Introduzione - Falcemartello

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“Comunque si giudichi il bolscevismo, è innegabile che la rivoluzione russa sia uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che l’ascesa dei bolscevichi è un fenomeno di importanza mondiale”.1

John Reed, 1 gennaio 1919

Nella storia mondiale esistono momenti che rappresentano punti di svolta decisivi; oggi stiamo vivendo proprio una tale congiuntura. Che si sia a favore o contro la Rivoluzione d’Ottobre, non può esserci alcun dubbio che questo singolo avvenimento abbia cambiato il corso della storia mondiale in un modo che non ha precedenti. La storia del ventesimo secolo è stata dominata dalle conseguenze di questo evento e ciò è riconosciuto anche dai commentatori più conservatori e ostili alla Rivoluzione d’Ottobre. Il crollo dello stalinismo e il tentativo di far tornare indietro l’orologio della storia di 80 anni è una trasformazione non meno importante. Qual è il bilancio di questi avvenimenti? Quali implicazioni hanno per il futuro dell’umanità? Quali conclusioni ne dobbiamo trarre?

Per quasi tre generazioni gli apologeti del capitalismo hanno sfogato la propria ira contro l’Unione Sovietica e non sono stati risparmiati sforzi nel tentativo di infangare l’immagine della Rivoluzione d’Ottobre e dell’economia nazionalizzata e pianificata che ne derivò. I crimini dello stalinismo tornarono molto utili a tale campagna diffamatoria, che consisteva nell’identificare il socialismo e il comunismo con il regime burocratico totalitario che sorse dall’isolamento della rivoluzione in un paese arretrato. Ma queste calunnie sono prive di fondamento; il regime instaurato dalla Rivoluzione d’Ottobre non fu né totalitario né burocratico, bensì il regime più democratico che sia mai esistito sulla terra, un regime in cui, per la prima volta, milioni di uomini e donne comuni avevano rovesciato i loro sfruttatori, preso in mano il proprio destino e iniziato a trasformare la società. Che tale compito, in determinate condizioni, sia stato deviato lungo canali non previsti dai dirigenti della rivoluzione non toglie validità alle idee della Rivoluzione d’Ottobre, né diminuisce l’importanza degli enormi progressi fatti dall’Urss nei 70 anni successivi.

L’odio per l’Urss, condiviso da tutti coloro le cui carriere e i cui redditi derivavano dall’ordine esistente, basato su rendita, interesse e profitto, non è difficile da comprendere; tale sentimento non aveva nulla a che vedere col regime totalitario di Stalin, dato che questi stessi “amici della democrazia” non si facevano scrupolo di lodare regimi dittatoriali quando faceva loro comodo. La “democratica” classe dominante britannica, ad esempio, fu ben contenta dell’ascesa di Hitler, finché i nazisti reprimevano i lavoratori tedeschi e rivolgevano la loro attenzione verso Est. Dalle stesse bocche, fino al 1939, si levavano cori di fervente ammirazione per Mussolini e Franco. Anche dopo il 1945 le “democrazie” occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti, garantivano un appoggio attivo alle più ripugnanti dittature, da Somoza a Pinochet, dalla giunta argentina a Suharto, purché difendessero la proprietà privata della terra, delle banche e delle multinazionali.

La loro ostilità implacabile verso l’Unione Sovietica non dipendeva, dunque, da un disinteressato amore per la libertà, ma dal gretto interesse di classe. Odiavano l’Urss non tanto per quello che aveva di cattivo, ma precisamente per i suoi aspetti progressivi e quello che osteggiavano non era la dittatura di Stalin (anzi i crimini dello stalinismo facevano molto comodo come strumento per infangare il nome del socialismo in Occidente), ma le forme di proprietà statalizzate che erano quanto restava delle conquiste dell’Ottobre. Il pericolo era tutto qui: la Rivoluzione aveva abolito radicalmente la proprietà privata dei mezzi di produzione e per la prima volta nella storia fu dimostrata la vitalità di un’economia statalizzata e pianificata, non nella teoria, ma nella pratica. Su un sesto della superficie terrestre, in un esperimento gigantesco e senza precedenti, fu dimostrata la possibilità di gestire la società senza capitalisti, latifondisti e usurai.

Oggi è di moda sminuire i risultati ottenuti o addirittura negarli completamente. Eppure la minima considerazione dei fatti porta ad una conclusione ben diversa. Nonostante tutti i problemi, le carenze e i crimini (di cui, a proposito, anche la storia del capitalismo ci fornisce un’abbondanza di esempi), furono realizzati in Unione Sovietica dei progressi straordinari grazie all’economia nazionalizzata e pianificata in quello che in termini storici fu un arco di tempo molto breve. Fu questo, e non altro, a provocare paura e odio nelle classi dominanti dell’Occidente capitalista e a spingerle anche oggi a raccontare sul passato le menzogne e le calunnie più spudorate (naturalmente sempre sotto le sembianze della più squisita “obiettività accademica”).

La borghesia deve seppellire una volta per sempre gli ideali della Rivoluzione d’Ottobre e, con la caduta del Muro di Berlino, ha dato vita ad una valanga di propaganda contro le conquiste delle economie pianificate della Russia e dell’Europa dell’Est. Questa offensiva ideologica degli strateghi del capitale contro il “comunismo” è stato un tentativo premeditato di negare le conquiste storiche scaturite dalla Rivoluzione. Per questi signori, fin dal 1917 la Rivoluzione rappresentava un’aberrazione storica, essendo possibile - secondo loro - una sola forma di società: il capitalismo che è sempre esistito ed esisterà sempre! Dunque non possono ammettere che si parli di conquiste dovute ad un’economia nazionalizzata e pianificata; le statistiche sovietiche sarebbero dunque semplicemente esagerazioni o falsità.

Le cifre non mentono, ma i bugiardi sanno usare le cifre. Tutti i colossali progressi dell’alfabetizzazione, della sanità e della previdenza sociale sono stati nascosti da una cascata di menzogne e distorsioni volta a cancellare le autentiche conquiste del passato. Tutte le carenze della vita sovietica - che pure non mancavano - sono state ingrandite in modo sproporzionato e utilizzate per “dimostrare” che non c’è alternativa al capitalismo. Ora sostengono addirittura che non si registrarono progressi, ma un declino.

È stato affermato che l’Urss degli anni ’80 era tanto indietro rispetto agli Stati Uniti quanto lo era stato l’Impero russo del 1913 - scrive lo storico dell’economia Alec Nove, che conclude: - le revisioni statistiche hanno avuto un ruolo politico nel delegittimare il regime sovietico.2

È ironico il fatto che questa revisione della storia echeggi con forza i vecchi metodi della burocrazia stalinista, capace di capovolgere la storia, trasformare figure dirigenti in nullità o demonizzarle, come nel caso di Lev Trotskij, sostenendo sovente che il nero non era proprio nero, anzi era uguale al bianco. Gli scritti attuali dei nemici del socialismo non sono affatto diversi, tranne per il fatto che calunniano Lenin con lo stesso odio cieco e la stessa malignità che gli stalinisti riservavano a Trotskij.

Alcuni degli esempi peggiori di questa scuola provengono proprio dalla Russia, ma ciò non deve sorprendere, in primo luogo perché questa gente è cresciuta alla scuola stalinista della falsificazione, che considerava la verità come un semplice strumento al servizio dell’élite governante. I professori, gli economisti e gli storici erano abituati, con alcune onorevoli eccezioni, ad adattare i loro scritti alla “linea” del momento. Gli stessi intellettuali che avevano lodato Trotskij come fondatore dell’Armata Rossa e leader della Rivoluzione d’Ottobre non si fecero scrupoli qualche anno dopo nel denunciarlo come agente di Hitler. Gli stessi scrittori che avevano incensato il Grande Leader e Maestro Stalin non ebbero problemi a saltare prontamente dall’altra parte quando Nikita Kruscev scoprì e denunciò il “culto della personalità”. Le abitudini sono dure a morire. Il metodo della prostituzione intellettuale è lo stesso; solo il padrone è cambiato.

Occorre considerare però anche un altro motivo ben distinto. Molti dei nuovi capitalisti nella Russia attuale sono stati loro stessi membri della vecchia nomenklatura, gente che fino a poco tempo fa aveva la tessera del Partito comunista in tasca e parlava nel nome del “socialismo”, ma in realtà non aveva nulla a che fare con il socialismo, il comunismo o la classe operaia. Essi erano parte integrante di una casta dominante parassitaria che viveva nel lusso sulle spalle dei lavoratori sovietici ed ora, con lo stesso cinismo, sono passati apertamente dalla parte del capitalismo. Ma una tale conversione miracolosa non si può consumare così facilmente; l’intellighenzia convertita sente un bisogno impellente di giustificare la sua apostasia coprendo di maledizioni la fede che professava fino a ieri. Con questi mezzi cerca di gettare fumo negli occhi delle masse lavoratrici e di pulirsi la propria coscienza (nel caso improbabile che ce l’abbia). Anche il peggior mascalzone vuole trovare una qualche giustificazione alle proprie azioni.

Contro questa campagna di menzogne e calunnie è essenziale ristabilire la verità. Non vogliamo sovraccaricare il lettore di cifre, ma è necessario dimostrare oltre ogni dubbio gli enormi progressi compiuti grazie all’economia pianificata. Nonostante i mostruosi crimini della burocrazia, i progressi dell’Unione Sovietica non solo rappresentano una conquista storica, ma soprattutto hanno consentito di palesare le enormi possibilità implicite in un’economia statalizzata e pianificata, particolarmente se questa venisse gestita in modo democratico. Tali progressi si stagliano in netto contrasto con il crollo spaventoso delle forze produttive avvenuto nell’ultimo periodo in Russia e nell’Europa dell’Est. La transizione verso il capitalismo si è rivelata un incubo che ha condannato alla miseria la maggior parte della popolazione.

Come sempre non può bastare alla classe dominante sconfiggere una rivoluzione; occorre seppellirla sotto una montagna di letame, in modo da non lasciare nemmeno il ricordo ad ispirare le nuove generazioni. In ciò non c’è nulla di nuovo. In Inghilterra nel 1660, ad esempio, dopo la restaurazione della monarchia, tutti i ricordi della rivoluzione borghese dovevano essere cancellati dalla memoria collettiva. Carlo II pose la data ufficiale d’inizio del suo regno al 30 gennaio del 1649, data in cui era avvenuta l’esecuzione del padre, Carlo I; ogni riferimento alla repubblica ed ai suoi eventi rivoluzionari venne rimosso. Carlo II addirittura diede soddisfazione alla sua sete di vendetta esumando la salma di Oliver Cromwell, per poi farla impiccare in pubblico a Tyburn. Lo stesso malanimo e lo stesso dispetto, alimentati dalla paura, sono alla base degli sforzi attuali volti ad affossare le conquiste e il significato rivoluzionario della Rivoluzione Russa. La sistematica falsificazione della storia ad opera della borghesia, anche se di natura un po’ più sottile rispetto ai linciaggi postumi, non è affatto moralmente superiore ad essi e in ultima istanza non si dimostrerà più efficace. La locomotiva del progresso umano non è la menzogna, ma la verità. E la verità non resterà sepolta per sempre.

