I lavoratori del Sud non chinano più la testa - Falcemartello

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Dopo Melfi, la Polti Sud


Sabato 29 maggio, nella zona industriale di Piano Lago (Cosenza), 200 operai della Polti Sud bloccano la produzione e lanciano la parola d’ordine dello sciopero ad oltranza.

La goccia che fa traboccare il vaso è il licenziamento di tre lavoratori, uno dei quali appena eletto nella RSU con la FIOM. Ma i lavoratori rivendicano anche gli adeguamenti salariali, la sicurezza sul posto di lavoro, il ridimensionamento dell’eccessiva velocità della catena di montaggio, ecc. In definitiva decidono di lottare per i loro diritti!

Raccontiamo brevemente la storia di questo stabilimento, uno storia simile a tante altre. I padroni arrivano nel Sud, rubano i finanziamenti statali, aprono le loro fabbriche (quando va bene!) e sfruttano sino al midollo gli operai. Infine, quando l’investimento non produce più i profitti iniziali, vanno a depredare altre zone del mondo. Nella solo provincia di Cosenza, guardando agli ultimi due anni, possiamo riportare esempi su esempi. Per citarne solo alcuni: L’Emiliana tessile di Praia a Mare, la Marlane di Cetraro o la Legnochimica di Rende.

Ed anche il signor Polti non è stato da meno. Emigrante calabrese, negli anni 70 è rappresentante di ferri da stiro professionali. Poi l’idea del ferro per tutte le case e alla fine degli anni 70 apre il suo stabilimento a Bulgarograsso (CO). Il “vaporetto” è il prodotto che gli permette di fare profitti da capogiro. La società cresce costantemente e in poco tempo ottiene la certificazione Iso 9002.


Manifestazione dei lavoratori della Polti Sud

Nel 1997, con una società costituita ad hoc (la Polti Sud SRL), partecipa al bando per ottenere i fondi della legge 488/92. La “signora” Polti viene nominata amministratrice unica della società, che rimane in questo modo sotto l’amorevole cura del suo padrone. La domanda è accettata, l’investimento viene realizzato a tempo record e questo rappresenta un caso più unico che raro in Calabria. Lo stabilimento è completato prima dei tempi massimi previsti nel decreto di concessione. La spesa complessiva è di 19 milioni di euro con un contributo governativo che si aggira intorno al 60% della spesa (circa 11 milioni di euro finiscono tra le riserve di bilancio). In quello stesso anno (’99) entra in produzione. Alla fine del primo triennio il fatturato della Polti Sud è di 36 milioni di euro, quasi l’11% del fatturato dell’intero gruppo. Oltre ad aver ottenuto i finanziamenti della 488, richiede ed ottiene dalla regione l’applicazione della legge 407. In cambio dell’assunzione dei lavoratori a tempo indeterminato, con un inquadramento di 2° livello, gli viene concessa l’esenzione dei contributi previdenziali per 3 anni. I profitti raddoppiano, un dipendente della Polti Sud, per 3 anni, viene a costare la metà di un suo collega di Como (oltre allo sgravio fiscale ancora oggi sono applicate le gabbie salariali). E sempre nel 2002 l’azienda ottiene 5 milioni di euro per l’attuazione del programma Iso 14000.

Il metodo applicato da Polti sul posto di lavoro è basato su una tremenda pressione esercitata nei confronti dei lavoratori per ottenere il massimo del rendimento.

Del resto lo stesso Berlusconi è arrivato ad evocare il modello cinese, dove si lavora 12 ore e non ci sono i sindacati.

Ma i lavoratori dopo 5 anni sono riusciti ad eleggere i loro rappresentanti sindacali e a rivendicare immediatamente il miglioramento delle loro condizioni di lavoro e l’adeguamento del loro salario. Appena i delegati sindacali stavano per denunciare all’ASL la mancanza di rispetto di qualsiasi norma di sicurezza per la salute dei lavoratori (nella fabbrica si usano solventi chimici e si lavora la plastica) arrivano i tre licenziamenti.

Immediatamente scatta la risposta dei lavoratori con la chiusura dei cancelli e i picchetti. Nessuno si aspettava che la classe operaia calabrese potesse dare una risposta così decisa. Per 15 giorni i lavoratori mandano avanti lo sciopero.

