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5 dicembre 1922


1. Applicazione delle risoluzioni del Terzo congresso


Il quarto congresso mondiale afferma innanzitutto che le risoluzioni del terzo congresso relative a:


1) La crisi economica mondiale e i compiti dell’Inter nazionale comunista e


2) La tattica dell’Internazionale comunista sono state completamente confermate nel corso degli avvenimenti e dallo sviluppo del movimento operaio nel periodo intercorso fra il terzo e il quarto congresso.

2. L’epoca del declino capitalista


Sulla base della sua valutazione della situazione economica mondiale, il terzo congresso poteva dichiarare con assoluta certezza che il capitalismo ha assolto la sua missione storica di sviluppare le forze produttive e ha raggiunto uno stadio di contraddizione inconciliabile con le necessità non solo del moderno sviluppo storico, ma anche delle più elementari condizioni dell’esistenza umana. Questa contraddizione fondamentale si è riflessa nella recente guerra imperialista, e si è ulteriormente aggravata per i gravi danni inflitti dalla guerra sulle condizioni di produzione e distribuzione. Il capitalismo obsoleto ha raggiunto uno stadio nel quale la distruzione che risulta dal suo potere incontrollato rovina e danneggia le conquiste economiche costruite in passato dal proletariato

nonostante i freni imposti dalla schiavitù capitalista.


Il quadro complessivo del declino economico capitalista non viene smentito dalle inevitabili fluttuazioni congiunturali, tipiche del sistema capitalista tanto nei periodi di ascesa come in quelli di declino. I tentativi degli economisti borghesi e socialdemocratici di interpretare il miglioramento che è cominciato nella seconda metà del 1921 (negli Stati Uniti e, in misura significativamente minore, in Giappone e Gran Bretagna e parzialmente anche in Francia e in altri paesi) come un segnale di ristabilimento dell’equilibrio capitalista sorgono in parte dal desiderio di falsificare i fatti e in parte dalla mancanza di perspicacia da parte di questi servitori del capitale. Il terzo congresso, che ebbe luogo prima dell’attuale ripresa industriale, previde che prima o poi questa sarebbe giunta e già allora la caratterizzò come una leggera deviazione dalla tendenza fondamentale al declino dell’economia capitalista. Si può già prevedere con sicurezza che se l’attuale ripresa industriale si dimostrerà incapace di restaurare l’equilibrio capitalista o di riparare i massicci danni della guerra, la prossima crisi ciclica, che dovrebbe corrispondere alla tendenza di fondo del declino capitalista, rafforzerà i suoi effetti e aumenterà grandemente il potenziale rivoluzionario della situazione.


Fino all’ultimo il capitalismo sarà sottoposto alle sue fluttuazioni cicliche. Solo la conquista del potere da parte del proletariato e una rivoluzione socialista mondiale possono salvare l’umanità dalla catastrofe permanente, causata dall’esistenza del moderno sistema capitalista.


Ciò che il capitalismo sta attraversando oggi non è altro che la sua agonia. Il suo crollo è inevitabile.


3. La situazione politica internazionale


Il persistente declino del capitalismo si riflette anche nella situazione politica internazionale.


La questione delle riparazioni è tuttora irrisolta. Mentre le potenze dell’Intesa tengono una conferenza dopo l’altra, continua il crollo economico della Germania, minacciando l’esistenza del capitalismo in tutta l’Europa centrale.


Il deterioramento catastrofico della situazione economica in Germania costringerà l’Intesa a rinunciare alle riparazioni, il che affretterebbe la crisi economica e politica in Francia, o altrimenti condurrà alla formazione di un blocco industriale franco-tedesco sul continente: questo peggiorerebbe la situazione economica della Gran Bretagna e la sua posizione sul mercato mondiale, ponendo la Gran Bretagna e il continente in un crescente antagonismo.


Nel Vicino oriente, la politica dell’Intesa è stata un fallimento totale. Il trattato di Sévres è stato stracciato dalle baionette turche. La guerra tra Grecia e Turchia e gli avvenimenti ad essa collegati hanno dimostrato quanto sia instabile l’attuale equilibrio politico. Risorge lo spettro di una nuova guerra imperialista. La Francia imperialista, dopo aver rovinato a causa della sua rivalità con la Gran Bretagna il lavoro congiunto dell’Intesa nel Vicino oriente, viene ora spinta sempre più dagli interessi capitalistici in un fronte comune capitalista contro i popoli orientali. Tuttavia, nel far ciò la Francia capitalista mostrerà una volta di più ai popoli del Vicino oriente come l’unica via per difendersi dall’oppressione sia quella di unirsi alla Russia sovietica e di conquistare l’appoggio del proletariato rivoluzionario di tutto il mondo.


