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Crespellano (Bo) - Intervistiamo Vincenzo Guerrieri, operaio della Titan di Crespellano. Da due settimane i lavoratori sono in lotta contro la chiusura della fabbrica e il licenziamento di tutti i 186 lavoratori. Vincenzo è anche il referente organizzativo del presidio.

Innanzitutto che cos'è la Titan Italia, quanti lavoratori occupa e che cosa produce?

La Titan Italia fa parte di una multinazionale americana dal 2012, in precedenza era una multinazionale inglese. Si occupa principalmente del mercato agricolo, ma anche dell'edilizia e del movimento terra in generale. Il prodotto principale che sviluppiamo nello stabilimento di Crespellano e in quello di Finale Emilia sono le ruote per i trattori. In totale sono occupati circa 430 dipendenti, i 186 interessati dalla mobilità qui a Bologna, il resto a Finale Emilia.

Titan 1In questi anni la crisi come si è fatta sentire qui alla Titan, e come si è arrivati agli avvenimenti degli ultimi giorni?

Da noi la crisi è arrivata come, più o meno in tutta Italia, agli inizi del 2009. Abbiamo iniziato subito con un periodo durissimo di cassa integrazione a zero ore per diversi mesi. Per 3/4 mesi sono stati mandati a casa quasi tutti i dipendenti a zero ore.

La crisi dell'edilizia ha colpito per lo più il prodotto che avevamo qui a Bologna, ovvero le ruote tendicingolo della Caterpillar.

Abbiamo, quindi, passato il primo anno con la cassa integrazione a zero ore, poi dal 2010 è iniziata una vera e propria ristrutturazione aziendale.

Il 2010 è stato un anno, diciamo così, di “allegerimento” dove abbiamo fatto della cassa integrazione che ha toccato poco, mirata a chiusure collettive di qualche giorno. Alla fine del 2010 abbiamo avuto la prima richiesta di messa in mobilità, cioè licenziamento collettivo per 100 dipendenti.

Questo è dipeso dal fatto che a fine 2010 la Caterpillar ha disdetto delle commesse, e così dal 2011 hanno dichiarato degli esuberi, 200 dipendenti, nella sostanza tutte quelle legate a quel tipo di prodotto.

Grazie alle lotte e al supporto della Fiom di Bologna la mobilità non è rimasta alla gestione unilaterale dell'azienda, ma è stato fatto un accordo basato sulla volontarietà, per cui chi ha lasciato l'azienda volontariamente ha avuto un incentivo dall'azienda.

Questo si è ripetuto negli anni a venire. Nel 2011 dai 99 che dovevano essere licenziati sono andati via volontariamente poco meno della metà, anche se comunque si parla sempre di licenziamenti, perché lasciare l'azienda in un momento in cui questa ti dice che o te ne vai o ti licenzia, in sostanza, anche se te ne vai volontariamente, si tratta di un licenziamento mascherato.

Il resto del 2011 è stato un anno relativamente tranquillo, visto che gli esuberi erano calati. E' stato un anno lavorativo quasi a tempo pieno, diciamo così.

Fine 2011 purtroppo è arrivata l'altra “letterina di Babbo Natale”, ormai siamo abituati che a fine anno arriva la “letterina di Babbo Natale”.

Sulla base dell'esperienza precedente l'azienda ha voluto fare un'altra “messa in libertà” di personale - la chiamo “messa in libertà” perché ormai sembra di essere in prigione – facendo una mobilità concordata volontariamente di altre 50 persone, poi l'accordo si è chiuso per 30, che si sono aggiunte alle 47 andate via precedentemente.

Il 2012, diciamo così, è passato più o meno come il 2011 fino a quando non abbiamo subito, indirettamente, il terremoto che aveva colpito la zona di Finale Emilia e quindi lo stabilimento della Titan. Purtroppo lì ci siamo trovati a fare un tour de force al contrario.

È stato fatto un accordo dove tutte le produzioni di Finale Emilia venivano collocate a Bologna per occupare anche il personale della prima. Questo è avvenuto per una decisione della RSU Titan di Bologna, che è formata solo da delegati della Fiom [in realtà oggi c'è anche un delegato Si Cobas, NdR].

Il periodo dopo il terremoto abbiamo lavorato tranquillamente. Alla fine del 2012 era rientrata la questione del terremoto perché avevano riaperto a Finale Emilia, quindi i lavoratori erano rientrati nel loro stabilimento.