 

Progressi senza precendenti

Quello che è avvenuto nell’Unione Sovietica si può comprendere solo mediante il metodo d’analisi marxista. Già nelle pagine del Manifesto Comunista Karl Marx e Friedrich Engels avevano spiegato che la forza motrice della storia umana è lo sviluppo delle forze produttive. Da questo punto di vista l’economia nazionalizzata e pianificata dell’Urss ha dato prova per decenni della più straordinaria vitalità; una trasformazione di tale portata non ha precedenti negli annali della storia.

Solo i marxisti hanno saputo spiegare i processi che si sono sviluppati, non col senno di poi, ma con un anticipo di decenni. Gli scritti sia dei critici borghesi dell’Urss che dei suoi amici stalinisti sono caratterizzati da una totale assenza di comprensione. Partendo da punti di vista diametralmente opposti sono giunti alla identica conclusione: che il regime stalinista esistente nell’Unione Sovietica avrebbe continuato ad esistere indefinitamente.

Già prima della Seconda guerra mondiale, quando la maggioranza dei commentatori borghesi, come pure gli apologeti di Stalin, non vedevano crepe nell’armatura del regime “monolitico” dell’Unione sovietica, Lev Trotskij, leader bolscevico esiliato da Stalin, aveva prospettato due ipotesi per lo stalinismo: o sarebbe stato rovesciato da una rivoluzione politica della classe operaia oppure, in base a determinate condizioni, sarebbe tornato al capitalismo.

Sebbene i marxisti avessero previsto e spiegato la crisi dello stalinismo, nemmeno il più grande genio avrebbe potuto predire come la crisi si sarebbe evoluta. Ciò non ci deve sorprendere; nelle parole di Goethe, “la teoria è grigia, amico mio, ma l’albero della vita è sempre verde”. Lo svolgimento effettivo del processo storico è enormemente complesso, non da ultimo perché coinvolge quello che i marxisti chiamano il fattore soggettivo, ovvero l’intervento cosciente degli esseri umani. Prevedere nel dettaglio come si svilupperà il processo storico richiederebbe non solo prospettive scientifiche, ma anche una sfera di cristallo, cosa che, nonostante tutti i progressi della scienza moderna, non è ancora disponibile.

In condizioni spaventose di arretratezza economica, sociale e culturale il regime di democrazia operaia instaurato da Lenin e Trotskij cedette il posto allo Stato operaio mostruosamente deformato di Stalin. Fu un terribile ripiegamento, che significò la liquidazione del potere politico della classe operaia; tuttavia non vennero cancellate le conquiste socioeconomiche fondamentali dell’Ottobre, ovvero i nuovi rapporti di proprietà, che ebbero la loro espressione più chiara nell’economia statalizzata e pianificata. La vitalità del nuovo sistema produttivo fu messa a dura prova nel 1941-45 quando l’Unione Sovietica fu invasa dalla Germania nazista che poteva contare sulle risorse di tutta l’Europa.

Nonostante la perdita di 27 milioni di vite, l’Urss riuscì a sconfiggere Hitler e, dopo il 1945, procedette a ricostruire la sua economia disastrata in un arco di tempo sorprendentemente breve, trasformandosi nella seconda potenza del mondo. Dal paese arretrato, semifeudale e in gran parte analfabeta che era stato nel 1917, l’Urss divenne un’economia moderna e sviluppata, con un quarto degli scienziati del mondo e un sistema sanitario e educativo dello stesso livello o superiore a quelli occidentali, in grado di lanciare il primo satellite spaziale e di mandare il primo uomo nello spazio.

Progressi così strabilianti da parte di un paese che era partito da un livello più arretrato di quello dell’India di oggi dovrebbero farci pensare. Si può simpatizzare con gli ideali della Rivoluzione d’Ottobre, oppure contestarli, ma una trasformazione così notevole, realizzata in così poco tempo, richiede l’attenzione di qualsiasi persona in grado di pensare. Oggi naturalmente il crollo dello stalinismo viene presentato trionfalmente dai nemici del socialismo come “prova” ultima che la statalizzazione e la pianificazione non funzionano e che di conseguenza il genere umano deve rassegnarsi d’ora in poi al dominio eterno delle leggi del “Mercato”, amen. È infatti questo il messaggio essenziale del celebre articolo La fine della storia di Francis Fukuyama. Eppure la storia, nel senso marxista, non è affatto finita e il futuro del capitalismo mondiale non è più sicuro adesso di quanto lo era prima della caduta del muro di Berlino: anzi lo è molto meno.

Nell’arco di 50 anni l’Urss ha aumentato il prodotto interno lordo di ben nove volte e, nonostante la terribile distruzione della Seconda guerra mondiale, il Pil si è quintuplicato tra il 1945 e il 1979, ad un ritmo tale che, se nel 1950 il Pil dell’Urss rappresentava appena il 33% di quello statunitense, nel 1979 aveva raggiunto il 58%. Alla fine degli anni ’70 l’Unione Sovietica era una potenza industriale imponente, che in termini assoluti aveva già sorpassato il resto del mondo in tutta una serie di settori chiave. L’Urss era la seconda produttrice industriale del mondo dopo gli Usa ed era la maggior produttrice di petrolio, di acciaio, di cemento, di amianto, di trattori e di molti tipi di macchine utensili. Il programma spaziale sovietico era invidiato da tutto il mondo.

Queste cifre da sole non sono sufficienti ad esprimere l’entità del progresso: occorre tener conto del fatto che tutto ciò fu realizzato praticamente senza disoccupazione né inflazione. Una disoccupazione come quella dell’Occidente era sconosciuta nell’Unione Sovietica e, per la verità, costituiva un reato (è ironico notare che questa legge rimane a tutt’oggi formalmente in vigore, anche se ha ormai perso qualsiasi significato). Naturalmente potevano accadere casi di licenziamento per incompetenza o individui che perdevano il posto perché in conflitto con le autorità; tali fenomeni però non nascevano necessariamente dalla natura dell’economia pianificata statalizzata. Nulla a che vedere con la disoccupazione ciclica tipica del capitalismo né col cancro che ora colpisce la struttura e l’organismo del mondo occidentale e nei paesi Ocse condanna oggi 35 milioni di persone ad una inattività forzata.

Per gran parte del periodo postbellico l’inflazione fu molto bassa, prossima allo zero. Cosciente della validità dell’avvertimento di Trotskij, secondo cui “per un’economia pianificata l’inflazione è come la sifilide”, dopo la Seconda guerra mondiale la burocrazia tentò di garantire che l’inflazione restasse sotto controllo, in particolare i prezzi dei generi di prima necessità.

Prima della perestrojka (ricostruzione), l’ultima volta in cui erano aumentati i prezzi della carne e dei latticini era stata nel 1962. I prezzi del pane, dello zucchero e della maggior parte dei generi alimentari erano fermi dal 1955. Gli affitti erano estremamente bassi, particolarmente in confronto all’Occidente, dove la maggior parte dei lavoratori deve pagare un terzo o più del proprio salario per la casa. Questo cominciò a venir meno solo negli ultimi anni col caos della perestrojka e ora, con la corsa verso l’economia di mercato, sia la disoccupazione che l’inflazione hanno raggiunto livelli mai visti.

Mentre l’Urss aveva ogni anno un bilancio senza deficit, e perfino un piccolo saldo positivo, è interessante notare come nessun governo occidentale abbia mai raggiunto lo stesso risultato (come dimostrano le condizioni imposte dal trattato di Maastricht), così come non sono stati capaci di conseguire la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. I critici occidentali dell’Unione Sovietica hanno osservato su questi temi un silenzio diplomatico, dato che questi dati dimostravano le potenzialità di un sistema economico che pure restava un’economia di transizione, non il socialismo. Ora il popolo russo sta saggiando le gioie del capitalismo e scopre cosa voglia dire affrontare un deficit di bilancio enorme e incontrollabile, a causa del quale i salari non vengono pagati per mesi di fila.

La questione centrale, naturalmente, è perché l’Urss è crollata. L’autore spiega tutto il processo in grande dettaglio e dimostra quali furono i fattori che, dopo il 1965, frenarono il ritmo di crescita dell’economia sovietica. Dal 1965 al 1970 il tasso di crescita fu del 5,4 per cento, mentre nei sette anni successivi, dal 1971 al 1978, il tasso medio fu solo del 3,7 per cento, mentre le economie capitaliste sviluppate dell’Ocse raggiungevano il 3,5 per cento. La quota sovietica della produzione mondiale totale subì addirittura un lieve calo passando dal 12,5 per cento nel 1960 al 12,3 per cento nel 1979, mentre nello stesso periodo il Giappone aumentò la sua quota dal 4,7 al 9,2 per cento. Tutti i proclami di Kruscev sul fatto di raggiungere e di sorpassare l’America si sciolsero come neve al sole. Il tasso di crescita sovietico continuò a calare fino alla fine del periodo di Breznev, battezzato da Gorbaciov “il periodo della stagnazione”, quando raggiunse lo zero.

Una volta raggiunto questo punto la burocrazia cessò di giocare anche il ruolo relativamente progressista che aveva avuto in passato e questa fu la ragione per cui il regime sovietico entrò in crisi. Ciò è un fatto ormai risaputo, ma, come dice il proverbio, “del senno di poi sono piene le fosse”. Non è così facile prevedere con grande anticipo i processi storici; così però è stato nel caso degli straordinari scritti di Ted Grant sulla Russia. Solo qui troviamo un’analisi completa dei motivi della crisi del regime burocratico, crisi le cui cause ancora oggi rimangono nascoste in un libro chiuso con sette sigilli per tutti gli altri commentatori degli eventi nell’ex Urss.

L’atteggiamento degli “esperti” borghesi l’abbiamo già commentato, da questo versante nessuna sorpresa: il socialismo (o il comunismo) è morto, fine del discorso. I commenti dei dirigenti del movimento operaio non sono molto migliori. I riformisti di sinistra osservano un silenzio imbarazzato, mentre i dirigenti dei partiti comunisti in Occidente, che ieri appoggiavano acriticamente tutti i crimini dello stalinismo, ora cercano di prendere le distanze da un regime ormai screditato, ma non sanno rispondere alle domande dei lavoratori e dei giovani comunisti che vogliono spiegazioni serie.

