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BOLOGNA – Secondo i dati diffusi dal sito delle Pmi (piccole e medie imprese), il 2013 è stato un anno dei più difficili con più di 10mila fallimenti e l’inizio del 2014 non sembra invertire la tendenza. è in questo clima che si inserisce la vertenza alla Metaltarghe, piccola azienda di 25 dipendenti a Pianoro in provincia di Bologna, dove il padrone vuole ricalcare il modello Electrolux.

Il 5 marzo scorso il titolare convoca tutti i dipendenti per annunciare che la concorrenza sui prezzi si fa sempre più spietata e le imprese committenti non fanno altro che chiedere sconti, minacciando di rivolgersi altrove per le commesse. In questo quadro, significa che i margini di guadagno sono pari allo zero, anzi i bilanci sono in rosso da cinque anni e l’azienda non si può permettere di continuare così in una situazione di crisi,
pena la chiusura.

Il padrone, per evitare la chiusura, decide in maniera unilaterale la disdetta dei contratti integrativi a partire dal primo maggio, una perdita secca di quasi 80 euro mensili in busta paga.

Una vera doccia fredda per i lavoratori che già dovevano pagare un prezzo più alto per la mensa, fare straordinari e, anziché monetizzarli, trasformarli in ore di ferie e, infine, per un breve periodo, anche variare l’orario di lavoro facendo i turni.

La prima reazione dei lavoratori è stata di stupore e incredulità, visto che le commesse non mancano. Nei giorni successivi prendeva piede l’idea che non si poteva perdere completamente il premio di produzione, ma si poteva trattare su un nuovo contratto integrativo che prevedesse un premio minore, purché ci fosse comunque un contratto.

Questa è stata la posizione prevalente nell’assemblea del 18 marzo (molto partecipata) in cui la presenza e l’intervento della figlia del titolare ha fatto emergere la rabbia per un gesto unilaterale irrispettoso verso chi in azienda ci mette tanta fatica e dedizione. Inoltre sono emerse le scarse tradizioni di lotta di questa azienda davanti alle proposte della Fiom di mettere in atto azioni di contrasto. I lavoratori in questa fase vogliono salvare il posto di lavoro e sono anche disposti a rinunciare a una parte di salario, non riuscendo a vedere nell’immediato una prospettiva concreta diversa. La situazione potrà cambiare soprattutto se il padrone, nel prossimo incontro col sindacato, dovesse ribadire la volontà di disdire i contratti non cogliendo la disponibilità dei dipendenti. Uno degli effetti della crisi è lo schiacciamento della piccola borghesia da parte del grande capitale attraverso la negazione di credito, della politica dei prezzi e credo che quello che sta succedendo alla Metaltarghe si ripeta anche in altre realtà, visto che il tessuto industriale italiano è formato al 90 per cento da piccole e medie imprese.

Ma i lavoratori si possono permettere di essere indulgenti verso i piccoli imprenditori? Pur consapevoli della diversità tra piccola e grande industria i lavoratori si devono opporre a qualsiasi riduzione di salari e diritti a maggior ragione in presenza di padroni arroganti e senza scrupoli. Si devono elaborare rivendicazioni avanzate come l’apertura dei libri contabili, l’occupazione e l’esproprio senza indennizzo, arrivando a discutere la gestione della fabbrica da parte dei lavoratori attraverso assemblee regolari in cui si discutano tutti gli aspetti della produzione.

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