Sempre a fine 2012, l'azienda trovandosi ancora con una parte di lavoratori in esubero per la disdetta della produzione per Caterpillar, ha voluto fare l'ennesimo accordo di mobilità volontaria per completare il quadro dei 100 che ha riguardato un'altra trentina di lavoratori. Così il cerchio si è chiuso.

Cosa è successo dall'inizio del 2013 ad oggi, perché nella sostanza se oggi ci troviamo qua è frutto di una politica aziendale iniziata nel 2013.

Nel 2013 noi, con una riduzione di personale di 100 unità, abbiamo lavorato abbastanza tranquillamente perché continuavamo ad essere spinti, vista tragedia per gli effetti del terremoto dovevamo recuperare tutta quella parte di prodotto legata al terremoto che avevamo perso e che i clienti ci chiedevano.

Avevamo una gestione e una speranza in più nel 2013, legata all'arrivo di un nuovo Amministratore Delegato che a nostro parere aveva una visione di questo stabilimento, e comunque della Titan, proiettata nel futuro.

Purtroppo però come per tutti gli anni anche nel 2013 ci è arrivata la “letterina di Babbo Natale”, stavolta indirettamente.

L'Amministratore Delegato è stato licenziato. Qualcuno potrebbe dire che molti operai gioirebbero per il licenziamento di un Amministratore Delegato, ma vi posso garantire, almeno dal mio punto di vista, che in Titan questa notizia l'abbiamo presa a malincuore.

Anche perché era una persona che metteva in riga tutti quei dirigenti, quelle figure, che ricoprivano una certa responsabilità e che prima di lui erano state sguinzagliate da chi gestiva la Titan.

Dal 2014 è cominciato il cammino al contrario. E questo noi l'abbiamo cominciato a pensare quando, dopo i primi mesi di chiusure collettive, l'azienda ha iniziato a far venire del prodotto finito dalla Cina, che andava direttamente allo stabilimento di Finale Emilia, quindi non era neanche sotto il diretto controllo della Titan di Crespellano.

Veniva direttamente montato sui cerchi quindi noi non ne eravamo a conoscenza se non per vie traverse, cioè da lavoratori che ci venivano a dire cosa avveniva a Finale Emilia.

Da qui è arrivato il primo campanello d'allarme. Le prime commesse erano, diciamo così, di poco conto, ma col passare del tempo le commesse diventavano sempre più consistenti.

Quindi dalla fine di luglio noi avevamo circa la metà della produzione che facciamo in media, l'altra metà anziché farla a Bologna veniva direttamente dalla Cina, e quindi lì è partito il campanello d'allarme.

Tutti ci chiedevamo che cosa fosse successo a settembre. A settembre quando siamo rientrati l'azienda ha convocato le parti e ci ha detto che anche questa fine anno avremo avuto dei problemi legati al calo produttivo del mercato, che sarebbe stato di un ulteriore 30% rispetto a quello che avevamo avuto negli anni precedenti.

E fin qua non ci stavamo preoccupando più di tanto, fino a quando il 23 settembre l'azienda ha mandato una richiesta di cassa integrazione ordinaria.

Allora il campanello di allarme non è stato più un campanello ma è diventato una campana e ha suonato a spron battuto.

Quando la RSU è stata all'incontro non si è fatta abbindolare dalle parole della direzione aziendale, ma ha concretamente battuto i pugni sul tavolo dicendo che rinunciava a firmare l'accordo di cassa integrazione perché non si poteva faresimile a Bologna quando poi il prodotto che facciamo a Bologna veniva direttamente dalla Cina.

Allora la Rsu ha risposto alla direzione aziendale che se volevano fare l'accordo sulla cassa integrazione dovevano dismettere le commesse dalla Cina.

La direzione naturalmente ha risposto picche. E' stato fissato un incontro successivo al termine di ottobre, dopo di che dal 23 settembre al 16 ottobre tutto è taciuto, tranne per il fatto che le voci che si bisbigliavano negli uffici erano di una possibile chiusura dello stabilimento.

Il 16 ottobre al tavolo di trattativa l'Amministratrice Delegata ha praticamente presentato un piano di ristrutturazione della Titan Italia dove si prevede la chiusura dello stabilimento di Crespellano Valsamoggia. Dal 17 ottobre è cominciata la nostra lotta.

Ci siamo chiusi in assemblea permanente dove all'unanimità è stata votata la decisione di fare oltre all'assemblea permanente un presidio, naturalmente permanente, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con il blocco delle merci in uscita.

