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La vertenza Piaggio Aero (già riportata sullo scorso numero di FalceMartello) ha subito una accelerazione molto rapida nella trattativa tra azienda e sindacati che è sfociata nell’ipotesi di accordo del 4 giugno al Ministero dello sviluppo economico, firmata da tutte le parti presenti (azienda, sindacati, governo).


Tale intesa recepisce pienamente il piano industriale dell’azienda, dalla stessa considerato sostanzialmente non derogabile nelle sue linee fondamentali, che prevede il trasferimento di tutte le produzioni fondamentali dallo stabilimento di Finale Ligure (integralmente) e di quello di Genova Sestri Ponente (quasi interamente) a quello di Villanova d’Albenga.
Se il nuovo stabilimento è ritenuto una necessità anche dagli stessi lavoratori, il punto dolente del piano industriale di ristrutturazione era però rappresentato dagli esuberi e dalle esternalizzazioni  che andavano a colpire circa il 30% dell’intera forza lavoro del gruppo, principalmente operai, ma anche impiegati e quadri tecnici. Parliamo al passato perché nell’ipotesi di accordo la parola esuberi non c’è più, rimangono le esternalizzazioni che riguardano quelle lavorazioni considerate dall’azienda a minore valore aggiunto e che occupano un gran numero di operai carpentieri. Queste lavorazioni fino ad ora sono svolte nello stabilimento di Sestri Ponente che attualmente occupa tra operai, tecnici ed impiegati 535 lavoratori.
L’intero piano industriale prevede inoltre un massiccio ricorso alla cassa integrazione di due anni più altri due eventuali e probabili.
A Sestri Ponente rimarrebbero le attività di customer service, delivery center e verniciatura, che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) progressivamente occupare nell’arco di vigenza del piano industriale almeno 250 persone. Nel documento relativo all’ipotesi di accordo si prevede anche un impegno del tutto generico dell’azienda e delle Regione Liguria a trovare ed inserire nuove attività produttive negli spazi liberati dalle precedenti attività.
Immediatamente dopo la sigla di questa ipotesi di accordo le burocrazie sindacali hanno indetto a Genova una assemblea dei lavoratori, si è votato subito dopo senza nemmeno una pausa di riflessione. Si è fatto questo da parte sindacale senza nemmeno conoscere lo stato attuale dell’azienda, se non per la parte che l’azienda stessa ha fatto conoscere attraverso l’invio del suo piano industriale. Al momento della firma dell’accordo non era ancora disponibile il bilancio consolidato del gruppo relativo all’anno 2012, approvato a fine aprile 2014 fuori da ogni termine statutario, ad oggi non è ancora disponibile quello dell’esercizio 2013.
L’esercizio 2012 registra una perdita di 75 milioni di euro, risultato questo inficiato dalla spesatura a conto economico di 33 milioni di euro per studi e ricerche del veivolo P 166 DP1 di cui si è decisa la dismissione della produzione per mancanza di nuovi ordinativi. Molti dubbi riguardano anche l’equilibrio patrimoniale e le relative coperture finanziarie, principalmente i finanziamenti dei soci di capitale (Mubadala e Tata), i finanziamenti
delle banche (Unicredito in testa) e le relative garanzie concesse.
Domande ed interrogativi sono d’obbligo: tutta colpa dell’andamento del mercato o ci sono più precise responsabilità gestionali? Quali sono le reali prospettive per i lavoratori che finiranno in cassa integrazione? E per quelli esternalizzati?
Tutto questo avrebbe dovuto consigliare una maggiore cautela ai vertici sindacali. Si sarebbe dovuto andare a guardare meglio le carte in mano alla controparte aziendale, discutere, informare e rendere consapevoli tutti i lavoratori che sono poi quelli che pagano il conto della ristrutturazione.
Tutto questo non è stato fatto, non c’era interesse a farlo anche da parte di quelle organizzazioni che in Fiom si dichiarano rivoluzionarie un giorno sì e l’altro anche, ma che in realtà sono scolastiche e dottrinarie nella teoria e opportuniste nella pratica sindacale.
Per concludere la votazione dopo l’assemblea nella fabbrica di Sestri ponente ha dato questo risultato: 503 aventi diritto; 385 votanti. Favorevoli all’accordo 279, contrari 97 (di cui 65 operai) e 9 schede nulle.
Rispettiamo la volontà maggioritaria che i lavoratori hanno espresso nella votazione, ma teniamo conto anche dei voti contrari, di tutte le divisioni e lacune che l’azione delle burocrazie sindacali ha prodotto.
Tutto ciò ci rafforza nella nostra convinzione sulla necessità assoluta di costruire all’interno delle organizzazioni sindacali una linea alternativa a quella compromissoria e rinunciataria dei burocrati e più in generale sulla necessità imprescindibile di una guida politica all’altezza della sfida.

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