Per quanto riguarda l’Estremo oriente, le potenze vittoriose dell’Intesa hanno provato a Washington di rivedere il trattato di Versailles. Tuttavia sono riuscite solamente ad ottenere un momento di respiro accordando di ridurre per i prossimi anni la produzione di un solo tipo di armamenti, cioè delle corazzate. Non hanno trovato alcuna soluzione ai loro problemi. La lotta tra Giappone e America continua e tuttora infiamma la guerra civile in Cina. Le rive del Pacifico continuano ad essere un terreno di conflitti di prima grandezza.


Gli esempi dei movimenti di liberazione nazionale in India, Egitto, Irlanda e Turchia mostrano come i paesi coloniali e semicoloniali siano serre in cui maturino rapidamente le sollevazioni rivoluzionarie contro il potere imperialista. Essi rappresentano sorgenti inesauribili di energia antimperialista, e nella situazione data questo lavora obiettivamente contro l’esistenza del controllo borghese sul mondo.


Gli avvenimenti stanno liquidando il trattato di Versailles. Tuttavia la sua morte non apre la strada a un accordo generale fra gli Stati capitalisti e a un abbandono dell’imperialismo, ma al contrario porta a nuove contraddizioni, nuovi riallineamenti imperialisti e a una nuova corsa agli armamenti.


Nella situazione attuale la ricostruzione dell’Europa è impossibile L’America capitalista non è disposta a fare sacrifici per ricostruire l’economia capitalista europea. Come un avvoltoio, l’America capitalista guarda al declino dell’Europa capitalista con l’intento di reclamarne l’eredità. L’America asservirà l’Europa capitalista a meno che la classe operaia europea non prenda il potere politico, ripulendo il mondo dalle rovine della guerra, e inizi la costruzione di una repubblica sovietica federale dell’Europa.


I recenti avvenimenti anche in un piccolo paese come l’attuale Austria sono importanti come sintomi della situazione politica europea. Con un editto dell’imperialismo dell’Intesa, questa famosa “democrazia”, difesa congiuntamente dai Cristiano-socialisti e dai dirigenti dell’Internazionale due e mezzo, è stata cancellata con un solo tratto di penna a Ginevra, e sostituita da una dittatura aperta di un agente dell’Intesa. Persino il parlamento borghese è stato in pratica abolito; il suo posto è stato preso dagli esattori delle banche dell’Intesa.


Questi eventi nella piccola Austria, uniti al recente colpo di stato fascista in Italia, evidenziano l’instabilità dell’intera situazione e dimostrano meglio di ogni altra cosa come la “democrazia” non sia che un’illusione, significando in realtà la dittatura della borghesia.


Allo stesso tempo la situazione internazionale della Russia sovietica il solo paese nel quale il proletariato abbia sconfitto la borghesia e mantenuto il potere per cinque anni nonostante gli attacchi nemici, è diventata considerevolmente più forte. A Genova e all’Aja i capitalisti dell’Intesa hanno tentato di costringere la repubblica sovietica ad abbandonare la nazionalizzazione dell’industria e a farsi carico di un debito così grande che essa sarebbe diventata di fatto una colonia dell’Intesa. Il governo proletario della Russia sovietica si è dimostrato abbastanza forte da resistere a queste richieste arroganti. In mezzo al caos del crollo del sistema di dominio capitalista, la Russia sovietica rimane solida, dalla Beresina a Vladivostok, da Murmansk alle montagne dell’Armenia, e sta diventando una potenza di primo piano in Europa come nel Vicino e nell’Estremo oriente. Nonostante il tentativo del mondo capitalista di strangolare la Russia sovietica col blocco finanziario, il paese si avvierà alla ripresa economica utilizzando le sue proprie risorse. Allo stesso tempo la concorrenza tra le potenze capitaliste le costringerà ad avviare colloqui separati con la Russia sovietica. Un sesto del mondo è sotto il potere sovietico. Persino ora la sola esistenza della repubblica sovietica in Russia è una fonte permanente di debolezza per la società borghese e un fattore estremamente importante della rivoluzione mondiale. Quanto più si riprenderà e si rafforzerà l’economia sovietica, tanto più grande sarà l’influenza di questo fattore rivoluzionario di primo piano nella politica internazionale.