La prima settimana che abbiamo passato è stata una settimana molto tormentata.

La direzione aziendale faceva il suo gioco per dividere i lavoratori facendo delle false dichiarazioni, oppure lanciando delle false speranze. Minacce ed intimidazioni inerenti al fatto che avrebbero mandato dei camion, che se noi ci fossimo messi davanti ai portoni avrebbero forzato il blocco anche se dovevano fare del male alla gente.

Dopo di che hanno cambiato versione dicendo che avrebbero mandato i camion scortati dalla polizia, e quindi con probabili cariche da parte dei poliziotti. Vi posso garantire che tutto questo non è avvenuto, per fortuna, ma è stata solo una dichiarazione di uno, diciamo così, come lo definisco io, psicopatico e malmesso pensionato. Quindi oggi siamo al... 26 ottobre - scusate ragazzi ma stando sempre qui in azienda notte e giorno ho perso il senso, la cognizione del tempo – e fortunatamente non è avvenuto niente di pericoloso, diciamo così. La nostra lotta continua, noi siamo determinati, incazzati più che mai.

L'azienda sta facendo tutti i suoi giochini per metterci in difficoltà – ma questo poi credo che stia nella logica delle parti – ma il nostro obiettivo lo conosciamo bene. Noi siamo tutti uniti, il venerdì è stato votato un piano di rilancio e di investimenti proposto dalla Fiom territoriale, dalla RSU aziendale che ha trovato l'unanimità di tutti i lavoratori, che è stato presentato in anteprima alla direzione aziendale e sarà ufficializzato al prossimo tavolo di confronto con le parti istituzionali, che avverrà il 31 di ottobre in regione.

Come ho detto, noi siamo determinati più che mai nel proseguimento di questa lotta. L'obiettivo ce lo abbiamo, è uno, è unico. Intanto NO ai 186 licenziamenti, questo è doveroso.

Neanche un licenziamento. Neanche una mobilità.

L'obiettivo è quello di tenere lo stabilimento aperto, con l'aiuto delle parti sociali, con l'aiuto delle istituzioni, con l'aiuto del governo, con l'aiuto di tutti, ma questo stabilimento deve rimanere aperto.

La chiusura di questo stabilimento ha delle ripercussioni sul territorio e ha caratteristiche sociali devastanti.

Siamo in 200, in 100 abitano qua vicino, quindi il comune di Anzola dell'Emilia sarà quello più colpito, sono 100 famiglie, per lo più extracomunitarie e l'impatto sarà devastante.

Noi in questi ultimi giorni abbiamo avuto la solidarietà di moltissimi compagni, di RSU di altre aziende, penso innanzitutto alla Ducati, alla Bonfiglioli, poi la KPL, la Minarelli. Ma anche tante altre aziende del territorio italiano grazie all'appello che abbiamo lanciato sul nostro blog fatto da parte dei lavoratori e fatto girare anche sui vari profili di facebook e quant'altro.

Cosa vi devo dire di più... C'è un blog. Il blog si chiama occupytitan.wordpress.com .

Dopodiché abbiamo aperto anche un canale Youtube che si chiama Lotta Sirmac, sul blog trovate il riferimento. Io sono il referente organizzativo della lotta, quindi sul blog trovate anche i miei contatti, indirizzo e-mail e numero di telefono per solidarietà o quant'altro.

L'appello lanciato dai lavoratori in questo momento chiede la massima diffusione in tutta Italia. Possibilmente anche oltre. Noi speriamo che arrivi anche negli USA.

Deve essere letto anche, come diciamo noi, dai nostri diretti padroni della Titan Italia sperando che colpisca la suscettibilità umana di questa gente qui.

Ma siccome ci credo poco, noi puntiamo di più ai compagni veri, quelli che tutti i giorni ci sono vicini, tutti i giorni ci aiutano, tutti i giorni ci consolano, ci danno una mano per gestire il presidio, ci portano da mangiare, ci assistono, ci aiutano a costruire eventi.

A tal proposito, visto che la lotta sarà molto dura, per tenere, diciamo così, le luci dei media sempre ai massimi livelli creeremo degli eventi di carattere politico, culturale, sociale, artistico, e i soldi raccolti, le offerte, verranno utilizzati per gestire il presidio e la lotta.

