La lotta dei lavoratori Danone contro la chiusura degli stabilimenti - Falcemartello

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La Danone di Casale Cremasco (CR) è senza ombra di dubbio un dei siti produttivi più importanti del territorio. Oggi lo stabilimento cremasco della multinazionale francese (l’ultimo rimasto in Italia) occupa in totale 87 operai, ai quali vanno aggiunti i tredici impiegati di Pioltello, per un totale di 100 lavoratori ai quali corrispondono 100 famiglie da mantenere.

 

La Danone ha annunciato tramite un comunicato reso noto dall’azienda a metà di giugno che lo stabilimento di Casale, insieme ad altri due stabilimenti in Europa, chiuderà il 15 luglio del 2015, proponendo la mobilità per gli 87 operai di Casale.

Alla comunicazione della proprietà sono scattati 2 giorni di sciopero ai quali però è mancato un seguito.

I margini di trattativa si sono dimostrati immediatamente molto ridotti e alla speranze dei sindacati di condurre un confronto appartato si è contrapposta ferma la linea dell’azienda: chiudere.

Di fatto da parte dei sindacati, in testa la CGIL, non sono arrivate grandi proposte né di lotta, né tantomeno di salvaguardia della realtà produttiva. Oltre alla ricollocazione degli operai e a qualche prepensionamento i sindacati non si sono spinti, e ben poco hanno fatto anche solo mediaticamente per porre agli occhi della pubblica opinione  il problema Danone.

I piani dell’azienda per Casale non sono all’oggi del tutto chiari rimane forte il dubbio su cosa ne sarà dei macchinari. Oggi infatti il capannone è in affitto dalla vicina Galbani mentre i macchinari sono di proprietà della Danone e sono considerati come i più avanguardia del gruppo multinazionale francese.

Sicuramente il destino dell’occupazione a Casale è legato al destino di questi macchinari. A Casale si potrà produrre solo se i macchinari resteranno dove sono, per questo riteniamo che vadano sorvegliati affinché non un bullone esca dal capannone.

Sicuramente la situazione della Danone di Casale Cremasco è identica a quella di un gran numero di realtà produttive in tutta Italia e una situazione come questa pone importanti interrogativi: come organizzarsi perché questi stabilimenti non chiudano? Quali proposte avanzare? Come uscire dalla crisi economica?

Innanzitutto serve avere consapevolezza che non saranno le istituzioni o i padroni di queste aziende a salvaguardare chi lavora, semmai questi baderanno ai propri profitti. In secondo luogo serve avere la consapevolezza che la miglior difesa può venire solo dalla lotta (anche solo per la speranza di poter avere una trattativa). E’ quindi importante riconoscere lo sciopero come l’arma più affilata della quale i lavoratori dispongono per colpire l’azienda. Ma in questo è fondamentale il sostegno dei sindacati e lo sviluppo di casse di resistenza perché gli operai e le loro famiglie non subiscano un danno troppo grave per poter portare avanti uno sciopero che non può essere di uno o due giorni, ma dev’essere duro e prolungato.

Serve inoltre il coraggio di rivendicare la nazionalizzazione delle aziende, a partire dalle aziende in crisi e dalle multinazionali che scelgono di abbandonare questo paese. La nazionalizzazione dev’essere condotta sotto il controllo dei lavoratori, garantendo così l’occupazione e l’accesso ai beni prodotti alla popolazione. E come nel caso della Danone garantendo l’accesso a beni di prima necessità.

Da qui si parte per uscire dalla crisi.