4. L’offensiva capitalista


Poiché in nessun luogo, eccettuata la Russia, il proletariato è riuscito a sferrare un colpo decisivo al capitalismo mentre questo era indebolito dalla guerra, la borghesia, con l’aiuto dei socialdemocratici, è riuscita a sconfiggere gli operai rivoluzionari combattivi, a ristabilire il suo potere economico e politico e a lanciare una nuova offensiva contro il proletariato. Tutti gli sforzi della borghesia volti a ripristinare la produzione e la circolazione internazionale dei beni su basi più fluide sono stati effettuati esclusivamente a spese della classe operaia.


L’offensiva capitalista internazionale sistematicamente organizzata contro tutte le conquiste della classe operaia ha spazzato il mondo come un uragano. Ovunque il capitale riorganizzato abbassa senza pietà i salari reali, allunga la giornata lavorativa, riduce i modesti diritti della classe operaia nelle fabbriche e, nei paesi con una moneta svalutata, costringe i lavoratori impoveriti a pagare il disastro economico causato dal deprezzamento della moneta, ecc.


L’offensiva capitalista, che recentemente ha raggiunto vaste proporzioni, costringe ovunque la classe operaia a difendersi. Migliaia e migliaia di lavoratori nei principali settori industriali stanno intraprendendo questa lotta. La lotta attrae ogni volta nuovi gruppi di operai che giocano un ruolo chiave nella vita economica (ferrovieri, minatori, metalmeccanici, impiegati statale e municipali). Fino ad ora la maggioranza degli scioperi non ha portato a risultati immediati, ma la stessa lotta sta creando fra moltitudini di lavoratori in precedenza politicamente arretrati un odio implacabile contro i capitalisti e il potere statale che li protegge. Questa lotta, che è stata imposta al proletariato, sta rendendo impossibile ai socialriformisti e ai burocrati sindacali di continuare la loro politica di collaborazione con gli imprenditori. Essa dimostra in modo tangibile anche ai settori più arretrati del proletariato il legame inscindibile tra politica ed economia. Oggi qualsiasi sciopero è un avvenimento politico di prima grandezza. Tali scioperi hanno mostrato che i partiti della Seconda internazionale e i dirigenti dell’Internazionale sindacale di Amsterdam, lungi dal fornire aiuto agli operai nella loro dura battaglia difensiva, li hanno apertamente abbandonati alla loro sorte e li hanno traditi con i datori di lavoro e i governi borghesi.


Uno degli scopi dei partiti comunisti è di mettere a nudo questo continuo tradimento, che non ha precedenti, e illustrarlo usando esempi tratti dalla lotta quotidiana delle masse lavoratrici. È un dovere di ogni partito comunista di estendere e approfondire gli innumerevoli scioperi economici, trasformandoli ovunque sia possibile in scioperi e azioni politiche. Ovviamente nel corso delle lotte difensive i partiti comunisti devono anche porsi l’obiettivo di rafforzare la coscienza rivoluzionaria e la combattività delle masse proletarie in misura tale che, una volta che si diano le circostanze favorevoli, la lotta possa passare dalla difesa all’attacco.


Con il diffondersi della lotta, inevitabilmente le contraddizioni tra il proletariato e la borghesia si intensificheranno sempre più. La situazione obiettiva è tuttora rivoluzionaria; anche lo sciopero più piccolo può diventare il punto di partenza di grandi battaglie rivoluzionarie.


5. Il fascismo internazionale


Strettamente legata all’offensiva economica del capitale è l’offensiva politica della borghesia contro il proletariato. La sua espressione più aspra è il fascismo internazionale. Poiché la caduta del livello di vita colpisce ora le classi medie, inclusi gli impiegati pubblici, la classe dominante non è più certa di potersi affidare alla burocrazia statale come proprio strumento. Ricorre invece ovunque alla creazione di una speciale Guardia bianca, che è rivolta particolarmente contro gli sforzi rivoluzionari del proletariato e viene sempre più utilizzata per sopprimere con la forza qualsiasi tentativo della classe operaia di migliorare le proprie condizioni.