Facciamo tutto questo non solo per noi, ma lo facciamo anche per tutti quei lavoratori che in questo momento sono in difficoltà, che stanno lottando per i loro posto di lavoro. Vorremmo che questa lotta non fosse solo la lotta della Titan, ma che inglobasse le lotte, che unisse tutte le lotte di tutte le aziende, di tutte le realtà in crisi o in pericolo di chiusura che ci sono sul territorio italiano. Quindi, che vi devo dire? Questo è quanto, speriamo che...

Vincenzo, ancora poche domande perché il tuo racconto ha risposto a varie questioni, compreso il fatto che in questo periodo si è sicuramente creata una unità tra i lavoratori e un certo livello di combattività che si è visto appunto quando all'unanimità è stata votata l'occupazione, quella che voi state portando avanti attraverso l'assemblea permanente e i presidi nei giorni in cui non producete. Da quello che so state tenendo la produzione al minimo per presidiare dall'interno la fabbrica e per tenere unito il fronte dei lavoratori. Noi compagni di FalceMartello facciamo parte di una internazionale, e abbiamo compagni in paesi come gli USA possiamo e vogliamo portare il vostro appello, come già state facendo voi, oltre i confini della fabbrica. Da questo punto di vista mi viene da chiedere questa multinazionale in quali altri paesi ha degli stabilimenti, dove è dislocata nel mondo?

Comincio giustamente facendo un accenno riguardo a quello che tu hai detto riguardo al presidio permanente. Do sempre per scontato che le cose ognuno le sappia. Dal 17 ottobre, il giorno dopo la comunicazione del licenziamento di tutti i 186 dipendenti dello stabilimento di Valsamoggia è stata fatta un'assemblea che è stata partecipatissima da parte di tutti i dipendenti. A questa assemblea è stato spiegato, è stato raccontato tutto quello che si era detto al tavolo [di confronto] del giorno prima.

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Il presidio permanente davanti ai cancelli

Alla richiesta di assemblea permanente con presidio permanente, all'unanimità tutti i lavoratori hanno votato a favore. Cioè, da qui non ci muoviamo fino a quando non abbiamo la certezza che tutti i posti di lavoro vengano garantiti. L'altra cosa che voglio precisare è che durante questa assemblea è venuto fuori il fatto che per i prossimi 75 giorni, cioè per il periodo di gestione della procedura di mobilità a livello sindacale ed istituzionale, l'azienda è comunque tenuta alla retribuzione delle giornate di lavoro. Per questo non abbiamo ancora deciso di fare una vera e propria occupazione dello stabilimento, ma abbiamo deciso di fare una sorta di sciopero bianco.

Cioè, nel senso che noi ci rechiamo al lavoro puntualmente nei nostri orari, marchiamo il nostro cartellino regolarmente, e durante le ore di lavoro facciamo la nostra produzione, certo con la voglia che un lavoratore ha quando sa di poter essere licenziato. Quindi noi attualmente durante la settimana stiamo facendo i tre turni di lavoro. I tre turni di lavoro presidiano costantemente lo stabilimento, presidiano l'ingresso delle merci, quindi controllano la merce in entrata e soprattutto non fanno entrare i camion che devono fare uscire le merci.

E questo è partito dal 17 ottobre, ed è tuttora in piedi, e andrà avanti così fino a quando non ci sarà una evoluzione della situazione. Può avvenire di tutto in questo periodo. Può avvenire anche che la direzione aziendale forzi la mano e decida di fare tutt'altra roba, e quindi ci isoli, ci metta una pietra sopra dicendo “Adesso vi lascio lì e vado da un'altra parte e poi ci vediamo magari quando voi avete perso le forze, perso le speranze...”

Posso garantire una cosa, che noi staremo qua sempre, giorno e notte, fino a quando non si risolverà questa situazione. E nel caso in cui dovessimo decidere di prendere possesso di questo stabilimento, e quindi di occuparlo proprio nel vero senso della parola, questi qua se vogliono cacciarci, come ho detto in assemblea, dovranno venire giù con l'esercito.

Perché se vengono giù con la polizia prenderemo delle manganellate, ma da qua non usciamo sicuro. Riguardo alla questione degli stabilimenti della multinazionale Titan, è una multinazionale americana che come tutte le multinazionali ha stabilimenti sparsi in tutto il mondo. La sede è in America, non mi ricordo di preciso dove, credo sia a Denver la sede legale della Titan Inc.