Tutto ciò è assolutamente necessario, poiché se non capiamo il passato, traendone tutte le lezioni necessarie, non saremo mai in grado di affrontare i grandi compiti che ci attendono nel futuro. La presente opera non solo pone domande, ma propone delle risposte.La caduta del Muro di Berlino è stata accolta in Occidente come il segnale d’inizio di una nuova alba. È stata presentata dai commentatori e dagli apologeti del capitalismo come la “vittoria finale” del capitalismo sul socialismo.

L’Unione Sovietica non c’è più - scriveva Martin McCauley: - il grande esperimento è fallito (…). Il marxismo in pratica è fallito dappertutto. Non esiste un modello economico capace di competere col capitalismo.3

“Abbiamo vinto!” titolava l’editoriale del Wall Street Journal del 24/5/89. Francis Fukuyama proclamava che “è giunta l’epoca della post-storia (…); ha trionfato la democrazia liberale e l’umanità ha raggiunto l’apice della sua saggezza. La storia è finita”.

L’allora presidente statunitense George Bush aveva annunciato trionfalmente la creazione di un “nuovo ordine mondiale” sotto il dominio dell’imperialismo Usa, ma molto rapidamente questa euforia iniziale è svanita. Tutto quello che era stato stabile e saldo nei rapporti fra le potenze durante la guerra fredda si è vaporizzato. Al suo posto sono arrivati l’instabilità, l’incertezza e il conflitto. Nel febbraio 1990 il Wall Street Journal in una serie di articoli su Gli anni ’90 e oltre ha significativamente concluso che “c’è ogni ragione per credere che il mondo degli anni ’90 sarà meno prevedibile e in molti sensi più instabile del mondo degli ultimi decenni”.

“La fine della guerra fredda non significa un mondo in pace”, ha dichiarato l’Economist (8/2/92); “al contrario, può significare per un certo tempo che il mondo sarà un posto ancora più violento”. I governanti occidentali sono terrorizzati dal pensiero della possibile balcanizzazione dell’ex Unione Sovietica, una situazione che l’ex Segretario di Stato statunitense ha paragonato a “uno scenario jugoslavo, ma con armi nucleari”. Secondo una commentatrice russa, Tatjana Korjagina:

dal punto di vista sociale ed economico, non c’è nulla di cui rallegrarsi. La disintegrazione politica dell’Unione, che ora sembra definitiva, aggraverà la crisi e inasprirà le tensioni sociali. Presto avremo di fronte una catastrofe. - Conclude: (…) alla confluenza di questi processi abbiamo gli ingredienti di una rivoluzione sociale.4

Alle soglie del XXI secolo, gli strateghi del capitale guardano al futuro con profonda inquietudine. Alle vecchie contraddizioni se ne aggiungono di nuove, a livello economico, sociale e politico. Possiamo ora affermare con assoluta certezza che il crollo dello stalinismo non è stato che il preludio a un nuovo periodo di crisi del capitalismo, che al confronto farà sembrare le convulsioni dell’Est e i rivolgimenti che il capitalismo ha vissuto in passato una festicciola per bambini. “Il capitalismo ha vinto e il comunismo ha perso”, diceva la rivista americana Newsweek (17/6/96); “Almeno così credevamo”.

Nonostante tutte le generose promesse di pace e prosperità fatte dai governanti occidentali dopo il crollo dello stalinismo, il tentativo di introdurre il capitalismo nell’ex Unione Sovietica è diventato un incubo per la massa della popolazione. Stanno sistematicamente smantellando le conquiste della Rivoluzione d’Ottobre, con una distruzione massiccia delle forze produttive. Non sorprende il fatto che gli stessi osservatori occidentali, che prima ingigantivano ogni difetto dell’economia sovietica e occultavano ogni prova dei suoi successi, tacciano ora ostinatamente dei gloriosi risultati conseguiti dall’economia di mercato in questi paesi.

È dal tempo dei secoli bui che seguirono il crollo dell’Impero Romano che l’Europa non assisteva ad una tale catastrofe economica in tempo di pace. In particolare il crollo della produzione in Russia è analogo agli effetti di una schiacciante sconfitta in guerra o, anzi, in due guerre. Non si possono trovare paragoni. Negli ultimi sei anni la produzione è caduta del 60 per cento circa. Basta ricordare che in occasione della Grande Depressione del 1929-33 la produzione statunitense calò del 30 per cento! Ogni anno della vita della Russia equivale alla peggior recessione mai conosciuta in Occidente. Nel 1996 il prodotto interno lordo è calato ancora del 6 per cento. La produzione industriale si è ridotta del 5 per cento e quella agricola del 7 per cento. La produzione nell’industria leggera è caduta del 28 per cento e nei materiali per l’edilizia del 25 per cento. La produzione chimica e petrolchimica si è ridotta dell’11 per cento e i nuovi lavori di costruzione di case del 10 per cento. In Russia il raccolto del grano è stato il terzo più piccolo degli ultimi trent’anni, ma occorre tener presente che il declino della Russia non è neanche il caso peggiore; tra il 1990 e il 1994 le economie delle ex repubbliche dell’Unione Sovietica sono crollate persino dell’83 per cento (è il caso della Georgia) e la crisi non si è ancora arrestata.

 

Un regime in declino

Nel 1936 Lev Trotskij previde che

la caduta dell’attuale dittatura bonapartista senza la sua sostituzione con un nuovo potere socialista annuncerebbe così il ritorno al sistema capitalista con un crollo catastrofico dell’economia e della cultura.5

La storia degli ultimi sei anni ne ha dato abbondante conferma. Uno dei tratti distintivi della nuova situazione è la moda di inventare una nuova terminologia per mascherare la realtà di una politica socialmente disastrosa. Così in Occidente abbiamo il downsizing (ridimensionamento) e l’outsourcing (terziarizzazione) ed ora, in relazione al futuro della Russia, abbiamo lo slogan del “Big Bang”. Questi eufemismi compiaciuti richiamano alla memoria il Newspeak (la neolingua Ndt) del romanzo di George Orwell 1984, in cui il Ministero dell’Abbondanza gestisce le carenze, il Ministero della Pace progetta uno stato di guerra permanente e il Ministero dell’Amore in realtà è la polizia segreta. Il tanto sbandierato “Big Bang” comporterebbe la chiusura di tutte le fabbriche e dei settori “non redditizi”, la fine di tutti i sussidi statali e una rapida transizione verso il capitalismo. Una tale prospettiva significherebbe la chiusura del 40 per cento dell’industria russa e circa 25 milioni di disoccupati. La miseria di oggi sarebbe prosperità in confronto a questo scenario.

Jonathan Hoffman, economista internazionale presso la Crédit Suisse First Boston, ci regala questa perla di saggezza:

Nessuno promette un percorso facile. La Russia, a differenza di qualsiasi altra nazione in questo secolo, va incontro al crollo dell’impero, al crollo dell’ideologia, al crollo delle istituzioni politiche e al crollo dell’economia. Ma in tutto questo processo, si potrà intravedere la trasformazione dell’economia e questa continuerà.

Con grande parsimonia verbale Anthony Robinson, scrivendo sul Financial Times (11/11/94), dice: “Il dolore è stato maggiore di quanto ci si era dapprima immaginati”; ciò non aveva impedito però a questo organo del capitale finanziario di rivendicare una cura ancora più dolorosa soltanto un mese prima (7/10/94):

Non c’è una via di mezzo, c’è solo da scegliere fra una stabilizzazione da Big Bang e un crollo sociale ed economico (…) Prima o poi dovrebbero chiedere al loro popolo dei sacrifici che finora esso non ha dovuto fare.

Keynes osservò una volta, quando si stava parlando di soluzioni per il lungo termine, che “a lungo andare siamo tutti morti”. Un importante rappresentante della borghesia russa, Sergheij Aleksascenko, già vice ministro del Tesoro, ha efficacemente sintetizzato il punto di vista borghese: “Quando mi si chiede cosa succederà, rispondo sempre che fra vent’anni saremo a posto”.

L’attuale governo borghese non avrà vent’anni a disposizione per completare la sua controrivoluzione e consolidare la sua posizione. Nonostante l’arricchimento di un’élite al vertice, la massa della popolazione non ha guadagnato nulla dalle “riforme”. I sondaggi indicano grandi maggioranze contro l’economia di mercato. Un sondaggio del 1994, ad esempio, ha dato un 25 per cento a favore, a fronte del 40 per cento di cinque anni prima. Secondo lo stesso sondaggio la maggioranza riteneva che la privatizzazione fosse “un furto legalizzato, portato avanti a beneficio della nomenklatura e dei criminali”. Secondo un sondaggio più recente, condotto nel novembre 1995 dalla statunitense International Foundation of Electoral Systems, i tre quarti della popolazione sono profondamente insoddisfatti della situazione attuale. Solo il 20 per cento credeva che l’economia sarebbe migliorata nei due-tre anni successivi e, fatto significativo, più della metà voleva il ripristino del controllo statale sull’economia.6

Tre mesi prima, secondo un sondaggio del Centro Panrusso per lo Studio dell’Opinione Pubblica e dell’Università di Strathclyde (Glasgow) riportato dal Financial Times (17/8/95), due terzi degli intervistati davano una valutazione positiva del periodo pre-perestrojka (nel 1992 erano il 50 per cento). Un terzo voleva il ritorno del regime stalinista, mentre il 10 per cento diceva che anche il ritorno dello Zar sarebbe stato preferibile. In uno studio su tutta la Russia pubblicato sul Segodnija (24/1/97), il 48 per cento degli intervistati era d’accordo o era incline ad essere d’accordo con l’affermazione che “come sistema per la Russia il socialismo è preferibile al capitalismo”. Chi non era d’accordo o era incline a non essere d’accordo erano il 27 per cento, mentre gli altri avevano una posizione intermedia. Il 43 per cento era d’accordo o era incline ad essere d’accordo che l’economia della Russia doveva svilupparsi sulla base della proprietà statale piuttosto che di quella privata, mentre solo il 19 era di parere opposto. Seguendo le esperienze analoghe della Lituania, Ucraina, Polonia, Ungheria, Romania e Germania Est, nelle elezioni del dicembre 1995 alla Duma russa quei partiti che venivano identificati con la riforma filocapitalista sono stati sconfitti in modo umiliante, mentre il Partito comunista e i suoi alleati hanno registrato una vittoria massiccia, che ha messo i nazionalisti in secondo piano. I risultati hanno fatto scattare l’allarme in tutto il mondo capitalista.

La rivista Newsweek (17/6/96) ha ammesso:

La severità della transizione ha suscitato furore. Nelle regioni carbonifere della Russia settentrionale, i minatori nella prima parte di quest’anno sono rimasti per mesi senza salario. Ci sono stati molti ritardi anche nel pagamento delle pensioni. Se capitalismo non significa una paga decente in cambio di una giornata di lavoro decente - o l’impegno a rispettare gli obblighi nei confronti dei pensionati - “allora cosa significa?” chiede con amarezza Ljudmila Sacharova.