Il tratto caratteristico del “classico” fascismo italiano, che attualmente ha in pugno l’intero paese, è che i fascisti non solo formano una organizzazione controrivoluzionaria combattente, armata fino ai denti, ma cercano anche di usare una demagogia sociale per conquistarsi una base fra le masse: fra i contadini, nella piccola borghesia e persino in certi settori del proletariato. Esiste attualmente una minaccia fascista in molti paesi: Cecoslovacchia, Ungheria, in quasi tutti i paesi balcanici, Polonia, Germania, Austria, America e persino in paesi come la Norvegia. La possibilità che in una forma o l’altra compaia il fascismo non può essere esclusa neppure in paesi quali la Francia e la Gran Bretagna.


Uno dei compiti più importanti dei partiti comunisti è l’organizzazione della resistenza contro il fascismo internazionale. Essi devono essere alla testa della classe operaia nella lotta contro le bande fasciste, devono essere estremamente attivi nel costruire fronti unici sulla questione e devono fare uso di metodi organizzativi illegali.


Ma la promozione temeraria dell’organizzazione fascista è l’ultima carta in mano alla borghesia. Il dominio aperto delle Guardie bianche opera anche contro le stesse fondamenta della democrazia borghese. Le masse più ampie del popolo lavoratore si convincono che il dominio borghese è possibile solo nella forma di una dittatura aperta sul proletariato.


6. La possibilità di nuove illusioni pacifiste


L’attuale situazione politica internazionale è caratterizzata dal fascismo, dallo stato d’assedio e dall’onda ascendente del Terrore bianco contro la classe operaia. Tuttavia, questo non esclude che nel prossimo futuro la reazione borghese aperta possa, in alcuni paesi molto importanti, cedere il passo a un’era di “pacifismo democratico”. In Gran Bretagna (dove il partito laburista è avanzato nelle ultime elezioni) e in Francia (dove è inevitabile un periodo di governo del cosiddetto “blocco di sinistra”) questo tipo di periodo transitorio di “democrazia pacifista” è altamente probabile e può a sua volta dar luogo a una rinascita delle speranze pacifiste nella borghesia e nella socialdemocrazia in Germania. Nel periodo compreso tra l’attuale dominazione aperta della reazione borghese e la vittoria completa del proletariato rivoluzionario sulla borghesia, ci saranno diversi passaggi e la possibilità di diversi episodi di breve durata. L’Internazionale comunista e le sue sezioni devono essere coscienti di tutte queste possibilità. Devono saper difendere le proprie posizioni rivoluzionarie in qualsiasi situazione.


7. La situazione nel movimento operaio


Mentre gli attacchi capitalisti costringono la classe operaia sulla difensiva, i partiti del centro (gli Indipendenti) si avvicinano sempre più e persino si fondono con gli aperti socialtraditori (i socialdemocratici). Durante l’ascesa rivoluzionaria persino i centristi, piegandosi alla pressione delle masse, si dichiaravano per la dittatura del proletariato e si avvicinavano alla Terza internazionale. Ma non appena l’ondata dei sentimenti rivoluzionari è arretrata, anche solo temporaneamente, i centristi sono rientrati nel campo della socialdemocrazia, dal quale in realtà non erano mai usciti. Coloro che durante le lotte rivoluzionarie di massa avevano una posizione oscillante stanno ora rinunciando alla lotta difensiva e tornano nel campo della Seconda internazionale, che è sempre stata coscientemente controrivoluzionaria. I partiti centristi e l’intera internazionale centrista “due e mezzo” sono in uno stato di disintegrazione. I migliori operai rivoluzionari che per breve tempo erano stati nel campo centrista col tempo passeranno all’Internazionale comunista. In alcuni paesi (Italia) questo già comincia ad accadere. Per contrasto, la schiacciante maggioranza dei dirigenti centristi, che oggi si alleano con Noske, Mussolini, ecc. si trasformeranno in controrivoluzionari incalliti.


