Trasporto Pubblico Locale: la scintilla di Genova è solo l'inizio - Falcemartello

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Il blocco dei mezzi portato avanti dai lavoratori della Amt di Genova ha suscitato enormi simpatie sia tra i lavoratori della città della lanterna che nel resto del paese.

Accadde anche dieci anni fa con la lotta degli autoferrotranvieri per il rinnovo della parte economica del contratto, che avrebbe dovuto portare nelle tasche dei lavoratori 106 euro di aumento. Il primo dicembre del 2003 ci fu il blocco dei lavoratori Atm di Milano che decisero di non fare uscire i mezzi dai depositi, non rispettando le fasce di garanzia previste dalle leggi 146/90 e 83/2000.

Grazie alla massiccia adesione dei lavoratori in tutte le città si riprese la trattativa. Con la firma dell’accordo nazionale, la mobilitazione, invece di placarsi si allargò ulteriormente portando ad un nuovo fermo dei mezzi a Milano e non solo.
Per capire da dove nasce la rabbia dei lavoratori del settore (oltre Genova ci sono state mobilitazioni anche a Firenze, Roma, Livorno, ecc.) bisogna fare qualche passo indietro.
Il settore del Trasporto pubblico locale (Tpl) ha subìto un lungo processo di privatizzazione che vede un punto di svolta nella legge Bassanini del 1997, appoggiata dal centrosinistra. Nonostante siano trascorsi 15 anni, le aziende del settore del trasporto pubblico locale, tutte ex municipalizzate, sono ancora oggi (nella maggioranza dei casi) detenute dagli enti locali.
Le aziende sono circa 1.140, per un numero totale di addetti che non supera le 100mila unità: solo dai numeri si evince che si sono mantenute consorterie legate ad interessi di bottega, essendo i vertici nominati dagli enti locali. Sacche di clientelismo permangono nonostante la crisi. Come nel caso della parentopoli scoppiata in Atac a Roma (sindaco della città era all’epoca Alemanno) dove, per chiamata diretta, sono stati assunti mogli di assessori e amici vari.
Altro esempio eclatante è l’Amt di Palermo dove, nel 2007, vennero assunti poco prima delle elezioni 110 autisti senza patente, con la promessa che avrebbero perfezionato il requisito necessario per la guida dei mezzi successivamente.
Questi elementi non devono farci perdere di vista il fatto che il taglio ai trasferimenti agli enti locali, le privatizzazioni o l’attacco al pubblico impiego sono funzionali alle attuali esigenze della borghesia italiana e conducono a un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie.
Sulle aziende del settore pesano naturalmente non solo la malagestione e le ingerenze, ma i pesanti tagli ai finanziamenti statali: il Fondo nazionale dei trasporti è di 4,9 miliardi rispetto al fabbisogno stimato di 6,4.
La strada della privatizzazione è già stata provata in altri paesi ed anche in Italia, ma non ha garantito alcun miglioramento del servizio né la fine del malcostume e proprio il caso Amt di Genova ne è un esempio: nel 2005 il 41% della società venne venduta alla società Tag controllata dalla francese Transdev. L’azienda è stata nei fatti privatizzata.
Uno dei rappresentanti del nuovo acquirente nel Cda di Amt, aveva chiarito i termini della partecipazione affermando “noi siamo qui per guadagnare non per perdere quattrini”.
L’acquisizione delle quote Amt da parte di Transdev avvenne a costo zero. La società sborsò 22,6 milioni di euro, ricevendo in garanzia dal Comune consulenze per 3 milioni di euro l’anno per 6 anni.
Nemmeno nella stagione dei saldi si fanno affari di questo tipo!
L’operazione è un caso per occupare più di una puntata di Report e non è dissimile da altre operazioni successive e più note tra cui Alitalia. In sostanza prima della privatizzazione Amt è stata divisa in due società: la prima che si occupa dell’esercizio da privatizzare, che viene ceduta alla cordata con a capo i francesi, la seconda è l’Ami che rimane interamente pubblica e che si tiene il deficit accumulato nei decenni precedenti. Per tale operazione la Corte dei conti ha calcolato un indebito vantaggio concesso al privato costato alle casse comunali circa 70 milioni di euro.
Con l’arrivo del privato non vengono meno consorterie e privilegi, non viene esteso o migliorato il servizio e peggiorano le condizioni dei lavoratori.
La rabbia è stata accumulata per anni anche se celata dall’impotenza di fronte a un attacco alle condizioni di vita e di lavoro che non ha avuto alcun argine a sinistra. Quello che manca è un’alternativa sia alla privatizzazione che alla gestione clientelare. Questa può passare dal controllo dei lavoratori e degli utenti delle aziende del trasporto locale la cancellazione degli stipendi stellari dei manager e dei loro amici, il ritorno al pubblico delle aziende privatizzate. Il tutto sulla base di un piano di rilancio del Tpl, basato sul raddopio dei fondi statali ad esso destinati, gestito da comitati di lavoratori ed utenti.
Il nostro primo compito è mettere questa mobilitazione al posto giusto. Uno degli slogan è stato “la scintilla dell’Italia siamo noi” e ha mostrato la forza della classe lavoratrice una volta che si mobilita.
Abituatevi: è la musica del futuro che i lavoratori si apprestano a suonare.