La crisi economica è stata accompagnata da un crollo spaventoso del livello di vita. Una grossa parte della popolazione vive in condizioni di miseria che non si vedevano dai tempi della guerra. Come conseguenza degli enormi debiti accumulati dalle imprese statali e del crollo della pianificazione centralizzata, i salari non vengono pagati per mesi di fila.

Solo nel 1995 i salari sono calati quasi del 20 per cento. “Vivo solo di pane e tè; sono anni che non vedo la carne”, ha detto Fainia Moligina, una pensionata 67enne che dice di ricevere appena 160.000 rubli al mese; “se saliranno i prezzi, sarà la fame e basta”. Allora una pagnotta di pane nero a Mosca costava intorno a 2.200 rubli, ma dato che il raccolto è stato il peggiore da 30 anni a questa parte, gli esperti del Ministero dell’Agricoltura hanno avvertito che il prezzo potrebbe salire rapidamente fino a 4.750 rubli. Il crollo del tenore di vita non è affatto finito e l’inflazione continua ad erodere salari e pensioni, che comunque milioni di persone ricevono solo dopo mesi di ritardo e, secondo quanto ha rivelato il ministro per l’economia Evgenij Jasin, “pagare integralmente gli arretrati dei salari degli statali e delle pensioni è assolutamente impossibile”.7

Questo rapido impoverimento ha significato miseria e sofferenze indicibili per la grande maggioranza della società. Durante il periodo della riforma, i salari reali in Russia si sono dimezzati. Oggi milioni di russi soffrono di malnutrizione, se non addirittura di fame. Secondo il rapporto annuale del Comitato statistico di Stato, alla fine del 1996 quasi 32 milioni di persone ricevevano meno del reddito definito “minimo di sussistenza” dal governo, di circa 75 dollari Usa mensili. La stragrande maggioranza trascorre tutto il giorno alla ricerca del necessario, solo per sopravvivere.

Ma il quadro non è ancora completo. Il passaggio verso l’economia di mercato ha creato una ricca élite di nuovi capitalisti, reclutati fra le fila della vecchia nomenklatura comunista, che sono coinvolti nella corruzione, nell’estorsione e nel saccheggio delle industrie statali.

Rappresentano la nascente borghesia russa, la nuova classe di accaparratori, operatori del mercato nero, ex burocrati e mafiosi che sono ansiosi di consolidare il loro potere, i loro privilegi e il loro reddito. Al posto della “vecchia e sana” concorrenza capitalista, per eliminare i propri rivali commerciali ricorrono a minacce e all’omicidio. Il loro motto è “Arricchirsi in fretta!”.

Nelle alte propaggini del mercato - commenta il Financial Times (7-8/10/95) - supermercati di lusso vendono aragoste vive e costosi champagne ai nuovi ricchi del paese. Le nuove luccicanti botteghe di moda russe trovano facilmente acquirenti per vestiti da duemila dollari e ora per le vie di Mosca girano gli ultimi modelli di Mercedes e ogni tipo di berlina di lusso.

La situazione disperata delle masse stride con la ricchezza vanitosa della borghesia nascente e dei suoi sicofanti. Le flotte di Mercedes color panna, le scintillanti case di moda rappresentano un insulto per la maggioranza che lotta per sopravvivere.

Le conseguenze di ciò non sfuggono agli osservatori occidentali più intelligenti:

Il crescente distacco fra ricchi e poveri - scrive il Financial Times (10/4/95) - è ancora più scandaloso agli occhi russi che non a quelli occidentali, poiché ha sostituito un ordine comunista in cui la misura dello status sociale era il potere politico piuttosto che il denaro e le élite facevano attenzione a mascherare i loro privilegi con omaggi verbali alle virtù della classe operaia.

Per questi motivi, la divisione sempre più profonda creata fra vincenti e perdenti negli ultimi tre anni dalla traumatica trasformazione economica e politica della Russia emerge come il fattore di base più importante nella lotta del paese per determinare come procedere.

Il governo russo stima che, oltre ai conti bancari e alle proprietà all’estero, potrebbero essere nascosti fino a 20 miliardi di dollari in valuta Usa. Come riflesso di questa nuova cultura borghese, Mosca ora ha la più alta concentrazione di casinò d’Europa.

Dall’altro lato della medaglia la povertà è diventata endemica. A San Pietroburgo oltre 50.000 anime vivono per le strade e nella capitale, Mosca, questa cifra raggiunge le 100.000 persone; l’accattonaggio ha raggiunto dimensioni da epidemia. Nelle condizioni attuali i senzatetto non hanno diritto alla propiska, il permesso di residenza, senza il quale nessuno ha il diritto al lavoro, all’assistenza medica ed ai sussidi dello Stato. Questa gente calpestata può ancora essere incarcerata con pene fino a due anni per vagabondaggio, accattonaggio o “parassitismo”. I pensionati, molti dei quali avevano difeso la città durante l’assedio nazista, sono in una condizione così disperata che diversi di loro vivono nelle discariche comunali. Un numero crescente ha perso la casa per gli imbrogli della mafia. L’indigenza ha portato scenari di angoscia inimmaginabili; recentemente una vecchia senzatetto è stata condannata a due anni di lavori forzati per aver rubato un paio di occhiali.

Il mercato capitalista ha portato con sé tutti gli aspetti peggiori della società borghese, l’indigenza, la disoccupazione, il crimine violento e la crescita dell’alcolismo e dei senza dimora, distruggendo allo stesso tempo i servizi sociali. I tagli selvaggi al finanziamento hanno lasciato un servizio sanitario che barcolla tra una crisi e l’altra. Il crescente stato di deprivazione è accompagnato dalla diffusione di malattie. L’alcolismo, che già sotto lo stalinismo aveva raggiunto dimensioni allarmanti, è diventato ora un’epidemia. Il consumo di vodka è aumentato fortemente da quando le limitazioni all’alcool sono state allentate nel 1991 e con la successiva liberalizzazione del commercio. Si stima che ora la popolazione russa, che conta 150 milioni di persone, consumi ormai molta più vodka di quanto consumavano i 280 milioni di abitanti dell’Urss alla fine degli anni ’80.

Più del 25 per cento dei senzatetto di San Pietroburgo ammette di bere la Belaja Sciapka (liquido per pulizia). D’inverno centinaia di questi paria si riempiono di vodka a basso prezzo e si sdraiano nel freddo glaciale da cui molti non si sveglieranno più. Allo stesso tempo un ristorante coreano di Alma-Ata fa pagare 100 dollari per sedersi a tavola e a Mosca una camera in un albergo a quattro stelle può costare più di 600 dollari a notte. Tali sono le meraviglie compiute dall’economia di mercato.

Un quadro straziante della vita russa è stato ritratto in modo vivido da un articolo del giornalista Neil MacKay:

Nell’inverno del 1993, più di mille senzatetto hanno avuto fortuna, in quanto il governo ha effettivamente riconosciuto la loro esistenza… quando le autorità hanno sgomberato i marciapiede dei loro cadaveri congelati (…). La disintegrazione dell’Impero sovietico ha scosso la Russia fino alle fondamenta, la rete di sicurezza sociale è crollata e il caos che ne risulta ha creato i “nuovi poveri” (…). Migliaia di ex prigionieri, quando vengono rilasciati dalle “zone” - colonie penali russe -, vanno alla deriva verso una vita senza casa e si trovano in un mondo oscuro di degradazione avvilente. Si possono osservare ex condannati che rabbrividiscono agli angoli delle strade, bevendo vodka sfusa insieme a profughi della guerra dell’Afganistan, a bimbi fuggiaschi e ai malati di mente e di corpo.8

Secondo un rapporto recente della Banca Mondiale, un terzo della popolazione vive al di sotto del livello di povertà; la distribuzione dei redditi è ormai diseguale così come in Argentina e nelle Filippine. Il calo del 43 per cento del salario reale dal 1991 al 1993, unito alla liberalizzazione dei prezzi, ha significato che un numero crescente di persone non può permettersi il paniere minimo di sussistenza, stimato nel novembre 1994 a circa 30 dollari mensili. Noc’lezka (Riparo notturno), organizzazione per i senzatetto, stima che il numero reale di russi che vivono al di sotto della linea di povertà è uno sbalorditivo 80 per cento, cioè molto superiore alla cifra della Banca Mondiale.

Dice che solo il 3 per cento degli alloggi disponibili viene assegnato a quelli delle liste d’attesa, dove l’attesa media è di 15 anni. Il resto viene accaparrato da burocrati ben informati. La mafia ha interessi in ogni campo e nessuno sfugge all’estorsione e al racket. Persino gli individui che stentano a guadagnare qualche rublo vendendo qualche oggetto pietoso per la strada sono costretti a pagare un pizzo del 20 per cento.

Al polo opposto a quello degli osceni arricchiti un numero crescente di persone viene spinto verso la miseria assoluta. “Le ragazze adolescenti aspirano alla prostituzione e gli uomini girano armati. Tutti soffrono”, scrive MacKay. I giovani indigenti sono costretti dalla mafia ad unirsi a bande di ladri di stile dickensiano, a cui hanno poche speranze di sfuggire. Oltre alla piaga dell’alcolismo, hanno buone probabilità di cadere preda di una malattia a cui sfuggiranno in pochi: la tubercolosi. “Migliaia di persone sono affette da questa malattia assassina, ma le terapie possono fare ben poco per salvarle. A cosa serve la medicina, chiedono gli attivisti di Noc’lezka, quando dormi in un sacco da rifiuti?”.

 

“Il capitalismo può nuocere gravemente alla salute”

Come corollario del crollo del tenore di vita, assistiamo ad un forte declino della salute della massa della popolazione. Newsweek ha definito la vita media “indicatore ultimo della salute generale di una nazione”. Il livello attuale della Russia è peggiore di quello dell’India, del Pakistan e di altri paesi in via di sviluppo e continua a calare. Al confronto, anche nel momento più acuto della crisi sotto lo stalinismo, la vita media in Urss nel 1987 era ancora di 65,1 anni per gli uomini e 73,8 per le donne. In Gran Bretagna l’attuale vita media maschile è 74 anni. Non sorprende che il Financial Times (14/2/94) abbia titolato in prima pagina: “La Russia di fronte alla crisi demografica con la mortalità alle stelle”. L’articolo spiega che:

(…) solo nell’ultimo anno la mortalità è salita del 20 per cento, ovvero 360.000 morti in più rispetto al 1992. I ricercatori credono che ormai la vita media maschile della Russia sia scesa a 59 anni, ben al di sotto della media per il mondo industrializzato, il livello più basso per la Russia dai primi anni ’60.