Per 15 interminabili giorni fuori dalla fabbrica, mentre bloccano la produzione e con sacrifici enormi rinunciano al loro salario, parlano dei loro diritti, delle loro condizioni da schiavi. Uno di loro ci ha confessato: “in fabbrica ci hanno fatto diventare merce, un’appendice della macchina, questa non è vita”. In parole semplici e probabilmente senza saperlo, ci ha riassunto una parte così fondamentale dell’analisi marxista sullo sfruttamento dell’uomo. La loro lotta, le loro parole, i racconti sullo sfruttamento in fabbrica ci parlano di una giovane classe operaia, che vede elevarsi il suo livello di coscienza. I continui richiami alla necessaria unità dei lavoratori, alla lotta degli operai di Melfi, hanno reso queste giovani donne e uomini protagonisti politici. L’età media dei lavoratori è sotto i 30 anni e questo si è fatto sentire. L’inesperienza, come è logico che sia, è tanta. Questi lavoratori impareranno dai loro errori, dai tradimenti dei politicanti di turno e di molti sindacalisti venduti.

Ora, dopo 15 giorni di sciopero sono tornati a lavorare. Sebbene gli accordi stipulati a Roma sono veramente al ribasso niente sarà mai più come prima (sono rientrati i 3 licenziamenti e ci sarà la cassa integrazione a turnazione per questi 3 posti di lavoro in meno. Inoltre l’accordo prevede l’inizio della trattativa sulle loro rivendicazioni generali entro 2 settimane). Basta un esempio: il primo giorno di lavoro ad alcuni operai è stata negata la possibilità di andare a bere. Immediatamente è partito il blocco della produzione per un ora e mezza. Il giorno dopo nel reparto sono apparsi i distributori automatici dell’acqua. Una piccola cosa di fronte alle conquiste da ottenere nel futuro, ma indicativa di un nuovo stato d’animo dei lavoratori. Non più disposti ad accettare passivamente ogni genere di angherie, pronti a mandare avanti la loro lotta a testa alta. E non potrà essere diversamente visto che aleggia lo spettro della delocalizzazione dello stabilimento che si dice possa fuggire in Romania. Il vincolo imposto dalla legge 488 è di 5 anni e decade in questi giorni. Il padrone, dopo aver fato profitti stratosferici, potrà prendere bagagli e bagattelle e trasferirsi altrove.

A quel punto i lavoratori dovranno lottare anche per difendere il loro posto di lavoro, per la possibilità di vivere una vita decente. La sfida è appena iniziata e i giovani operai di Rogliano hanno cominciato a farsi le ossa.

L’intervista, che abbiamo fatto con i lavoratori durante i giorni dello sciopero ad oltranza, spiega attentamente le condizioni di lavoro, i livelli salariali, il livello di coscienza dei lavoratori. Cerca in sintesi di raccontarci un fatto straordinario. Che anche in Calabria, dove il lavoro è poco, dove il livello di ricattabilità è altissimo, dove i padroni si comportano come i baroni dell’800 è possibile ribellarsi ed opporsi allo sfruttamento. Auguriamo a tutte/i le lavoratrici e lavoratori della Polti, ai compagni e agli amici che lì abbiamo trovato di ottenere tutto ciò che chiedono con questa trattativa. E se così non fosse sappiamo che sapranno come muoversi, del resto hanno già sperimentato la strada migliore per far tornare il padrone a più miti consigli.


Intervista  a Alessandro Altomare e Daniele Aragona, lavoratori della POLTI SUD e rappresentanti sindacali della FIOM appena eletti nella RSU. Alessandro è stato licenziato subito dopo essere stato eletto.

Quanti anni fa la “signora Polti” ha aperto la sua fabbrica nella zona industriale di Piano Lago, qual è il tessuto sociale ed economico della zona e se a vostro giudizio le sue caratteristiche hanno favorito la scelta padronale di aprire qui l’insediamento produttivo ?

DA: nasce cinque anni fa sfruttando i contributi statali attraverso l’utilizzo delle leggi 488 e 407. Inoltre la proprietà riceve circa 14 milioni di € per attuare la ISO 14000, per la raccolta differenziata dei rifiuti tossici prodotti nella stabilimento. La fabbrica sorge in una zona (la valle del Savuto) che è caratterizzata da un altissimo livello di disoccupazione giovanile, e la popolazione è abituata da tanti anni alle rapine dei padroni. Tantissimi sono gli esempi negli ultimi 10 anni di imprenditori arrivati con bagagli pieni di promesse e in realtà bravi a rubare i contributi statali e a scappare via. Speriamo che Polti non tenti di fare la stessa cosa.


Intervistando i lavoratori durante i blocchi
Quali sono stati i motivi che vi hanno spinto a scegliere una forma di lotta radicale come il blocco della produzione e i picchetti davanti ai cancelli ?

