Il "pessimismo cosmico" - Falcemartello

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Il "pessimismo cosmico"
di Marco Revelli

Una lettura de "La sinistra sociale"

 Nel dibattito che attualmente si svolge nel Prc e in generale fra gli attivisti più avanzati del movimento operaio, le idee di Marco Revelli, sociologo impegnato da decenni nella sinistra e nel movimento sindacale, hanno più volte trovato una larga eco. Parole come la "globalizzazione" e il "postfordismo" sono oramai accettate come un luogo comune nei nostri dibattiti, senza alcun tipo di valutazione critica.

A questo proposito ci pare utile una breve analisi del libro di Marco Revelli La sinistra sociale, nel quale ci pare che questo tipo di idee venga espresso in forma completa e sistematica.

 Revelli ci parla di una "apocalissi sociale", rappresentata in primo luogo dalla disoccupazione strutturale in Europa e dall’impoverimento e imbarbarimento delle condizioni della classe lavoratrice americana, fenomeni che illustra con abbondanti e utili dati. Schematicamente riassumiamo i tre elementi fondamentali su cui Revelli poggia al sua analisi:

1) La fine della grande fabbrica fordista, a vantaggio delle reti di piccole o medie imprese fra loro collegate, che porterebbe alla fine del conflitto di classe come lo abbiamo conosciuto in passato.

2) Questo a sua volta porta alla fine del compromesso sociale che era alla base del Welfare State, al posto del quale si sviluppano quelli che Revelli chiama conflitti orizzontali, o più banalmente guerre fra poveri.

3) L’enorme esplosione finanziaria degli anni ’90, con la nascita di un unico mercato finanziario integrato a livello mondiale, che porta alla crisi della "politica", ossia all’incapacità degli Stati nazionali di controllare il processo economico.

Cosa c’è alla base di tutto questo? Revelli si dilunga ampiamente sulla fine della fabbrica fordista classica, sulla crisi dei giganti industriali del genere di Mirafiori, sul ruolo delle nuove tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni, ecc. Tutto questo suona molto "materialista" e magari anche marxista, ma purtroppo non è né l’uno né l’altro.

 

Una caricatura del marxismo

 

È una caricatura del marxismo tentare di dedurre direttamente dai metodi di produzione, dalla tecnologia, gli sviluppi politici. È ovvio che l’operaio tessile degli albori del capitalismo impiegato in una manifattura mossa da un motore a vapore era molto differente dal metalmeccanico impiegato nella fabbrica gigante con 50mila operai degli anni ’70, e che questo a sua volta è differente dal programmatore di computer odierno. Ma ha un senso dedurre da queste trasformazioni la fine della lotta di classe, come implicitamente suggerisce Revelli (e molti altri che la dichiarano apertamente)?

Sarebbe utile ricordare che quando nacque la catena di montaggio e la grande fabbrica, questa era la disperazione dei sindacalisti del’epoca. Fino ad allora, infatti, il sindacato e il movimento operaio si basavano soprattutto sugli operai più qualificati, con un’elevata autonomia nel lavoro, i quali sparivano, messi in crisi proprio dall’automazione e dalla meccanizzazione. Ci vollero fra i due e i tre decenni perché in Usa (e nel resto del mondo non fu molto differente) si passasse dall’antico sindacalismo "di mestiere", che si basava sugli operai qualificati, al sindacalismo "industriale", cioè che organizzava intere fabbriche o rami industriali prescindendo dalle figure professionali che vi erano impiegate. Due o tre decenni che oggi ci appaiono giustamente come un breve lasso di tempo nel quale la classe operaia adattò i propri metodi di lotta e di organizzazione alle nuove condizioni.

La realtà è che la produzione just in time, la "flessibilità" e tutte le altre parole "alla moda" della sociologia industriale, che tutti nella sinistra ripetono senza capire di cosa parlano, non sono altro che la razionalizzazione da parte del capitale, delle necessità dell’industria in una fase di stagnazione generale del capitalismo. In altre parole quello che è decisivo non sono i computer o altre tecnologie, ma il fatto che l’economia mondiale è in sostanziale stagnazione da due decenni, che i mercati non crescono più come una volta, e che in questo contesto per mantenere dei "ragionevoli" margini di profitto diventa necessario tagliare sistematicamente ogni possibile "scorta di grasso", siano questi i magazzini troppo ampi, o le pause troppo lunghe concesse agli operai, in una lotta sempre più serrata.