Un articolo sulla rivista statunitense Time (27/6/94) osservava:

Per molti europei dell’est l’era della libertà si sta trasformando nel periodo peggiore dalla Seconda guerra mondiale. L’Europa dell’Est sta attraversando una crisi sanitaria di dimensioni spaventose; i demografi e i funzionari della sanità segnalano mortalità e sterilità su una scala vista solo in tempo di guerra. I disturbi al corpo e alla mente assumono una diffusione epidemica. In diversi paesi, Russia compresa, la popolazione è addirittura in calo in termini assoluti. “Il calo è catastrofico”, dice Regine Hildebrandt, ministro del governo regionale di Brandenburg; “è come una guerra”.

In Russia, Bulgaria, Estonia e Germania Orientale, le morti superano le nascite a volte in proporzione di 2:1. La vita media in quasi tutte le zone dell’Est è in calo, particolarmente fra gli uomini, in un periodo in cui anche i paesi più poveri del Terzo Mondo registrano dei miglioramenti. In Ungheria la media è 65 anni per gli uomini e 74 per le donne, rispetto alle cifre di 67,3 e 75 per il 1975, e a 73,4 e 81,8 per gli uomini e le donne francesi di oggi. La mortalità in Russia è cresciuta del 30 per cento dal 1989, colpendo soprattutto gli uomini, secondo il demografo Murray Feshbach dell’Università di Georgetown (USA) che stima che la vita media maschile russa sia calata a 59 anni, circa ai livelli del Pakistan. - Per Nicholas Eberstadt, ricercatore dell’American Enterprise Institute di Washington, - “in passato, tali sconvolgimenti si riscontravano nelle società industriali solo in tempo di guerra”.

Queste cifre sono ancora più sconvolgenti se consideriamo che l’Unione Sovietica aveva raggiunto un livello di strutture sanitarie e una vita media analoghi a quelli di molti paesi capitalisti avanzati. Per sostenere questa affermazione non è necessario nemmeno riferirsi all’Urss. Per vedere il contrasto con un’economia pianificata, anche di un paese relativamente arretrato, basta confrontare la situazione di Cuba, di cui parla Time.

Malgrado il blocco economico criminale con cui Washington intende strozzare Cuba, l’Organizzazione Panamericana della Sanità (Paho), un settore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, descrive il sistema sanitario cubano come “migliore di quello fornito dal resto delle Americhe”, tanto che a Cuba vanno anche cittadini di paesi come la Svezia per ottenere cure in certi campi della medicina. Pur subendo il peso di una carenza critica di medicamenti e di farmaci come risultato del blocco, Cuba può vantare ancora 51.000 medici, ovvero 1 per ogni 231 abitanti.

Nonostante le difficoltà - ammette Time - la mortalità cubana per neonati e bambini al di sotto dei cinque anni continua a migliorare. Con 9,4 morti per mille infanti l’anno scorso, il livello cubano è superato nell’emisfero occidentale solo da quello del Canada (7 per mille nel 1992) e degli Usa (9 per mille), secondo il Paho.

La situazione attuale della Russia è ben diversa. Le malattie, i suicidi, gli omicidi, l’alimentazione insufficiente e la disperazione si sono sommati alla demolizione del servizio sanitario per ridurre la Russia a livelli da Terzo Mondo. Secondo la Rabociaja Tribuna, “la maggioranza dei russi sono cronicamente malnutriti. Manca il 25 per cento di proteina di alta qualità e fino al 50 per cento di vitamine, mentre il deficit calorico è intorno al 20 per cento”. L’alta mortalità maschile è collegata ai suicidi, agli omicidi e alla cattiva alimentazione, ma anche alla mancanza generale di prospettive e alla perdita di speranza nel futuro.

Malattie che in passato erano state eliminate hanno cominciato a ricomparire: colera, difterite, dissenteria, antrace, foruncolosi multipla e antrace maligno siberiano.

Queste malattie infettive, che hanno alzato la testa dovunque, dalla regione di Leningrado alla periferia nord-occidentale e alle città della costa pacifica, sono diventate così diffuse che un giornale di Mosca ha istituito una rubrica delle “epidemie”, che informa i lettori sull’ultima malattia del giorno - rivela il Financial Times (14/9/94).

L’organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha lanciato l’allarme di un’epidemia di difterite nell’ex Urss.

La difterite era considerata una malattia infantile e sembrava che fosse stata eliminata dall’Europa dopo una diffusa immunizzazione a partire dalla fine degli anni ’40. Nel 1980 sono stati segnalati solo 623 casi.

L’ultimo focolaio è iniziato a Mosca e a San Pietroburgo nel 1991, ma nel 1994 l’epidemia, che uccide fra il 5 e il 10 per cento delle sue vittime, aveva contagiato già quasi 48.000 persone in quasi tutte le regioni di Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Azerbaijan, Armenia, Georgia, Kazakistan, Tajikistan e Uzbekistan - racconta il Financial Times (20/6/95).

Il dott. Jo Asvall, direttore regionale europeo dell’Oms, ha avvertito che “questa è la più grave minaccia alla salute pubblica dell’Europa dal tempo della Seconda guerra mondiale”.

I medicinali scarseggiano, mentre quelli disponibili hanno prezzi proibitivi. Sotto il vecchio regime, medicine di produzione sovietica si vendevano praticamente al prezzo di costo, ma a partire dal 1992 il prezzo dei farmaci ha cominciato a salire più velocemente dei prezzi di altri prodotti.

Già nel febbraio 1992 le medicine erano scomparse dagli scaffali. Il giornale sindacale Trud alla fine del 1992 denunciò che “le farmacie trovano particolarmente redditizi gli accordi con le strutture commerciali. Comprano medicine all’estero e le rivendono a prezzi in valuta pregiata”.9

Secondo il dott. Boris Storozilov, capo medico dell’Ospedale municipale nº 32 di Mosca, la privatizzazione della medicina statale procede in modo strisciante. Dice che:

(…) a causa del capitalismo selvaggio che si sta sviluppando intorno a noi e dell’impossibilità dei medici di tirare avanti in questo nuovo ambiente, alcuni di loro prendono soldi sottobanco dai loro pazienti per quello che dovrebbero fare gratuitamente.10

Quando i loro salari venivano pagati, spesso in ritardo, i medici prendevano un misero stipendio di 85.000 rubli mensili, le infermiere 65.000. “Con salari del genere ci è impossibile trovare nuovi giovani da assumere”, dice il dott. Storozilov. “Tutti si buttano nel commercio”.

E.M. Andreev, del Comitato dello Stato per la Statistica, cerca in un articolo di sdrammatizzare la gravità della crisi sanitaria, ma è costretto ad ammettere che, in base alle tendenze attuali, alla fine del secolo XX la vita media dei maschi in Russia sarà solo di 50 anni e quella femminile di 63 anni. Inoltre è costretto a riconoscere che la causa di fondo è economica:

Anche nel 1993 è continuato il calo dei fondi destinati alla sanità pubblica. L’efficacia reale delle cure ospedaliere si è ridotta ancora di più a causa della carenza di medicamenti moderni e dell’usura dell’attrezzatura ormai obsoleta. Il livello dei salari nel servizio sanitario pubblico russo nel 1992 (i dati per il 1993 non sono disponibili) era inferiore per un fattore di 1,7 a quello dell’economia in generale. Nelle condizioni di una riforma verso il mercato ci si può difficilmente aspettare servizi efficienti da personale medico malpagato.

Oltre alla povertà ed ai tagli, la sensazione dilagante di insicurezza e di paura provoca ogni genere di problemi psicologici. Lo stesso autore ammette che gli sconvolgimenti e i conflitti provocati dalle riforme creano “un’instabilità sociale crescente e un livello generale di nevrosi”.11

L’introduzione dei princìpi del mercato nel campo della sanità ha prodotto conseguenze devastanti. La giornalista moscovita Irina Gluscenko riporta:

Circa un anno fa sulla tivù russa c’era gente entusiasta e sincera che spiegava che il sistema statale delle farmacie soffocava l’iniziativa dei lavoratori. Si diceva che una centralizzazione eccessiva creava carenze di medicine e rendeva impossibile un lavoro efficace con i pazienti. Poi, con l’accelerazione delle riforme economiche, le farmacie sono state trasformate in aziende commerciali, il cui obiettivo era guadagnare soldi. Se guadagnavano di più, significava che lavoravano con successo, anche se moriva più gente (…).

L’assalto alle farmacie è iniziato prima della mercificazione degli altri campi dell’economia, grazie all’odio provato dalle nuove autorità per l’assistenza medica gratuita che era stata uno dei pilastri del socialismo. Molte farmacie non sono state privatizzate e sono rimaste imprese municipali, tuttavia la loro funzione è stata completamente cambiata; le farmacie sono obbligate sia ad autofinanziarsi che a portare introiti nelle casse del comune.12

Nel 1993, con il crollo dell’assistenza medica gratuita, sono stati introdotti piani sanitari privati, ma questi sono fuori della portata della maggioranza della popolazione. È stato stimato che solo il 10 per cento dei russi sarebbe coperto da un’assicurazione privata, la quale dà loro il diritto di usufruire degli esclusivi ospedali del Cremlino, a cui accedevano in passato i massimi burocrati del Partito.

Nel 1992 con i prezzi alle stelle il consumo di medicine è calato del 30 per cento. Secondo la Gluscenko:

(…) quello che è successo alle farmacie è tipico di quanto accade ora nell’insieme del sistema sanitario. Nel 1991 il 3,4 per cento del Pil russo era destinato al servizio sanitario. Nel 1992 questa cifra è stata dimezzata. Mancano i fondi non solo per ammodernare l’attrezzatura, ristrutturare gli ospedali e svolgere le ricerche, ma anche per gli stipendi dei medici.13

In un paese in cui l’industria e lo Stato erano intimamente legati, il processo verso l’economia di mercato ha portato conseguenze impreviste. Se da un lato il governo federale aveva sempre sostenuto i costi operativi degli ospedali, in passato erano le fabbriche di zona a finanziare l’acquisto della maggior parte delle attrezzature. Ora che le fabbriche sono in fallimento, questo legame si è rotto.

“Adesso le fabbriche sono più povere di noi”, dice il dott. Storozilov. “Stanno lavorando a metà capacità e mandano a casa i lavoratori, quindi la ruggine sta mangiando la nostra attrezzatura medica”.

