Come non fare la storia della rivoluzione russa - Falcemartello

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(riflessioni sul primo numero di "Antagonismi")

Il 5 novembre scorso è stato pubblicato il primo numero di "Antagonismi", supplemento al quotidiano del Prc Liberazione. La decisione di pubblicare mensilmente un inserto di riflessione teorico-politica è stata indubbiamente accolta con grande favore da parte dei militanti del Prc, considerato che da tempo numerose voci lamentano l’assenza di un serio e sistematico lavoro di formazione all’interno del partito.

L’argomento scelto accresceva l’interesse verso la nuova iniziativa: sotto il titolo, a dire il vero più colorito che politicamente significativo ("Chi ha ucciso la rivoluzione?"), ci si proponeva infatti di avviare una riflessione sulla rivoluzione russa del 1917 e sulla sua successiva degenerazione. Un tema che, è bene ricordarlo, non aveva mai trovato spazio per un dibattito approfondito nei dieci anni di esistenza del Prc.

Tanto maggiori sono state le attese, tanto grande è stata la delusione, almeno per chi scrive, una volta letta la rivista.


Riesce persino difficile abbozzare una critica di questo lavoro sconcertante. È mai possibile che in ben 16 pagine di testo sulla rivoluzione russa non vi sia un solo accenno alle cause storiche della rivoluzione; che non venga neppure citato il nome del partito bolscevico (se non per citare la "bolscevizzazione staliniana" imposta ai partiti comunisti a partire dal 1925), al suo sviluppo storico e ideologico prima della rivoluzione, al suo ruolo nella rivoluzione stessa, alle lotte che lo attraversarono, al pensiero di Lenin e dei suoi altri dirigenti; non una riga di valutazione storica sul fenomeno dello stalinismo (solo frasi ad effetto di stampo giornalistico); non una riga sulla distruzione dello stesso partito bolscevico per opera di Stalin (a questo proposito non si può che allargare le braccia leggendo il contributo di Livio Maitan); non una riga di bilancio storico sull’evoluzione dell’Urss, fatte salve poche osservazioni generali di A. Burgio che commenterò brevemente di seguito.

Neanche una parola viene spesa sul processo di restaurazione capitalistica che ha investito l’ex Urss, sulle sue cause e sulle sue conseguenze.

Persino nella bibliografia, sia quella "cartacea" che quella sul web, vengono rigorosamente cancellati tutti i riferimenti ad autori bolscevichi. Ma è mai possibile pensare di stilare una bibliografia sulla rivoluzione russa ignorando gli scritti di Lenin sulla guerra, sull’imperialismo, sulla questione delle nazionalità e sullo Stato? O la Storia della rivoluzione russa di Trotskij, o la Rivoluzione tradita dello stesso Trotskij?

Ragioni di spazio impediscono di trattare approfonditamente tutti gli argomenti proposti. Mi limiterò ad alcuni nodi che ritengo fondamentali.

La conquista del potere

Nel contributo di Bertinotti emerge una posizione di esplicito rifiuto del tema della presa del potere.

Il problema, ci si dice in sostanza, è che "i successori di Marx" (cioè in primo luogo, supponiamo, i bolscevichi e Lenin) "insistono su una tappa intermedia tra capitalismo e comunismo", cioè il socialismo, concentrando tutta la loro attenzione sulla politica e trascurando "la socialità del lavoro". Tesi non nuova, che in fin dei conti si riduce all’abbandono di ogni idea di rivoluzione perché "l’emancipazione politica per sé non risolve la questione della libertà, anzi può addirittura fuorviare da quella sfida".

"Viene rinviata ‘sine die’ la questione della liberazione del lavoro", scrive il segretario. Ammesso che questa frase abbia un senso, non può essere che il seguente: i bolscevichi avrebbero dovuto passare immediatamente alla costruzione di una società integralmente comunista. Come questo fosse possibile in un’economia arretrata e contadina, in presenza di un accerchiamento di potenze ostili e nel mezzo di una guerra civile il segretario non lo spiega. Così come non spiega che concetti simili ai suoi vennero avanzati dalle opposizioni operaiste ed estremiste nello stesso partito bolscevico, e che dovettero essere abbandonati di fronte alla dura prova dei fatti. Come faccia poi Bertinotti ad attribuire un simile concetto a Marx rimane un mistero altrettanto fitto.