Poi ha degli stabilimenti in Sud America, uno stabilimento in Spagna, uno stabilimento in Francia, un magazzino in Germania, come ho detto due stabilimenti della Titan Italia, e tre stabilimenti della Italtractor, che sarebbe la nostra sorella in Italia. Una joint-venture in Corea, un'azienda in Turchia. Dovrebbero costruire uno stabilimento in Bielorussia. Naturalmente stiamo parlando di stabilimenti che non hanno la stessa tipologia di produzione. Stiamo parlando di stabilimenti che sono stati costruiti in queste zone per gestire le domande a seconda della tipologia di agricoltura che c'è. Quindi mi viene l'esempio della Corea o della Bielorussia che per lo più fanno macchine mietitrebbia, quindi si fanno delle ruote per le mietitrebbia, mentre noi ci occupiamo solo di trattori. La nostra preoccupazione principale deriva invece dalla Turchia. La Turchia è dietro l'angolo, Fino all'altro giorno c'era una joint-venture con un piccolo produttore locale, poi c'è stata data la notizia, parlo di 4 anni fa, che la Titan ha acquistato un terreno dove avrebbe costruito un capannone ma che ad oggi a noi è sconosciuto. Quindi praticamente la preoccupazione forte, maggiore che noi abbiamo è riferita alla delocalizzazione in Turchia.

Vincenzo, una ultima domanda che è anche una considerazione. In parte hai già accennato qualcosa, ma mi chiedevo, e soprattutto ti chiedevo, tra voi lavoratori e anche con l'organizzazione sindacale - dicevi che avete prodotto un piano industriale alternativo a cui accennavi riguardo alla prossima trattativa – si è aperto un ragionamento che se comunque la Titan decidesse di andarsene, come mantenere la produzione, come mantenere vivo lo stabilimento. E' un argomento in discussione, al momento c'è un ragionamento tra i lavoratori da questo punto di vista?

Sarebbe bello, devo dire la verità, sarebbe bello arrivare all'autogestione, nel senso di appropriarsi di uno stabilimento per poter fare una produzione propria, sarebbe bello.

Sinceramente, devo dire la verità, non ci abbiamo mai pensato. Il nostro pensiero è concentrato sul fatto che, e siamo decisi e convinti di questo perché siamo determinati tutti, non solo i delegati o la Fiom, siamo tutti convinti di questo tutti noi lavoratori che siamo uniti, questo stabilimento dovrà essere della Titan perché credo - io non sono per l'esproprio proletario se non è proprio necessario – che dobbiamo convincere la Titan in tutti i modi, qualsiasi sia il modo, che questo stabilimento deve fare degli investimenti mirati alla rivalutazione e al rilancio di questo stabilimento anche facendo produzioni alternative.

Non so, il ragionamento era anche fare dei semplici cioccolatini per fare concorrenza per esempio alla Majani. A noi non ce ne frega di quello che dobbiamo produrre. A noi ci frega che questo stabilimento deve continuare a rimanere aperto e deve continuare a produrre, e deve continuare a garantire a 186 famiglie un lavoro, un salario, ma soprattutto quello che stiamo pensando, e non è cosa di poco conto, è che rilanciando questo stabilimento si deve rilanciare anche la possibilità di una occupazione per il territorio. Quindi creare nuovi posti di lavoro. Non possiamo pensare che tutti gli stabilimenti che esistono devono andare di volta in volta a gestire le situazioni indietreggiando, quindi affrontando i momenti semplicemente licenziando le persone, e poi magari nei momenti di maggior picco produttivo assumere degli interinali.

Ecco l'esproprio dello stabilimento non lo abbiamo mai pensato, ma credo che neanche lo vogliamo perché.... Però magari mi hai dato un'idea. Ci possiamo ragionare su visto che se proprio dobbiamo arrivare allo scontro, e siccome io sono uno di quelli più incazzati di tutti, essendo adesso un operaio, referente organizzativo del presidio mi impegno moltissimo a cercare di gestire tutta la situazione.

Ero un delegato Fiom fino a poco tempo fa, la cosa che non mi è andata giù è che in tutti questi anni mi abbiano preso per il culo (penso che si possa dire questa parola), questa cosa me la sono legata al dito e gliela voglio far pagare molto cara. L'altra cosa che magari non ho detto e che forse ho dato per scontato è il fatto che... non mi viene in mente, sono molto stanco...