Un altro risultato che ha notato è la riluttanza dei lavoratori ad ammettere che sono malati, per paura di perdere il lavoro. “Lavorano finché non crollano e solo allora vengono all’ospedale”.14

Sotto il vecchio sistema i lavoratori avevano almeno un servizio sanitario gratuito e condizioni di vita relativamente stabili. Nelle parole di Julika Lukacs, una pensionata ungherese, “sotto i comunisti la società non era divisa; non c’erano criminalità né povertà e vivevamo felici”. Può essere un ricordo esageratamente roseo, ma è condiviso da molti. Un minatore di Vorkuta ha detto di votare Zjuganov, “perché sotto i comunisti mi sentivo al sicuro”. Un altro russo che è stato intervistato sulla democrazia ha rivelato i pensieri ormai diffusi fra milioni di persone con la seguente risposta:

Libertà? Sì, l’abbiamo. Ma libertà di fare cosa? Di morire di appendicite? Di comprare un giaccone occidentale a 200 marchi tedeschi, quando il salario medio è 5 marchi settimanali. Libertà di dare bustarelle di 1000 dollari l’anno agli insegnanti perché istruiscano i nostri figli o di pagare 50 dollari per essere visti da un medico decente?.

 

La situazione delle donne

Il grande socialista utopista francese Fourier vide nella situazione delle donne l’indicatore più significativo del progresso di un regime sociale. Il tentativo di introdurre il capitalismo in Russia ha avuto conseguenze disastrose a questo riguardo. Tutte le conquiste che le donne avevano realizzato con la Rivoluzione Russa - che per inciso cominciò l’8 marzo con lo sciopero delle lavoratrici tessili - vengono sistematicamente cancellate. Il volto reazionario del regime filoborghese è denunciato implacabilmente dalla situazione odierna delle donne.

La Rivoluzione bolscevica gettò le basi per l’emancipazione sociale delle donne e, sebbene la controrivoluzione politica stalinista costituisse un parziale indietreggiamento, è innegabile che le donne in Urss avessero fatto enormi passi in avanti nella lotta per l’uguaglianza.

La Rivoluzione d’Ottobre ha mantenuto fede onestamente ai suoi obblighi nei confronti della donna - scrisse Trotskij. - Il giovane governo non solo le diede tutti i diritti politici e legali in uguaglianza con l’uomo, ma, ciò che è più importante, fece tutto quello che gli era possibile, e in ogni caso molto di più di quanto avesse mai fatto qualsiasi altro governo, per garantirle un accesso effettivo a tutte le forme economiche e culturali del lavoro.

La Rivoluzione d’Ottobre fu una pietra miliare nella lotta per l’emancipazione femminile. In precedenza, sotto lo zarismo, le donne erano viste come una semplice appendice della casa. La legge zarista permetteva esplicitamente all’uomo di usare la violenza contro sua moglie; in certe zone rurali le donne erano costrette a portare il velo ed era loro vietato di imparare a leggere e a scrivere. Dal 1917 al 1927 fu approvata tutta una serie di leggi che davano alle donne l’uguaglianza formale con gli uomini. Il programma del 1919 del Partito comunista proclamò audacemente:

Non limitandosi all’uguaglianza formale delle donne, il partito si adopera per liberarle dagli oneri materiali dell’obsoleto lavoro casalingo sostituendolo con case collettive, mense pubbliche, lavanderie centrali, asili nido ecc.

Le donne non erano più obbligate a vivere con i loro mariti o ad accompagnarli se un cambiamento di lavoro comportava un trasferimento. Avevano pari diritto ad essere capo famiglia e avevano l’uguaglianza di salario. Si prestava attenzione al ruolo materno delle donne e furono introdotte leggi speciali sulla maternità che vietavano orari lunghi e il lavoro notturno e stabilivano la maternità pagata, assegni familiari e scuole materne.

L’aborto fu legalizzato nel 1920, il divorzio fu semplificato e venne introdotto il matrimonio civile. Fu abolito anche il concetto di figlio illegittimo. Nelle parole di Lenin, “nel senso letterale, non abbiamo lasciato in piedi nemmeno un mattone delle leggi odiose che mettevano le donne in una posizione di inferiorità rispetto agli uomini…”.

Furono realizzati progressi materiali che facilitavano il pieno coinvolgimento delle donne in tutti i campi della vita sociale, economica e politica: l’apertura di mense gratuite nelle scuole, un sistema di sussidi speciali per alimenti e abbigliamento ai bambini bisognosi, consultori per la gravidanza, cliniche per la maternità, nidi d’infanzia sul lavoro ecc. È vero che l’emergere dello stalinismo comportò una serie di controriforme in campo sociale, che influirono drasticamente sulla situazione delle donne.

Ma dopo la morte di Stalin la crescita economica postbellica consentì un generale e continuo miglioramento: pensionamento a 55 anni, nessuna discriminazione di retribuzione e di condizioni di impiego, nonché il diritto delle donne incinte a passare a lavori più leggeri con la maternità pienamente pagata per 56 giorni sia prima che dopo il parto. La nuova legislazione del 1970 abolì il lavoro notturno e sotterraneo per le donne. Il numero di donne nell’istruzione universitaria come percentuale del totale degli studenti era il 28 per cento nel 1927, il 43 per cento nel 1960 e il 49 per cento nel 1970. Gli unici altri paesi al mondo in cui le donne costituivano oltre il 40 per cento del totale nell’istruzione universitaria erano la Finlandia, la Francia e gli Stati Uniti.

Ci furono miglioramenti delle strutture prescolastiche per i bambini: nel 1960 i posti erano 500.000, ma nel 1971 erano più di cinque milioni. Gli enormi progressi dell’economia pianificata, con il conseguente miglioramento del servizio sanitario, si riflettevano nel raddoppio della vita media femminile, da 30 a 74 anni, e nella riduzione del 90 per cento della mortalità infantile. Nel 1975 le donne che lavoravano nella pubblica istruzione erano il 73 per cento. Nel 1970 il 98 per cento degli infermieri erano donne, come pure il 75 per cento degli insegnanti, il 90 per cento dei bibliotecari e il 75 per cento dei medici. Nel 1950 circa 600 donne avevano ottenuto dottorati di scienza, nel 1984 erano salite a 5.600! Il passaggio verso il capitalismo ha ribaltato rapidamente le conquiste del passato, riportando le donne nello stato del più nero asservimento, ipocritamente nel nome della “famiglia”.

La maggior parte del peso della crisi viene scaricata sulle spalle delle donne. Le donne sono le prime ad essere licenziate, per evitare di pagare sussidi sociali, come l’assegno familiare e la maternità. Dato che fino a pochi anni fa le donne costituivano il 51 per cento della forza lavoro russa e che lavorava il 90 per cento delle donne, la crescita della disoccupazione ha significato che più del 70 per cento dei disoccupati della Russia sono ormai donne; in certe località la cifra è del 90 per cento.

Il crollo dei servizi sociali e la crescita della disoccupazione significa l’eliminazione sistematica di tutti i benefici dell’economia pianificata per le donne. In Russia la disoccupazione condanna molta più gente alla povertà che in Occidente, poiché molti servizi sociali sono gestiti direttamente dal luogo di lavoro:

In Russia la disoccupazione comporta ancora un biasimo profondo. Solo nel 1991 ha cessato di essere un reato. Chi non ha lavoro va incontro alla miseria assoluta. Il sussidio di disoccupazione è collegato al salario minimo di 14.620 rubli mensili, un terzo del livello ufficiale di sussistenza e circa un settimo del salario medio. I senza lavoro sono spesso messi peggio di quanto suggeriscono queste cifre perché la maggior parte dei servizi sociali di base, come sanità, scuola e trasporti, sono forniti dalle aziende piuttosto che dagli enti locali e quindi sono disponibili solo per chi lavora (Economist, 11/12/93).

Sotto il regime precedente, in media le donne ricevevano il 70 per cento del salario maschile. La cifra è ora del 40 per cento. Mantenere una famiglia con un solo salario era già difficile nella vecchia Urss; ora, con l’aumento drammatico della povertà, è praticamente impossibile. Così le donne sono le vittime principali di questo regime reazionario. La prostituzione è aumentata enormemente, grazie al tentativo delle donne di sopravvivere vendendo il proprio corpo a chi ha il denaro per comprarlo, principalmente agli spregevoli “nuovi ricchi” e agli stranieri. Esse cadono preda della mafia che pretende almeno il 20 per cento di ogni transazione. Nelle riviste occidentali, le donne russe vengono presentate al pari di quelle del Terzo Mondo come possibili mogli per uomini i quali, per motivi insondabili, non riescono a trovarsi una partner nel proprio paese. Nella schiavitù umiliante delle donne, ridotte allo stato di merce, si concentra l’umiliazione di un paese costretto a sottomettersi al giogo dello sfruttamento nella sua forma più gretta e vergognosa.

Il 10 febbraio 1993 l’allora ministro del lavoro J. Melikjan annunciò la soluzione del governo al problema della disoccupazione. In un linguaggio che avrebbe fatto onore a qualsiasi uomo politico borghese di destra in Occidente, disse di non vedere il bisogno di programmi speciali per aiutare le donne a tornare al lavoro. “Perché dovremmo cercare posti di lavoro per le donne quando gli uomini sono inattivi e ricevono il sussidio di disoccupazione?”, ha chiesto. “Che gli uomini lavorino e le donne si occupino della casa e dei figli”. Un tale linguaggio, che in passato sarebbe stato impensabile, è visto ormai come una cosa normale ed accettabile. Qui, più chiaramente che altrove, vediamo il vero volto della controrivoluzione capitalista: rozzo, brutale e ignorante, un ritorno mostruoso ai tempi della schiavitù zarista, in cui ogni schiavo aveva il diritto di farla da padrone in casa per compensare la propria condizione degradante.

Il tentativo del governo di istituire una nuova politica di “ritorno al focolare” si è riflesso in diverse bozze di una nuova legge in fase di elaborazione. La prima bozza avrebbe di fatto annullato il diritto all’aborto e avrebbe vietato alle donne con figli minori di 14 anni di lavorare più di 35 ore settimanali, escludendole così da molti lavori. In seguito alle proteste sono state eliminate le clausole più controverse. Ora la legge abolisce l’obbligo per lo Stato di fornire un servizio d’asilo per i figli delle donne lavoratrici e, come compensazione, alle donne che hanno tre figli o più vengono offerti sussidi per poter rimanere a casa a curarli. La situazione delle donne sarà portata indietro di 70 anni. Rigettate negli oscuri recessi della famiglia, le donne sono costrette a pagare un prezzo terribile: nel 1993, 14mila donne russe sono state uccise dal proprio marito o convivente, una cifra 20 volte più grande che negli Usa.