A partire dal Manifesto del partito comunista fino agli ultimi scritti di Marx, in particolare dopo la Comune di Parigi, il nodo della conquista del potere politico da parte del proletariato rimane il filo conduttore dell’opera di Marx. Bertinotti sbaglia ad attribuire ai "successori di Marx" l’insistenza su una tappa intermedia tra capitalismo e comunismo; Marx dedusse precisamente dall’esperienza della Comune la sua posizione sullo Stato operaio e sulla dittatura del proletariato, gettando le basi che poi sarebbero state riprese da Lenin in Stato e rivoluzione, dove le premesse teoriche della rivoluzione russa vennero precisate e affinate.

La "liberazione del lavoro", ossia la scomparsa del carattere alienante e oppressivo che il lavoro assume sotto il capitalismo, può essere raggiunta solo quando lo sviluppo economico e culturale raggiunga livelli elevatissimi, premessa indispensabile per un pieno controllo dei lavoratori su tutto il processo produttivo, sia in fabbrica che nell’insieme della società. Marx sintetizzò con grande chiarezza questo problema quando scrisse che in nessuna società il diritto, cioè le leggi, può elevarsi al di sopra del regime economico. Sviluppare un’industria moderna, un sistema di comunicazioni, trarre la Russia fuori da una barbarie plurisecolare, alfabetizzare il paese, erano compiti immediati della rivoluzione, a maggior ragione se si considera l’estrema arretratezza del capitalismo russo nel 1917. La realtà è che in tutta la sua storia l’Urss è stata costretta a impegnare le proprie risorse non nella costruzione di un’economia socialista, e tantomeno del comunismo, ma nella lotta per "raggiungere e superare" (Lenin) il livello economico dei principali paesi capitalistici; una lotta che non fu mai vinta, ma che mise in luce le enormi potenzialità di un’economia a proprietà statale, nella quale non esisteva proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e della finanza, che non veniva gestita in base alla ricerca del massimo profitto di ogni singolo capitalista, ma in base ad una pianificazione.

La rivoluzione, la presa del potere politico, non significa certamente che questo problema possa essere risolto immediatamente, al contrario. Ma dire, come dice Bertinotti, che l’emancipazione politica può addirittura "fuorviare" da questo problema conduce inevitabilmente a una di queste due conclusioni: primo, è possibile (ma come non si spiega) passare "direttamente" alla costruzione di un’economia comunista e alla "liberazione del lavoro" immediatamente dopo una rivoluzione (posizione utopistica di tipo anarchico); oppure significa che il movimento operaio deve disinteressarsi del problema del potere fintanto che non si siano create le premesse oggettive (sotto il capitalismo?) di questa liberazione (posizione che apre la strada a una visione opportunista).

Altrettanto sterile è la critica al "germe militare e autoritario", ripresa più esplicitamente da Marco Revelli, il quale spiega che la rivoluzione "ha cominciato a spegnersi nel momento in cui il pugno di uomini che l’aveva tentata (…) hanno cominciato a chiudersi implacabilmente nella difesa di quel Partito e di quello Stato contro tutto e contro tutti".

In altre parole, i bolscevichi sbagliarono a opporsi con le armi agli eserciti stranieri che invasero l’Urss per soffocare la rivoluzione e agli eserciti bianchi controrivoluzionari.

Il ruolo del partito

Nell’articolo di Rina Gagliardi si introduce un tema strettamente collegato al precedente: il rapporto tra il movimento consiliare che attraversò non solo la Russia, ma tutta l’Europa, e il partito rivoluzionario. I Consigli operai sorsero in Russia, col nome di soviet, ma anche in Germania, in Italia, in Ungheria, persino in Inghilterra. Il sorgere di organismi spontanei, che raggruppavano e organizzavano la gran maggioranza del proletariato (e spesso anche dei soldati e parte dei contadini) era la testimonianza più chiara della natura rivoluzionaria del periodo. La partecipazione irruente delle masse creava nuovi canali di partecipazione ed elementi embrionali di un nuovo potere, di uno Stato proletario. Nel suo testo, tuttavia, la Gagliardi ripropone la più classica delle posizioni movimentiste, contrapponendo implicitamente il partito ai consigli.