AA: i motivi sono tanti, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso sono stati i 3 licenziamenti, tra i quali il mio, avvenuto appena quattro ore dopo la comunicazione ufficiale dell’elezione nella RSU. Le altre motivazioni che ci hanno spinto alla lotta sono le linee di produzione troppo veloci, praticamente insostenibili, la questione della sicurezza sul posto di lavoro (molti infortuni sulle linee), le enormi differenze salariali con i colleghi della Polti Nord (sede a Como) che tra premio produzione, ticket pasto, ecc. si aggirano attorno alle 350 € mensili. Infine c’è la mancanza di rispetto per lo nostra dignità. Ci sono stati casi di persone alle quali è stato vietato di andare al bagno. Un collega ha ricevuto una sospensione dal lavoro di 3 giorni perché è andato ugualmente in bagno, un altro si è visto costretto a fare la pipì in una bottiglia per non abbandonare la catena di montaggio ed in ogni caso veniamo cronometrati negli spostamenti.

Quanti operai lavorate alla Polti Sud, quali sono i tipi di contratto e i livelli contrattuali che hanno gli operai in fabbrica?

DA: Siamo 196 operai. Sulla carta il contratto prevede solo un inquadramento di montatore meccanico, siamo tutti montatori meccanici. In realtà come è logico che sia vi sono tutte le diverse mansioni.Ci so sono i magazzinieri di linea, quelli che portano i prodotti semi-lavorati, il controllo qualità, la manutenzione, ecc.

I contratti sono di 2° livello appena assunti, dopo 3 anni scatta il terzo livello e i magazzinieri i capo linea hanno avuto come “premio” il 4° livello, in realtà erano in attesa dello scatto di anzianità.

Sappiamo che ci sono anche reparti a ciclo continuo, ci spiegate cosa viene fatto e come è organizzata la produzione?

AA: circa 30 colleghi sono nel reparto stampaggio e ruotano su tre turni giornalieri di 8 ore. Il ciclo è continuo tranne il sabato e la domenica. In questo reparto viene lavorata la plastica che si usa nelle linee, dove avviene l’assemblamento della merce.

Si lavorano prodotti altamente nocivi, diluenti, solventi, materia plastica e non si sa i danni che fanno a noi operai perché non vengono effettuati controlli medici. Prima di essere licenziato, con gli altri rappresentanti sindacali, stavamo denunciando questa cosa all’ASL.

Ci potreste spiegare quali sono le rivendicazioni che ponete al centro della trattativa con Polti e soprattutto su quali di queste non siete disposti a tornare indietro?

DA: Prima cosa il ritiro immediato dei licenziamenti, anche perché è chiaro che è stato un attacco esplicito al diritto di organizzarci sindacalmente in fabbrica. A fondamentali sono anche i riconoscimenti dei nostri diritti e il recupero della nostra dignità di persone troppo spesso calpestata (si è addirittura negata l’acqua potabile in fabbrica). Poi rivendichiamo l’adeguamento salariale, ticket mensa, le pause. E poi chiediamo l’applicazione della 626. La riassunzione dei compagni licenziati è strettamente legata ai nostri diritti. In fabbrica alle stesse condizioni di prima non vogliamo rientrare.

Dopo 5 anni siete riusciti ad eleggere le rappresentanze sindacali e a iniziare la costruzione di un lavoro sindacale in fabbrica. Quanti operai sono iscritti al sindacato, che partecipazione alle elezioni RSU c’è stata e quali sono stati i risultati?

DA: Il sindacato era presente in fabbrica con la UIL che aveva 40 iscritti. CGIL e CISL non esistevano. Da tre mesi con altri 80 operai abbiamo deciso di iscriverci alla CGIL, questo per la necessità di organizzarci e rivendicare i nostri diritti. Alle elezioni RSU hanno partecipato la totalità dei lavoratori della fabbrica (190 votanti) e i risultati hanno visto la vittoria dei rappresentanti FIOM (due eletti contro uno da “dividere” tra CISL e UIL). Come FIOM abbiamo ottenuto 81 voti e 50 a testa CISL e UIL.

Quale ruolo stanno giocando i sindacati in questa vertenza, qual’è il livello di fiducia che riponete nelle direzioni nazionali e regionali della FIOM, temete che potrebbe diventare necessario, ad un certo punto, andare avanti nella lotta senza il sostegno del vostro sindacato?