 

L’emergere di un capitalismo mafioso

 

Oggi Mosca è una metropoli in ostaggio di gangster, di spacciatori di droga e di magnaccia. Una società in cui lo Stato una volta regolava tutto col terrore e il commercio era un reato è stata sostituita da una giungla in cui il commercio è regolato col terrore e chi denuncia un crimine viene eliminato da un killer direttamente a casa sua (…). Intanto il peccato rende bene e la rimunerazione è abbastanza vantaggiosa per i nuovi ricchi della Russia; in una tarda serata di metà settimana, al Teatro Grill (…), giovani furbi in giacca firmata brandiscono telefoni cellulari, come il pennacchio di un despota orientale, mentre ordinano aragosta canadese e champagne francese (…). Sono accompagnati da guardie del corpo tarchiate in giacca di pelle che siedono ai loro tavoli a fianco delle loro mantenute (…). Secondo l’opinione dei più cinici, lo zigzag morale e sociale della Russia non solo ha reso la mafia inevitabile, ma nel medio termine forse anche necessaria. La sua schietta devozione al profitto individuale ne fa una forza armata e spietata contro chi volesse restaurare il collettivismo statale.15

Queste righe danno un’immagine vivida del tipo di capitalismo che emerge oggi in Russia. Una delle principali accuse dirette contro il vecchio regime riguardava la sua corruzione endemica, che effettivamente esisteva e costituiva uno dei principali motivi di malcontento delle masse. Ma l’esperienza di sei anni di riforme procapitaliste ha dimostrato che il nuovo ordine è di gran lunga più corrotto di qualsiasi cosa lo abbia preceduto. L’illusione che la Russia possa arrivare a una forma classica di capitalismo “democratico” come nell’Europa occidentale o in America è stata completamente distrutta. Le cosche mafiose, legate al capitalismo emergente e spesso indistinguibili dalla borghesia nascente, sono spuntate dappertutto e i loro tentacoli penetrano ogni angolo dello Stato, degli affari e della politica. La mafia russa è anche collegata alle sue omologhe in Italia e altrove.

“Ci sono indicazioni che [la mafia russa] nell’ex Unione Sovietica stia utilizzando la mafia italiana per rafforzarsi economicamente così come ha fatto quella statunitense nella prima parte di questo secolo”, sostiene il generale Giovanni Verdicchio, uno dei principali responsabili delle operazioni antimafia della Guardia di Finanza italiana. Questi elementi criminali sono visti dai nuovi ricchi come i cani da guardia della nuova Russia, ma fanno pagare profumatamente le loro prestazioni. Un rapporto preparato per Boris Eltsin dal Centro analitico per la politica sociale ed economica afferma che tre quarti delle imprese private sono costrette a pagare fra il 10 e il 20 per cento dei loro guadagni alle bande criminali; 150 di tali bande controllano circa 40mila aziende, compresa la maggior parte delle 1.800 banche commerciali del paese. Secondo Newsweek, “la mafia russa ha praticamente trasformato la madre patria in una assassinocrazia”.

La nuova élite della Russia rappresenta un capitalismo mafioso, è permeata dalla corruzione da cima a fondo e, secondo una certa descrizione elegante, è “graziosa come il mostro di Frankenstein”. Il capitalismo russo è ancora più corrotto del famigerato capitalismo clientelare di Marcos nelle Filippine. Secondo la formulazione di Proudhon, socialista francese del secolo XIX, “la proprietà è un furto”. Dal punto di vista strettamente scientifico questa definizione è inesatta, ma nella Russia odierna si avvicina molto alla verità.

Uno stratega della finanza occidentale al ritorno da Mosca ha confessato di essere “rattristato dallo squallore e dalla decadenza diffusi, dalla corruzione dilagante che si maschera da capitalismo (…). Sono venuto via con un forte presagio”, ha aggiunto, “che si prospettano avvenimenti sinistri”. Parlava solo pochi mesi prima dell’assalto sanguinoso di Eltsin alla Casa Bianca con lo scioglimento del Parlamento, avvenuto nel novembre 1993.

In Russia i tentativi di resistere al potere della mafia sono estremamente rischiosi. Qui, parafrasando la frase di Von Clausewitz, l’omicidio è la continuazione degli affari con altri mezzi. Solo nel 1993 il ministero degli interni ha segnalato l’uccisione di 94 persone definite “imprenditori”, due attentati con esplosivi ogni giorno, di cui quasi un terzo contro rivali in affari. Nell’agosto 1995, il giorno della strage della Metropolitana di Mosca, si è svolta una manifestazione di membri dell’Associazione dei Banchieri e della Tavola Rotonda delle Imprese. Circondati da guardie del corpo hanno dichiarato che in tre anni erano stati stipulati 85 “contratti” di omicidio contro loro membri, 47 dei quali erano stati assassinati.

Uno dei primi 100 miliardari della Russia, Ilja Mitkov, è stato ucciso mentre usciva dal suo ufficio. Secondo il Daily Express (21/9/93),

al tempo della sua morte aveva un jet privato, un ufficio a Mayfair [il quartiere più ricco di Londra - NdT] e un attico e una Ferrari a Parigi (…). Aveva costruito un impero d’affari con due banche e una miriade di altre attività commerciali (…). Ma sembra che nella giungla del business a Mosca nessuno sia al sicuro. I giornali dicono che è rimasto ucciso per una faida riguardante pagamenti falsi, in cui era coinvolta una delle sue banche.

A differenza di quello occidentale, il capitalismo mafioso in Russia risolve le controversie di affari con un metodo diretto e semplice: l’assassinio. “Gli imprenditori che vogliono protezione assoldano proprie bande, che risultano utili anche per riscuotere i debiti”.16

Non si tratta di un’eccezione, ma di una situazione endemica.

Nelle aziende maggiori - spiega il Financial Times (2-3/9/95) - eserciti di centinaia di guardie forniscono sicurezza ai massimi dirigenti, fanno da esattori, proteggono i clienti e persino raccolgono informazioni. Sono l’equivalente moderno dei gendarmi di un signore medioevale, o della scorta di un magnate del bestiame negli Usa del secolo XIX.

Piotr Filippov, un economista presso il Centro analitico, scrive nel suo rapporto:

Sta crescendo un’intera generazione per la quale questa situazione è normale e che in tali circostanze si rivolge non alle autorità ufficiali, ma a quelle ufficiose. Questa gente per punire un socio colpevole, o poco accomodante, è più incline a pagare un killer piuttosto che affidarsi al tribunale per un giudizio.17

Il ministro degli interni russo, Anatolij Kulikov, stima che gli omicidi per contratto, con qualche americano fra le vittime, sono scesi da 530 nel 1995 a 450 nel 1996 e riconosce che “gli imprenditori negli ultimi cinque anni hanno occultato fra 150 e 300 miliardi di dollari” e che il 40 per cento del paese è in mano ad elementi criminali. La legislazione in preparazione imporrebbe multe agli evasori fiscali fra 862 e 2000 dollari. [Kulikov] dichiara con un capolavoro di understatement: “Ho qualche apprensione (!) su tutti quegli elementi che quattro o cinque anni fa erano derelitti, ma che ora sono diventati miliardari”.

Gli operatori del mercato nero e i mafiosi, che hanno contatti ai livelli più alti del governo, sono impegnati a tempo pieno a saccheggiare lo Stato. Questa mafia degli affari ha acquisito ricchezze favolose usando ogni mezzo a sua disposizione. La maggior parte delle banche sono controllate dai delinquenti con le loro auto di lusso occidentali, eleganti accompagnatrici e branchi di muscolose guardie del corpo. Con questi mezzi si riciclano i proventi della prostituzione, della droga e del mercato nero. “La situazione a Mosca è come quella di New York negli anni ’20 e ’30”, ha detto Jim Moody dell’FBI. Si compiono ogni anni centinaia di omicidi per contratto. I prezzi medi vanno dai mille ai cinquemila dollari per ogni uccisione.

Secondo l’Economist, la riforma capitalista e la criminalità si sovrappongono palesemente nel programma di privatizzazione “un vero affare per i truffatori”. Cita l’esempio delle aste di privatizzazione a Nizni Novgorod, dove i potenziali investitori venivano protetti dalla polizia antisommossa contro i gangster armati ansiosi di intimidire i concorrenti per garantirsi l’acquisto di proprietà a buon mercato. “Ad un’asta tenutasi a Saransk, nel centro della Russia europea, non c’era la polizia a scoraggiare i gangster dal “consigliare” ai rivali di non fare offerte; si dice che chi ha insistito è stato mutilato”.

I settori più vulnerabili della società sono rapinati dalle bande mafiose che sono alla ricerca di facili prede. Il Dipartimento di ricerca sulla criminalità di Mosca stima che fino ad un quinto degli omicidi premeditati che avvengono nella capitale siano commessi per appropriarsi della casa della vittima. Gli anziani vengono costretti, per disperazione, a cedere il loro alloggio in cambio di denaro, con l’accordo che il passaggio avverrà solo dopo la loro morte, che prontamente viene “facilitata”. Il bersaglio principale sono i pensionati che vivono soli. Negli obitori della città giacciono oltre 3.500 cadaveri “che probabilmente sono quelli di proprietari di appartamento scomparsi”. Dice il Financial Times (2-3/9/95):

Qualche settimana prima [dell’attentato], nei bidoni dei rifiuti nella strada vicino alla Metro erano stati rinvenuti tre cadaveri, uccisi a colpi di pistola e mutilati. Si diceva che non avevano pagato l’affitto. - L’articolo continua: - Uomini d’affari e dirigenti d’azienda si trovano spesso faccia a faccia con una pistola in veste di esattore di debiti, non necessariamente come ultima possibilità - e conclude: - Non esiste una legislazione efficace sull’esazione dei debiti.

 

Sulla presente opera

La caduta del Muro di Berlino e il crollo dello stalinismo hanno sollevato molti interrogativi anche nella Russia stessa. Questo libro si pone l’obiettivo di chiarire questi problemi e di rispondere alla propaganda dei nemici del socialismo, basandosi su dati, cifre ed argomentazioni. È un compito atteso a lungo. Non si tratta di un esercizio scolastico, ma rappresenta una preparazione per il futuro. Che cos’era l’Unione Sovietica, perché è crollata e quale sarà il futuro della Russia? Furono queste le domande poste da Trotskij nel suo capolavoro La Rivoluzione Tradita, scritto nel 1936, che conserva a tutt’oggi il pieno vigore e la rilevanza di allora. Chi desidera seriamente comprendere ciò che è successo in Russia non può ignorare questa grande opera di analisi marxista, che è il punto di partenza anche del presente libro. Come nella Rivoluzione Tradita, l’obiettivo è quello di gettare luce sul carattere del regime emerso dalla Rivoluzione d’Ottobre, di analizzarne le tendenze contraddittorie, di delinearne l’ascesa e la caduta e, infine, di indicare la via del futuro.