L’esperienza di tutte quelle rivoluzioni dimostra precisamente il contrario. In Russia i soviet (consigli) conquistarono il potere precisamente grazie al partito bolscevico, che sviluppò una strategia e una tattica corrette e grazie a questo conquistò la maggioranza negli stessi soviet e guidò l’insurrezione. In tutti gli altri paesi i consigli vennero sconfitti precisamente per la mancanza di un partito rivoluzionario sufficientemente radicato e politicamente maturo per guidare il movimento alla presa del potere: Italia, Ungheria, Germania videro delle sconfitte sanguinose della rivoluzione che aprirono successivamente la strada al fascismo e al nazismo.

La completa incomprensione del ruolo del partito rivoluzionario è la logica conseguenza della posizione di Bertinotti richiamata in precedenza: se si rinuncia alla rivoluzione, viene meno anche la necessità di un partito rivoluzionario; il marxismo viene trasformato da teoria rivoluzionaria a semplice "analisi critica" del capitalismo, buona per tutti gli usi e accettabile dall’intellettualità progressista, ma completamente priva di sbocco politico.

Stalinismo uguale bolscevismo?

La compagna Gagliardi parla di "partito" in generale, senza interrogarsi sulla politica seguita dal partito stesso, e identificando di fatto il bolscevismo dei grandi anni rivoluzionari con la "bolscevizzazione staliniana" degli anni successivi, che si allontanava completamente dall’elaborazione, dai metodi, dalle tradizioni internazionaliste della rivoluzione. Non a caso la "bolscevizzazione" condotta da Zinoviev nell’Internazionale comunista coincise con il lancio in grande stile della teoria staliniana del "socialismo in un solo paese", vale a dire con la prima grande rottura in campo teorico con tutta la tradizione marxista e leninista.

La voluta ambiguità e confusione su questo tema pervade largamente gli articoli di "Antagonismi". Conseguenza logica: nessuno trova il coraggio di tentare di analizzare la lotta interna al partito bolscevico negli anni ’20 e ’30, di dire cosa rappresentavano politicamente le correnti di Stalin, di Trotskij, di Bukharin.

Chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia dell’Urss (e un minimo di onestà intellettuale) sa che esiste un abisso tra lo stalinismo e il bolscevismo. Nei programmi, nei metodi, nel personale politico, lo stalinismo rovesciò l’eredità dell’Ottobre: dall’internazionalismo al "socialismo in un solo paese", dalla democrazia sovietica a uno Stato burocratico totalitario. Le "purghe" degli anni ’30 cancellarono completamente non solo la generazione della rivoluzione, ma anche quella della guerra civile, distruggendo l’eredità politica del bolscevismo e cancellando anche la continuità fisica del movimento. Altro che lotta tra "ortodossi" ed "eretici", come la descrive la compagna Gagliardi! Quelli che chiama gli "ortodossi" (e il sottinteso evidente è che difendessero l’ortodossia bolscevica) furono gli affossatori della rivoluzione e del bolscevismo, e gli "eretici" a partire da Trotskij, furono coloro che si mantennero fedeli ad essa e diedero voce agli interessi e al programma di un proletariato che veniva via via schiacciato dalla crescente reazione burocratica.

Ma tutto questo non interessa, si preferisce catalogare tutto nella comoda categoria degli "errori ed orrori" delle "tragedie": è più facile poi fare di ogni erba un fascio e chiudere con un gesto noncurante il capitolo storico della rivoluzione d’Ottobre.

Trotskij e l’opposizione di sinistra non hanno diritto, a 70 anni di distanza, neppure ad essere citati, se non in poche imbarazzate parole di Livio Maitan. Eppure, chi voglia oggi liberarsi di questa nuova e perbenistica forma di censura (non si fucila nessuno, ci si limita a cancellare col silenzio) e tentare una ulteriore ricerca, troverà in opere di Trotskij come La rivoluzione tradita, In difesa del marxismo, Stalin e tante altre una ricchissima e rigorosa analisi marxista dello stalinismo, della sua parabola e anche delle illuminanti anticipazioni sul processo di restaurazione capitalistica del quale siamo stati testimoni negli anni ’90. Un processo sul quale ci si sottrae scandalosamente ad ogni giudizio serio: d’altra parte, ad una posizione ambigua sulla rivoluzione non può che seguirne una agnostica sulla controrivoluzione.