Ti capisco. Quest'ultima considerazione [sul come mantenere la fabbrica] era semplicemente sulla base del fatto che ultimamente, e poi anche qua davanti al vostro presidio della Titan, Landini ha minacciato che in certe condizioni, e dalle dichiarazioni che leggo sui giornali la situazione della Titan potrebbe nel suo sviluppo essere una di queste, l'occupazione delle fabbriche. Questa valutazione era legata al fatto che di fronte ad una scelta sicuramente impegnativa, che potrebbe diventare obbligata se si alza il livello dello scontro da parte dell'azienda, e il signor Titan, per dirla così, non vuole più produrre, più che la questione di un esproprio proletario dell'azienda la rivendicazione forte e significativa potrebbe essere quella di lottare affinché la fabbrica in questo caso venga appunto nazionalizzata e diventi quindi un bene collettivo. Per cui appunto la questione era legata al fatto che in questa fase, di fronte agli sviluppi della vertenza che potrebbero non essere positivi - perché pensare al peggio e prepararsi ad affrontarlo è un atteggiamento corretto e da quello che dicevi vi state preparando – se al di là di questa nostra discussione un ragionamento del genere era entrato nella discussione tra i lavoratori. Avendo un punto di vista alternativo all'interno del nostro sindacato, è chiaro che certe posizioni in un determinato momento possano diventare oggetto di una proposta alternativa da valutare qualora tutti i tentativi che adesso vengono portati avanti non rappresentino una soluzione. Più che una domanda qui volevo aprire una discussione.

No, no, ma io ti rispondo. Anche se non è una domanda però la prendo come una domanda. Nel senso che, quello che ha detto Maurizio credo che sia, almeno nel contesto Titan, condivisibilissimo.

Poi, credo che Maurizio per la parola occupazione intendesse, almeno per come l'ho intesa io, una occupazione di tipo temporaneo fino alla soluzione del problema. Se Maurizio intendesse una occupazione di tipo permanente fino all'autogestione o [arrivare] alla nazionalizzazione dello stabilimento e rilancio con produzioni alternative, se lo dice lui io sono d'accordissimo.

Ma figuriamoci se non sono d'accordo. Ma stiamo scherzando? Se lo dice il nostro segretario ben venga una cosa del genere, anzi io è da anni che aspetto che il nostro segretario parli così.

Purtroppo in altri contesti non l'ho sentito parlare così, mi fa piacere che sia venuto in Titan a dire queste parole. Come ho detto, noi non ci abbiamo ragionato perché abbiamo pensato alla parola occupazione nel primo significato che io ho esposto. Però non posso escludere che da adesso in avanti pensiamo con un'altra ottica. E' chiaro che è una cosa un po' differente tra nazionalizzare la Fiat o nazionalizzare la Titan. La Titan è una multinazionale americana con sede in America e quant'altro, quindi non ha una sede, non è un'azienda italiana. Nazionalizzare la Fiat, con tutto il passato storico che ha avuto forse è più semplice che nazionalizzare la Titan. Forse della Titan si possono nazionalizzare gli stabilimenti e magari con l'intervento delle istituzioni rilanciare una produzione alternativa per creare occupazione non solo ai 186 dipendenti, ma creare, sviluppare più occupazione aprendo nuove prospettive sul territorio. Su questo io sono pienamente d'accordo. Anzi, non vedo l'ora. Purtroppo non sono delegato, e veramente in questo momento non dico che me ne pento, perché la scelta che ho fatto un anno fa era di tutt'altra natura, non era legata a questioni di carattere politico o divergenze all'interno della RSU. Però in questo momento io mi sento parte integrante della RSU e la spingo cercando di dare il massimo del mio apporto non solo a livello materiale, ma anche di idee.

Perfetto. Ringraziamo Vincenzo, e approfittiamo per fare ulteriori auguri a questa lotta che, giustamente in questa fase, può essere e dal nostro punto di vista deve diventare, un riferimento anche per altre lotte affinché soprattutto le si possa unire e cercare in questo modo di trovare soluzioni alternative alla crisi per gli interessi dei lavoratori.

Io invece ringrazio voi e approfitto per dirvi che tutto questo ci sta servendo per capire qual'è la situazione che sta passando questo paese. Abbiamo coniato uno slogan che dice “LA RESISTENZA E' LA NOSTRA ARMA, L'UNITA' E' LA NOSTRA FORZA” e questo io spero che valga per tutte le aziende, per tutte le realtà lavorative che oggi sono in lotta per mantenere il proprio posto di lavoro. Grazie.

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