 23mila agenti.

Per fare la storia di questa trattativa possiamo dire che partendo da un aumento di 300mila lire medio (piattaforma di Chianciano ‘96), siamo scesi ad oggi (non è detto che non si scenda ulteriormente) a 160mila, trascorso ormai il periodo delle valorizzazioni professionali (promozioni) che sono state usate come strumento di potere dall’Azienda oltre che dalle burocrazie sindacali, oggi si spinge l’acceleratore sulla flessibilità e sull’aumento di produttività integrando queste amenità con salario di ingresso per i neo assunti (diverso trattamento previdenziale e perdita del trattamento di fine rapporto a fronte di una pensione integrativa) e rischio della cassa integrazione per i futuri lavoratori in esubero.

AT: In parole povere quello che viene proposto ai tavoli della trattativa è un contratto a costo zero, o meglio un contratto che riesca a riassorbire, a favore dell’Azienda, non solo il riallineamento fisiologico previsto dal 23 di luglio ma anche a produrre un considerevole abbassamento del costo globale del lavoro.

Parallelamente da qualche "autorevole" testata giornalistica riferita all’area governativa si prospetta la possibilità di ricorrere ai "Contratti di Solidarietà" al fine da un lato di contenere la tensione sociale che in questa fase produrrebbero 23mila posti di lavoro in meno e dall’altro avere la possibilità di una manodopera ad un costo ridotto.

SC: Purtroppo le Burocrazie Sindacali, allineate alla logica dell’interesse generale accettano il principio del risanamento che passa sulla riduzione degli organici, individuando in questo percorso la via maestra dello sviluppo. Io credo, e questo vale non solo per i ferrovieri ma per tutte le categorie, sia indispensabile rompere l’ideologia dell’interesse generale all’interno della quale ha proliferato la concertazione e si è frantumata l’unità dei lavoratori.

Che prospettive vedete per una lotta unitaria?

AT: Vale quanto diceva Caringi, occorre rompere con l’inganno delle due fasi "Risanamento e Sviluppo", delle quali conosciamo soltanto la prima, dobbiamo in primo luogo difendere posti di lavoro e orario affinché gli investimenti in tecnologia non determinino disoccupazione (è forse la contraddizione più evidente dei sistemi economici occidentali).

Del resto non dobbiamo dimenticare che il nostro principale referente, i lavoratori, stanno vivendo una condizione di assoluta passività, determinata oltre che dalle condizioni oggettive anche dalle politiche di subordinazione poste in atto dalle dirigenze sindacali.

Se si va avanti così si andrà di ristrutturazione in ristrutturazione con ulteriori esuberi. Dove si potrà arrivare prima che ci sia una reazione da parte dei lavoratori?

AT: Io credo che ai lavoratori manchi una strategia di classe di difesa contro l’arrembaggio del padronato e come dicevo poco fa i burocrati delle Confederazioni Sindacali remano in altra direzione.

E’ importante, in questa fase, che le avanguardie del movimento operaio o coloro che aspirano a divenirlo affrontino un lavoro continuo di presenza, formazione e controinformazione fra i lavoratori con la coscienza propria che si tratta di un lavoro gigantesco ma ineludibile e sapendo altresì che non esistono scorciatoie corporative o settoriali; o i lavoratori affrontano il percorso dell’unità oppure all’orizzonte non si profilano altro che sconfitte.

Da quando è nato il COMU (Cobas dei Macchinisti) negli anni ‘80, la ristrutturazione delle FS è andata avanti lo stesso e hanno eliminato 90.000 posti di lavoro. Se è fallita quell’esperienza, qual’è l’alternativa per far sì che si possa cambiare questo sindacato?

AT: Il Sindacato è uno specchio della società della quale del resto ne è il prodotto.

I sindacati sono per loro costituzione istituzionale riformisti (sia che essi siano confederali sia che non lo siano), la crisi del sindacato nasce e si afferma con la crisi stessa del riformismo e dei suoi presupposti economici, semplificando il Comu come tutti i sindacati localistici o di mestiere si afferma in una fase in cui la spesa pubblica ancora si gonfiava e quindi all’interno di una rivendicazione esclusivista (ovvero escludendo tutti gli altri settori dalla rivendicazione) riusciva a strappare conquiste temporanee, gli effetti del mercato globale e l’accentuazione della competizione mercantile a livello planetario rompono i presupposti del riformismo (non è più possibile gonfiare la spesa pubblica) e quindi come dicevo mettono in crisi le organizzazioni che ad esso fanno riferimento. Ed è alla luce di tutto questo che molti compagni del Comu cominciano a capire che la difesa corporativa non tiene più e quindi è giunto il momento di un salto di qualità unitario dei lavoratori.

SC: Il problema a mio avviso non è soltanto di categoria. La fase taglia fuori totalmente quelle organizzazioni incapaci di mettere insieme gli interessi generali dei lavoratori.

Tutti i contratti contengono un elemento unificante: abbassamento del costo del lavoro, è contro questa roba che si ricostruisce l’unità dei lavoratori, ma ci vorrebbe un sindacato di classe che non esiste come non esiste più la confederalità (salvo che per trattare il ridimensionamento dello Stato Sociale).

Se i metalmeccanici portano a casa un brutto contratto, se i ferrovieri e gli autoferro non riescono neanche a portare a termine la trattativa contrattuale e se addirittura le imprese di pulizia aspettano da quasi tre anni la firma per il loro contratto, io mi chiedo come si possa ipotizzare una battaglia localistica o peggio corporativa di fronte ad un attacco alle condizioni dei lavoratori così vasto e così violento?

Se tutti i sindacati extra-confederali provenienti dalla CGIL fossero rimasti in CGIL, questa organizzazione non avrebbe potuto avere una direzione più accentuatamente di sinistra?

SC: E’ probabile. Il lavoro che oggi svolge la minoranza di sinistra nell’organizzazione è quello di cercare di incidere almeno su alcune scelte, con la coscienza che il vero lavoro va svolto fra i lavoratori, cercando di ricompattare ad una linea di classe gli elementi più sensibili all’interno di ogni situazione in cui si riesce ad intervenire.

Tornando alla domanda resta chiaro che un maggior numero di compagni coscienti potrebbe svolgere molto meglio questo lavoro con risultati più evidenti sia nei tempi che nella qualità.

AT: Vedi, io credo che le critiche alla politica sindacale hanno effetto se stanno dentro al sindacato. E’ una questione chiaramente di tattica politica, Lenin esortava i comunisti a lavorare nei sindacati reazionari, appunto perchè il lavoro dei comunisti si svolge là dove ci sono le masse, i lavoratori, i proletari in genere, e nel sindacato confederale ci sono i lavoratori.