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Parma

La crisi della Manzini 
la paghino i padroni

Sarà un Natale amaro il prossimo per decine di dipendenti della Manzini, azienda storica dell’impiantistica alimentare parmense. Esattamente il 25 dicembre scadranno, infatti, i termini delle procedure di mobilità per 63 operai ed impiegati su circa 150 attualmente occupati.

Paradossalmente, dopo un 2004 che ha visto il suo fatturato, dopo anni di costante crescita, toccare la cifra record di 48 milioni di euro, l’azienda, per la prima volta nella sua storia quasi secolare, ha fatto uso questo anno della cassa integrazione prima e della mobilità poi.

I motivi che hanno portato a questa situazione sono molteplici e vale la pena brevemente ricordarne alcuni.

Nel biennio 2003/2004 c’è stato un incremento a livello mondiale di aziende che si occupano della lavorazione del pomodoro, portando a un aumento della produzione e quindi dell’offerta di concentrato di pomodoro del 25%, che ha provocato una fuga degli investitori dal settore. A questo si è aggiunto che il conseguente crollo del fatturato ha portato l’azienda, che insieme alla Comaco è stata rilevata dalla Rossi & Catelli (storica azienda di Parma nonché concorrente diretto) a indire 13 settimane di cassaintegrazione a rotazione nel 2005.

Il resto è storia di questi giorni. Ad acquisizione ultimata, alle voci sempre più insistenti di possibili esuberi e tagli del personale, la nuova proprietà risponde ufficialmente, su pressanti richieste della Rsu e della Fiom, che le varie società facenti parte del gruppo manterranno ciascuna la propria identità ma che sarà necessario concretizzare un piano riorganizzativo del gruppo stesso. Concretamente vengono annunciati 63 esuberi che riguardano la sola Manzini e vengono avviate le procedure di mobilità.

Come al solito il concetto di “riorganizzazione”, che fa poker con flessibilità, concertazione e competitività, viene spiegato con la necessità di tagli alle spese, specialmente alla voce “personale”.

La risposta della Rsu appoggiata dalla Fiom non si fa attendere e oltre al coinvolgimento delle istituzioni locali, vede i dipendenti dell’azienda protagonisti di una serie di iniziative che vanno da uno sciopero con manifestazione alle fiere di Parma, a scioperi con volantinaggi in piazza.

Gli incontri fra sindacati e azienda sono numerosi e spesso si concludono con muro contro muro e quindi con un nulla di fatto: alle richieste di un piano industriale almeno triennale, di fuoriuscite volontarie con indennizzo al posto della mobilità e garanzie occupazionali future, l’azienda risponde non presentando il benché minimo piano industriale concreto, non si oppone a fuoriuscite volontarie purchè raggiungano un numero ragguardevole altrimenti procederà comunque con la mobilità, non garantisce l’occupazione per chi rimarrà se non per il solo 2006.

Ci si aspettava una risposta forte da parte dei sindacati che, sostanzialmente, non è avvenuta. Ciò ha inevitabilmente portato allo scoraggiamento di una parte dei lavoratori che, in assenza di prospettive concrete, ha cominciato a guardarsi attorno per una possibile ricollocazione in altre realtà.

Più facile a dirsi che a farsi, perché Parma non è più quello che ipocritamente si riteneva un modello produttivo di riferimento per l’Emilia Romagna e oltre (il caso Parmalat ne è un buon esempio), ma sono ormai numerose le aziende che, travolte dalla crisi, licenziano centinaia di lavoratori che incontrano sempre maggiori difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro.

La risposte dei sindacati sono, alla luce dei risultati, totalmente insufficienti ed inadeguate: non bastano concertazione, tavoli delle trattative, richieste di ammortizzatori sociali e tutto quell’armamentario che negli anni non ha fatto altro che contribuire al costante peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Solo la lotta paga. Ai licenziamenti, alla mobilità, ad ulteriori richieste di sacrifici, a prospettive di scontro frontale, è fondamentale rispondere con misure drastiche, come avviare immediatamente casse di resistenza realmente funzionanti svincolandole dalle burocrazie sindacali, creare coordinamenti con la piena partecipazione dei delegati e dei lavoratori di tutte le aziende in crisi adottando un programma di lotta che sappia concretamente rispondere alle esigenze del momento che stiamo attraversando e che, necessariamente, contenga misure di controllo dei lavoratori come l’apertura dei libri contabili, controllo di assunzioni e licenziamenti, forme di controllo sulla produzione, sulla commercializzazione, sugli investimenti, sull’orario di lavoro.

Le aziende sono di chi ci lavora. Gli utili ricavati dallo sfruttamento dei lavoratori in questi anni devono essere usati per uscire dalla crisi senza che in nessun modo i lavoratori ne paghino il prezzo.

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