Prima, qualche parola sulla metodologia alla base di questa opera. È superfluo dire che il metodo usato qui è quello del marxismo, cioè del materialismo dialettico e storico, poiché solo questo ci fornisce gli strumenti scientifici che occorrono per analizzare dei processi complessi e contraddittori, per separare l’accidentale dal necessario, per distinguere fra quello che gli uomini e le donne pensano e dicono su se stessi e gli interessi materiali che rappresentano in ultima istanza. Solo con tali mezzi è possibile comprendere quanto è successo nell’Unione Sovietica, capire quindi ciò che avviene ora e, almeno provvisoriamente, stabilire una prospettiva per i futuri avvenimenti.

L’autore di questa opera ha trascorso la maggior parte della propria vita studiando la questione russa ed è particolarmente qualificato per fornirne un’analisi marxista. Ted Grant fu un seguace attivo di Trotskij fin dai tempi dell’Opposizione di Sinistra Internazionale e può essere considerato oggi il principale esponente delle idee del trotskismo. Gran parte del presente libro si fonda sul ricco contributo di materiale scritto da Ted nell’arco di cinquant’anni, in particolare la sua analisi del carattere dei nuovi regimi stalinisti dell’Europa dell’Est e della Cina e il suo sviluppo creativo ed originale della teoria di Trotskij sul bonapartismo proletario in relazione alla rivoluzione coloniale.

La prima parte del libro tratta la Rivoluzione Russa e trae un bilancio storico dell’Ottobre, rispondendo a molte delle critiche, delle distorsioni e degli equivoci che da decenni la circondano. Nel corso di questa sezione ci sono diversi capitoli che presentano un’esposizione dettagliata della teoria marxista dello Stato in relazione al regime di transizione che emerse dalla Rivoluzione d’Ottobre. Si traccia il percorso dell’ascesa della burocrazia e della controrivoluzione politica stalinista in tutte le sue fasi. Questa parte, particolarmente la critica alla teoria del “capitalismo di Stato” (inclusa una preziosa appendice sulla legge del valore nel periodo di transizione) può presentare per il lettore più difficoltà delle altre parti del libro, però è essenziale afferrare questi punti al fine di comprendere l’insieme del processo. Va notato che queste sezioni furono pubblicate originariamente verso la fine degli anni ’40 in un’importante opera di Ted intitolata La teoria marxista dello Stato. Per rendere questo e altro materiale pubblicabile in forma di libro è stato necessario un certo lavoro di redazione, di cui una grossa parte è toccata a me e a Rob Sewell. Eventuali variazioni di stile notate dal lettore dipendono unicamente da questo.

È opportuno ricordare che più di 25 anni fa Ted Grant aveva analizzato correttamente i motivi della crisi dello stalinismo e ne aveva previsto il crollo. Ogni altra tendenza politica, di scuola borghese o gli stalinisti stessi, dava per scontato che i regimi apparentemente monolitici esistenti in Russia, in Cina e nell’Europa dell’Est sarebbero durati praticamente in eterno. Ancora alla data odierna si cerca invano una spiegazione delle vere cause della crisi dello stalinismo in tutti gli scritti della borghesia, dei riformisti e degli ex stalinisti, per non parlare della miriade di gruppi e gruppuscoli settari alla periferia del movimento operaio. Questi processi vennero analizzati in anticipo negli scritti di Ted sulle prospettive internazionali, a partire dall’agosto del 1972. Purtroppo all’epoca quel materiale veniva letto da poche persone. L’opera presente metterà per la prima volta questa analisi dettagliata e approfondita a disposizione di un pubblico più ampio.

Alla luce dell’esperienza successiva, non è necessario modificare quello che si scrisse all’epoca riguardo i motivo della crisi dello stalinismo e l’inevitabilità del suo crollo. Questa analisi segue lo stesso metodo utilizzato da Trotskij. L’unica correzione che si deve introdurre riguarda la prospettiva del ritorno del capitalismo in Russia. Per molto tempo l’autore aveva ritenuto che un tale sviluppo fosse ormai da escludersi, giudizio che ora risulta sbagliato, ma va detto per inciso che nei decenni passati praticamente tutti gli osservatori, che fossero stalinisti o borghesi, erano dello stesso parere. Gli avvenimenti russi offrono una dimostrazione dello straordinario genio di Trotskij - che con Lenin fu uno dei due grandi pensatori marxisti di questo secolo - ed egli aveva ragione anche su questo punto. Ciò nonostante l’autore ritiene che il processo verso il capitalismo in Russia non sia stato portato ad una conclusione definitiva e potrebbe ancora invertire la rotta. Le diverse possibilità vengono esaminate nell’ultima sezione, che spiega il rapporto dialettico fra gli avvenimenti in Russia e nel resto del mondo.

Dato l’impasse dell’attuale regime filoborghese della Russia, qual è la prospettiva più probabile? Il crollo dell’Unione Sovietica e il processo verso la restaurazione del capitalismo hanno aperto un capitolo nuovo e contraddittorio. La previsione di Trotskij, per cui la burocrazia stalinista al fine di conservare i suoi privilegi “nel futuro deve inevitabilmente cercare un appoggio per se stessa nei rapporti di proprietà [capitalisti]”, si è avverata. Lo spettacolo disgustoso di vecchi dirigenti del Partito comunista, direttori d’impresa e funzionari che strappano la tessera e si dichiarano apertamente “imprenditori” con la stessa facilità con cui un uomo in treno passa dagli scompartimenti per fumatori a quelli per i non fumatori dimostra quanto fosse lontano il regime stalinista dall’autentico socialismo. Nell’ultima parte della sua opera l’autore pone il problema del futuro della Russia e delinea diverse possibilità. Ciò dipende dal fatto che il processo verso il capitalismo ha ancora un carattere incompleto; sono possibili diversi esiti.

Il marxismo è una scienza, ma non di tipo esatto, come la matematica e l’astronomia. Un astronomo può determinare la posizione di una galassia lontana milioni di anni luce, ma ci sono scienze e scienze; la medicina ad esempio è una scienza, ma non esatta. Basandosi da una parte sulla propria conoscenza della scienza medica e, dall’altra, su tutti i sintomi osservabili, il medico arriva ad una diagnosi. Le possibilità sono sempre varie; ad esempio, un dolore alla pancia può significare un’ulcera, una colica o un cancro allo stomaco. Ma in definitiva il medico deve decidere quale sia più probabile, perché deve passare dalla teoria all’azione e decidere la terapia.

Una prospettiva ha per definizione un carattere condizionale. Non è un progetto bello e pronto, ma solo un’ipotesi su cui lavorare, che va costantemente rivista, riempita nel dettaglio e confrontata con lo sviluppo reale degli avvenimenti. Sarebbe dunque un errore pretendere dall’opera presente che tratti in modo esauriente ogni aspetto della situazione. Per la loro stessa natura le prospettive devono occuparsi di processi generali. La situazione attuale è quella di transizione fra due epoche e presenta tutta l’instabilità che caratterizza tali momenti. Il compito di elaborare le prospettive è reso più difficile - ma non impossibile - dai rapidi cambiamenti in atto. Quando si ha a che fare con situazioni complesse, con molte variabili, è necessario spiegare le diverse varianti che esistono, indicando le conseguenze di ciascuna. Ma alla fine è necessario spiegare quale variante sia la più probabile.

Le prospettive hanno necessariamente un carattere algebrico, non aritmetico. Le incognite devono essere quantificate in base all’esperienza reale. Le prospettive possono essere integrate, modificate o anche scartate se non trovano un riscontro nella realtà. Nell’elaborare le prospettive gli errori sono inevitabili, ma per un marxista anche da un errore si può trarre vantaggio a condizione che venga identificato, spiegato e corretto. Nello stesso modo, nella storia della scienza, un esperimento può essere di grande utilità pur non rendendo il risultato desiderato, poiché serve per indicare la strada verso una via di indagine più proficua e aumenta il patrimonio delle nostre conoscenze, anche se in modo negativo.

Per definire lo scopo di questo libro non possiamo fare di meglio che citare l’introduzione di Trotskij al suo capolavoro sullo stalinismo, La rivoluzione tradita:

L’oggetto del presente studio è di valutare correttamente quello che è, per meglio comprendere quello che sta per realizzarsi. Ci soffermeremo sul passato solo nella misura in cui ciò ci aiuterà a prevedere il futuro. La nostra esposizione sarà critica. Chiunque si inchini di fronte al fatto compiuto, non può in nessun modo preparare l’avvenire (…). È un volto quello che vogliamo mostrare e non una maschera.18

Quest’anno segna l’ottantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Gli apologeti del capitalismo e la loro eco nel movimento operaio cercano di confortarsi col pensiero che il crollo dell’Urss significhi la fine del socialismo. Invece no! Quello che è fallito in Russia non è il socialismo, ma un modello fasullo, una sua mostruosa caricatura. Sotto molti aspetti il regime stalinista era l’antitesi del regime democratico instaurato dai bolscevichi nel 1917. La caduta dello stalinismo fu prevista in anticipo da Ted Grant. A tutt’oggi cerchiamo invano un’analisi coerente su questo processo negli scritti di qualsiasi altra tendenza politica, a livello mondiale. Nel futuro la caduta dello stalinismo sarà vista non come la fine del socialismo, ma solo come un episodio del processo verso la trasformazione socialista della società su scala mondiale. Gli anatemi al socialismo, al marxismo e al comunismo suonano sempre più vuoti, perché vengono pronunciati nel contesto di un capitalismo mondiale sempre più in crisi. Il calo dei tassi di crescita, la disoccupazione di massa permanente, gli attacchi al tenore di vita, i tagli brutali della spesa pubblica, l’abolizione dello Stato sociale… è questa la realtà del capitalismo nei paesi avanzati nell’ultimo decennio del ventesimo secolo. È in questo contesto che si sta tentando di restaurare il capitalismo in Russia. Quali sono le sue prospettive di successo? È troppo presto per dare una risposta definitiva, ma il fallimento del “socialismo in un paese solo” rende ben chiara una cosa: il destino della Russia sarà determinato ora più che mai dagli avvenimenti su scala mondiale.

Londra, 8 marzo 1997

 

 

1. John Reed, Dieci giorni che sconvolsero il mondo, pag. 22

2. Alec Nove, An economic history of the USSR, pag. 438

3. M. McCauley, The Soviet Union 1917-1991, pagg. XV e 378

4. Morning Star, 2/1/92

5. L. Trotskij, La rivoluzione tradita, pag. 235

6. Financial Times, 29/11/95

7. The Guardian, 27/5/96

8. The Big Issue, 8-21/12/95

9. Citato su Russian Labour Review, nº 2, 1993

10. Financial Times, 14/9/94

11. Kimija y Zizn, nº 10, ottobre 1994

12. Russian Labour Review, nº 2, 1993, pag. 42

13. Ibid

14. Financial Times, 14/9/94

15. The Sunday Times, 8/5/94

16. The Economist, 19/2/94

17. The Economist, 19/2/94

18. L. Trotskij, La rivoluzione tradita, pagg. 5-6