In questa situazione emergono certamente fenomeni che sembravano appartenere alla storia del capitalismo ottocentesco, legati alla precarizzazione selvaggia, ecc. La ripresa in grande stile della filantropia borghese negli Usa non è che l’altra faccia della medaglia della crescita della povertà e della distruzione dello stato sociale.

Il problema è che Revelli non vuole rendersi conto che il capitalismo degli anni ’60 e ’70, che egli considerava un "paradigma", era in verità un’eccezione storica, un periodo che per motivi che qui possiamo solo elencare (effetti della rivoluzione russa e della vittoria dell’Urss nella seconda guerra mondiale, effetti economici della guerra in Europa, avanzata generale di movimenti antimperialisti nelle colonie, ecc.) fece deviare il capitalismo dalle sue "normali" condizioni di funzionamento.

 

Capitalismo: un sistema in crisi

 

Il concetto di crisi del capitalismo del tutto assente dall’analisi di Revelli, che anzi nega che esista un rallentamento nello sviluppo delle forze produttive. È questa una delle carenze più gravi del libro, poiché è impossibile tracciare una proposta credibile astraendosi dal contesto reale del capitalismo di oggi. Invece ci si limita ad una classificazione delle diverse fasi del capitalismo, senza domandarsi se questo sistema sia nel suo complesso in una fase di ascesa o di declino.

La sinistra, ci dice Revelli, deve essere "sociale", nel senso che il compito attuale non è nè politico, né sindacale, ma è quello di costruire una rete di rapporti sociali basati sulle attività di assistenza all’individuo, una rete che crei una sorta di "controsocietà" al di fuori del mercato. Negli anni scorsi abbiamo sentito ripetere migliaia di volte che "gli operai non lottano più come una volta", che i lavoratori sono in declino numerico, che quindi bisogna cercare di scoprire, quasi fosse una caccia al tesoro, chi sarà il nuovo soggetto rivoluzionario, o perlomeno "antagonista", nel nuovo millennio.

In questa gara di pessimismo Revelli stabilisce un nuovo record: il "soggetto" antagonista non va cercato perché non esiste: bisogna "costruirlo".

Dove porti tutto questo è fin troppo chiaro, e non a caso nell’"Appello" sottoscritto da 35 intellettuali francesi che Revelli riporta alla fine del libro con evidente approvazione, non manca l’inevitabile appello agli "uomini e donne di buona volontà" (testuale) per sostenere l’altrettanto inevitabile "politica economica e sociale decisamente innovatrice e democratica".

 

Torniamo con i piedi per terra!

 

Revelli descrive efficacemente la "cupola" del capitalismo mondiale: 37mila imprese "mondializzate", le quali controllano oltre 200mila "affiliate" con un giro d’affari di circa 4800 miliardi di dollari, "cifra impressionante, leggermente superiore all’intero valore dell’export mondiale di beni e servizi". Le prime cento di esse, con 12 milioni e mezzo di dipendenti, hanno un fatturato di circa il 25% del prodotto lordo globale. Classico esempio di queste imprese è la Nike, che con circa 8mila dipendenti occupa altri 75mila operai assunti da fornitori e subfornitori, particolarmente in Indonesia.

Questo tipo di delocalizzazione verso imprese più piccole non ha quindi nulla a che vedere con un ritorno alle origini del capitalismo, alla piccola impresa guidata da un capitalista indipendente. Dietro l’apparente riduzione della dimensione delle imprese si cela invece la più colossale concentrazione di potere e di pianificazione che l’industria abbia mai consciuto. Di fronte a questa "cupola" del capitalismo esiste una classe lavoratrice, che oggi si stima nel mondo in 2,5 miliardi di individui (un miliardo in più rispetto a 20 anni fa). Non manca dunque né conflitto di classe, né "soggetti rivoluzionari".

Mancano invece idee, proposte, teorie e organizzazione che in questo conflitto possano indicare la strada della vittoria. Da questo punto di vista la letteratura di cui il libro di Revelli è un valido rappresentante, non può rappresentare che una denuncia, talvolta bruciante, delle contraddizioni sempre più stridenti di questo sistema, ma non appena tenta di scendere sul terreno positivo si abbandona alle fantasticherie più strane.