1968-69: un biennio rivoluzionario - Falcemartello

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È uscito il nº 2 della rivista

"In difesa del marxismo"

È uscito il secondo numero della nostra rivista teorica, "In difesa del marxismo". Questa edizione è interamente dedicata a ripercorrere le vicende del "biennio rosso" 1968-69, e in particolare ad un’analisi dello sviluppo delle lotte operaie, del ruolo delle diverse organizzazioni, dal sindacato, al Pci, alle formazioni della "nuova sinistra".

Riportiamo di seguito un ampio estratto della presentazione che apre la rivista.

"La gran parte dei libri scritti negli anni ‘70 che parlano del ‘68-69 (a parte rare eccezioni) si distinguono per la loro povertà teorica e per essere fortemente condizionati dalle dispute (in certi casi vere e proprie risse) interne al movimento e dalla collocazione politica degli autori. Negli anni ‘80, la pubblicazione di materiale sul ‘68 è stata forse anche peggiore. Il libro che maggiore circolazione ha avuto, Formidabili quegli anni di Mario Capanna, è senz’altro uno dei più criticabili, condizionato com’è dall’egocentrismo del personaggio e dalle necessità di cassetta (vista la massiccia campagna pubblicitaria che gli è stata costruita attorno). In quel libro il leader storico della Statale di Milano dà una lettura riformista degli avvenimenti, tale per cui il ‘68 sarebbe un movimento di massa trasformatore che ha "il senso essenziale di un varco. Aperto per guardare, pensare, andare più lontano".

Altri tra i protagonisti di quegli anni hanno formulato giudizi molto netti, a posteriori, sull’impossibilità che quel movimento sfociasse in una rivoluzione. Tra questi includiamo Piero Bernocchi e Vittorio Foa.

Troviamo pienamente condivisibile quanto affermato da Marco Scavino e Diego Giachetti nell’introduzione al loro La Fiat in mano agli operai, che ci pare uno dei testi più validi fra quelli che abbiamo consultato: "L’indagine storica su quel periodo appare oggi ancora largamente insufficiente. Non solo dal punto di vista dell’interpretazione generale che di essa si dà nel quadro di sviluppo della società nel secondo dopoguerra, ma anche sul piano delle ricostruzioni fattuali e dei contesti specifici in cui quei fatti si svolsero. Per quanto possa apparire paradossale, sul biennio 1968-’69 e sulle lotte operaie dell’autunno, che ne costituirono l’apice, possediamo ancora pochi elementi di conoscenza veramente approfonditi. Abbiamo ottimi studi sociologici e di storia delle relazioni industriali, ma pochi lavori di impianto storiografico. Le ragioni sono molte e senz’altro complesse. L’impressione più immediata è che oggi il tema del ruolo che il conflitto sociale (in primo luogo quello operaio) ha avuto nello sviluppo della società non riscuota molto interesse.".

Ma se quelle lotte non riscuotono un grande interesse tra gli intellettuali della sinistra e in quel ceto politico che del ‘68 è espressione, sicuramente hanno un enorme importanza per quelle giovani generazioni di operai e di studenti che nei prossimi anni si apprestano a ripercorrere le strade della rivolta sociale, della lotta per il comunismo.

Possiamo immaginare la reazione che avranno gli scettici e i cinici che in gran quantità militano oggi nel movimento operaio, e i risolini che pioveranno addosso a noi "poveri illusi".

Questo lavoro non è pensato per loro, ma è stato fatto per quei giovani militanti che già oggi (nella sinistra del Prc, ma non solo) credono fermamente nella possibilità di cambiare la società e che proprio per questo hanno una assoluta necessità di fare i conti col ‘68 per imparare da quella esperienza, per non commettere gli stessi errori delle generazioni precedenti, perché quella sconfitta possa servire se non altro a non subirne di nuove in futuro.

Concludendo il libro Pensare il ‘68, Alfonso Gianni domanda a Fausto Bertinotti di riassumere il senso di quegli anni con una frase. La risposta che viene data dal segretario del Prc è: "Ci hanno provato".

La visuale di chi scrive non è quella di chi ha rinnegato la concezione di Lenin sul partito, che non ci stancheremo mai di dire nulla ha a che fare con quella stalinista del partito monolitico basato sul culto della personalità. Continuiamo a pensare che il ruolo del partito comunista (se questi è veramente tale) sia decisivo, non tanto per creare le condizioni rivoluzionarie (che possono verificarsi anche in assenza di un partito di tali caratteristiche) ma sì per la conquista del potere da parte del proletariato.

Rispetto al ‘68 e all’autunno caldo in pochi hanno insistito su un argomento fondamentale: la sconfitta non era determinata, il problema non era di condizioni oggettive, non si trattava di un problema di immaturità della classe operaia, ma piuttosto di immaturità della sua direzione politica. Non esisteva in Italia un partito che sapesse (o volesse) orientare il movimento in direzione anticapitalista.

Non lo volevano i gruppi dirigenti del Pci e del Psiup (per non parlare del Psi), che si muovevano in un‘ottica riformista; dall’altra parte non ci fu una sola organizzazione tra le tante che sorsero in quegli anni nella "sinistra rivoluzionaria" che seppe interpretare correttamente la situazione sociale fornendo le necessarie indicazioni politiche, strategiche e tattiche, in una parola che sapesse farsi carico dei compiti di direzione politica, assolutamente indispensabili ogni qualvolta il proletariato si ponga il problema di lottare per l’abbattimento del sistema capitalista.

Da sempre il movimento operaio deve imparare dalla propria esperienza, tanto dalle lotte vittoriose come dalle sconfitte. Non crediamo, pertanto ai ritornelli che ci dicono "non siamo più nel ’68", oppure "non siamo più nel 1917". Ogni epoca storica ha certo le proprie caratteristiche uniche e originali, che devono essere analizzate e capite in tutti i loro aspetti. Per noi il marxismo non è e non deve essere un’insieme di formule pronte all’uso per ogni occasione, né un "catechismo rivoluzionario", un breviario da consultare come un libro di ricette. Altrettanto sbagliate però ci sembrano quelle posizioni che unilateralmente dichiarano che la nostra epoca è radicalmente diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta, e che quindi bisogna reimparare tutto da capo.

La classe dominante ha sempre posto grande cura nel cancellare o nel falsificare la memoria storica del movimento operaio, e in particolare delle sue lotte più avanzate. Esiste quindi un rischio oggettivo, al di là delle intenzioni, che questo tipo di posizioni apra ancora di più la strada alla pressione ideologica che la borghesia esercita proprio allo scopo di fare dei lavoratori una classe senza memoria e senza coscienza.

Speriamo quindi che questo contributo possa servire al contrario a far vivere la memoria di quel biennio rivoluzionario, non come una bella storia dei tempi passati, ma come una fonte di maturazione politica, di conoscenza critica e, perché no, anche di ispirazione e di esempio per tutti coloro che credono, come noi, che anche la notte più lunga prima o poi finisce, e che nuovi e più profondi movimenti sapranno riprendere la strada interrotta dell’Autunno caldo…"

Crediamo che questo fascicolo possa costituire un utile contributo al dibattito per tutto coloro che nel sindacato e nella sinistra lottano per una linea alternativa all’attuale corso disastroso della sinistra "ufficiale".

Potete ordinare la rivista telefonando ai numeri indicati in ultima pagina.