DA: Il ruolo che ha avuto sino ad ora è importante. La CGIL è sicuramente più vicina alla nostra lotta e ci sta dando anche un sostegno economico (seppur piccolissimo rispetto alle reali esigenze di noi lavoratori) col quale aiutiamo gli operai in maggiori difficoltà economiche. Se ci dovessimo accorgere che i sindacati tradiscono la nostra lotta è normale che andremo avanti per la nostra strada.

AA: l’importante è che i lavoratori rimangano uniti e che si riesca a rientrare nella fabbrica a testa alta.

Salta subito all’occhio l’età media molto bassa degli operai. Questo è sicuramente positivo ed infatti state dimostrando di essere una classe operaia disposta alla lotta. A Melfi i vostri colleghi, altrettanto giovani, hanno dato un esempio, non soltanto agli operai del sud Italia, ma a quelli dell’Italia intera. Hanno dimostrato che con la loro unità, con il coraggio di andare contro al padrone più potente del nostro paese, si possano ottenere delle conquiste, anche se parziali. Questa lotta ha rotto una dinamica che si era innescata in Italia negli ultimi vent’anni e cioè il peggioramento continuo delle condizioni di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori. L’esempio di Melfi vi è servito come spinta e guida per la vostra lotta ?

AA: La lotta di Melfi è stata significativa e ci da coraggio. Abbiamo visto i lavoratori lottare anche contro la polizia.

DA: ci sono molte analogie con Melfi. I problemi che viviamo in fabbrica sono simili e sul loro esempio dobbiamo continuare la nostra lotta. Anche qui il padrone a cercato di essere un “buon padre di famiglia”, ma come si è visto alla fine i nodi sono arrivati al pettine.

Avete pensato alla possibilità di coinvolgere tutto il comprensorio di Rogliano? Nella zona industriale ci sono tante altre piccole realtà produttive e gli operai, probabilmente, hanno le vostre stesse condizioni di lavoro se non peggiori. Non potrebbero coinvolgersi anche loro nella lotta per i diritti?

DA: tutte le aziende del luogo ci hanno dimostrato solidarietà. Gli operai delle pochissime aziende del luogo vengono qui ai cancelli per stare con noi. Allo sciopero generale della valle del Savuto, il 29 maggio, hanno aderito in tanti e molti operai della zona erano presenti alla manifestazione. Tutto questo per noi è veramente importante.

In questi giorni anche i lavoratori dello stabilimento De Longhi, vicino ad Udine, hanno bloccato la produzione e organizzato i picchetti. Contro i licenziamenti dei padroni. Nei prossimi anni con l’acutizzarsi della crisi economica le lotte operaie saranno sempre più generalizzate. Non sarebbe necessario che il sindacato abbandoni una volta per tutte la strada della concertazione, un vero e proprio grimaldello con il quale i padroni hanno annullato tantissimi diritti conquistati dai lavoratori? Non è invece necessario un sindacato che torni a difendere a spada tratta gli interessi degli operai e indichi la strada delle mobilitazioni di massa per riconquistare i diritti e lottare contro le politiche antipopolari di Berlusconi?

AA: Il sindacato è importante e ci serve. Il sindacato lo facciamo noi lavoratori. Le direzioni ci daranno consigli, ma sta a noi decidere, attraverso le assemblee, cosa fare. Lottiamo per i diritti, perché grazie ai politici al governo che toccano lo statuto dei lavoratori nulla è più garantito. Negli anni 70 le lotte alla Fiat e nelle altre fabbriche del nord Italia hanno portato ad ottenere conquiste determinanti. E non dimentichiamo che ci sono stati lavoratori che hanno sacrificato la vita per tutto ciò.

Ora stiamo tornando all’800 e questo è inconcepibile.

DA: sono convinto che quando si parla di diritti sia necessaria la linea dura. Ad esempio alla Polti non si tratta di mediare su un diritto piuttosto che un altro. Si, credo che la strada da prendere è quella di un ritorno alla lotta di classe. Solo così i padroni si siederanno ai tavoli non per togliere ma per concedere i diritti. Noi non vogliamo più che i nostri diritti siano calpestati continuamente, né che la nostra dignità sia annullata per un pezzo di pane. I padroni pensano solo ai profitti e noi non siamo più disposti ad accettare questa realtà con passività.

Mi ha colpito una frase che ho letto sul vostro giornale: “si deve pretendere un mondo migliore, non sognarlo” ! Noi pretendiamo una vita migliore in fabbrica e fuori.

Infine, non possiamo che ringraziare i giovani di FalceMartello per la solidarietà che ci hanno espresso quotidianamente.

Rogliano (Cosenza), 10/06/2004.