La restaurazione degli anni ‘90

Su questo tema tenta di distinguersi Alberto Burgio, prendendo le distanze da coloro che "pronunciano troppo precipitosamente verdetti di morte" e, a maggior ragione, da coloro che hanno visto nella caduta del Muro di Berlino una qualche forma di progresso. Ma alle buone intenzioni non seguono argomenti particolarmente convincenti. Burgio dice alcune cose di banale buon senso quando parla della "degenerazione castale della nomenklatura", del rapporto tra piano e mercato, della situazione internazionale ed altro. Ma questo genere di buon senso si ritrae inorridito di fronte alle domande scottanti e più pregne di significato politico. Come e perché emerse e prevalse un ceto "privilegiato e parassitario"? Quali le cause della sua vittoria dopo la rivoluzione, e quali le cause dell’abdicazione finale in favore della restaurazione capitalistica nell’ultimo decennio? È sufficiente parlare di "errori dei gruppi dirigenti" per rispondere a queste domande? Per mezzo secolo la parola "errori" è stata la foglia di fico per giustificare e spiegare tutto: errore la collettivizzazione forzata nell’agricoltura, errore il "culto della personalità", errore i processi farsa e la strage di dirigenti comunisti negli anni ’30, errore la politica militare di Stalin nella prima fase della Seconda guerra mondiale, errori le repressioni in Germania nel 1953, in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968, errore la politica di Gorbaciov…

L’unico elemento oggettivo che Burgio pone al centro della propria argomentazione è la corsa agli armamenti, la competizione con gli Usa che drenò enormi risorse economiche. Ma questo non basta a spiegare la restaurazione avvenuta negli anni ’90. Altrimenti questa sarebbe dovuta avvenire ben prima, negli anni ’30 o ’40, quando i rapporti di forza erano i gran lunga più sfavorevoli all’Urss.

Burgio parte dicendo di voler difendere l’eredità della rivoluzione, ma finisce col difendere la burocrazia, tacendo sul suo ruolo controrivoluzionario; tra l’altro, è bene sottolineare come questo non sia un dibattito puramente retrospettivo: basta volgere lo sguardo verso la Cina, dove un processo di restaurazione del capitalismo prosegue ormai da anni sotto il controllo del Partito comunista e dove questo sta causando un’aspra lotta di classe. Su quale fronte si deve schierare oggi un comunista? Con gli operai cinesi che tentano di lottare contro le privatizzazioni e che subiscono condizioni di sfruttamento inumane nelle "zone speciali" dell’investimento straniero, oppure con i "miliardari rossi" chre rischiano di portare la Cina, sia pure per altre vie, allo stesso disastro che abbiamo visto in Urss?

Il fatto decisivo su cui Burgio non vuole confrontarsi, in relazione allo stalinismo, rimane che la burocrazia dominante, perlomeno nei suoi circoli dirigenti, ad un determinato momento si è trasformata essa stessa nel principale agente della restaurazione capitalistica. Un "errore" anche questo?

Riscoprire l’eredità del marxismo

La lettura di "Antagonismi" non ci illumina su chi abbia "assassinato la rivoluzione", ma rende evidente a chiunque abbia occhi per vedere che quella rivoluzione rappresenta oggi per molti, troppi nel nostro partito, un insopportabile e fastidioso imbarazzo.

Per parte nostra riteniamo che uno studio attento e scrupoloso dell’esperienza storica del bolscevismo, della rivoluzione russa, dell’Internazionale comunista, dello stalinismo e delle rivoluzioni e controrivoluzioni degli anni ’20 e ’30 rimanga un elemento indispensabile nella formazione del patrimonio teorico di una forza comunista.

In questa ricerca, un posto di primo piano tocca precisamente alle opere di Trotskij, particolarmente agli scritti degli anni ’30. Il più importante fra quelli dedicati all’analisi dello stalinismo, La rivoluzione tradita, è stato recentemente ripubblicato dalla nostra redazione, e possiamo dire con soddisfazione che la richieste e le sollecitazioni che ci vengono dai numerosi incontri che stiamo tenendo in diverse città d’Italia dimostrano come esista un forte interesse ad approfondire questi temi: quale alternativa al sistema capitalista, quali possono essere gli sbocchi di un processo rivoluzionario, cosa significa oggi rifondare una forza comunista.

Su questa strada quindi continueremo ad impegnarci, nella convinzione che non esiste rifondazione del comunismo che prescinda dalla riscoperta della più autentica tradizione rivoluzionaria della nostra epoca.