Da un punto di vista obiettivo la fusione dei partiti della Seconda internazionale e dell’Internazionale “due e mezzo” può solo beneficiare il movimento operaio rivoluzionario. L’idea di un secondo partito rivoluzionario al di fuori del campo comunista perde credibilità. Ora, solo due gruppi lotteranno per guidare la maggioranza della classe operaia: la Seconda internazionale, che rappresenta l’influenza della borghesia nella classe operaia, e la Terza internazionale, che ha innalzato la bandiera della rivoluzione socialista e della dittatura del proletariato.


8. La scissione sindacale e i preparativi per il Terrore bianco contro i comunisti


La fusione dei partiti della Seconda internazionale e dell’Internazionale due e mezzo è stata indubbiamente causata dalle necessità di preparare una “atmosfera favorevole” per una campagna sistematica contro i comunisti. Parte di questa campagna è l’agitazione sistematica da parte dei dirigenti dell’Internazionale di Amsterdam in favore di una scissione. I dirigenti di Amsterdam stanno evitando ogni contrattacco contro l’offensiva capitalista, mentre continuano la loro politica di collaborazione con i datori di lavoro. Essi cercano sistematicamente di eliminare l’influenza comunista nei sindacati per assicurarsi che i comunisti non pongano ostacoli alla collaborazione. Tuttavia, poiché in molti paesi i comunisti hanno già conquistato la maggioranza nei sindacati, o sono vicini a farlo, i dirigenti di Amsterdam sono disposti a usare la tattica delle espulsioni forzate e della scissione formale del movimento sindacale. Nulla è più efficace nel minare la forza della resistenza proletaria all’offensiva capitalista che una scissione sindacale. I dirigenti sindacali riformisti sono ben consci di questo fatto, ma poiché sentono il terreno mancare sotto i piedi e non possono evitare il loro prossimo fallimento, sono ansiosi di scindere i sindacati, l’arma più forte della lotta proletaria, in modo che i comunisti vengano lasciati solo con frammenti della vecchia organizzazione sindacale. La classe operaia non vedeva un simile maligno tradimento dall’agosto del 1914.


9. Il compito di conquistare la maggioranza


In queste circostanze la direttiva principale del terzo congresso è tuttora completamente valida: accrescere l’influenza comunista sulla maggioranza della classe operaia e coinvolgerne nella lotta i settori decisivi.


È ancora più importante ora che all’epoca del terzo congresso comprendere che coll’attuale equilibrio precario della società borghese, una crisi severa può esplodere del tutto all’improvviso come risultato di un grande sciopero, una sollevazione coloniale, una nuova guerra o persino una crisi parlamentare. Questo è ciò che accresce tremendamente l’importanza del “fattore soggettivo”, cioè del livello di coscienza, di combattività e di organizzazione della classe operaia e della sua avanguardia.


Conquistare la maggioranza della classe operaia europea e americana - questo era e rimane il compito chiave di fronte all’Internazionale comunista.


Nei paesi coloniali e semicoloniali l’Internazionale comunista ha i seguenti due compiti:


1) Formare il nucleo di un partito comunista che rappresenti gli interessi dell’insieme del proletariato;

2) Dare pieno appoggio al movimento nazional-rivoluzionario contro l’imperialismo, diventare la sua avanguardia e all’interno di esso iniziare a sviluppare un movimento socialista.


10. La tattica del fronte unico


C’è di conseguenza un’ovvia necessità di ricorrere alla tattica di fronte unico. Lo slogan del Terzo congresso, “alle masse”, è ora più rilevante che mai. La lotta per stabilire un fronte unico proletario in tutta una serie di paesi è solo all’inizio. E solo ora abbiamo cominciato a superare le difficoltà connesse a questa tattica. L’esempio migliore è la Francia, dove il corso degli avvenimenti ha fatto sì che anche coloro che fino a poco tempo fa si erano opposti per principio a questa tattica ne sono ora diventati dei sostenitori. L’Internazionale comunista richiede che tutti i partiti e gruppi comunisti aderiscano strettamente alla tattica del fronte unico, poiché nel periodo attuale è il solo modo di condurre i comunisti nella direzione giusta, verso la conquista della maggioranza dei lavoratori.


Attualmente i riformisti hanno bisogno della scissione, mentre i comunisti sono interessati a unire tutte le forze della classe operaia contro il capitale.


Utilizzare la tattica del fronte unico significa che l’avanguardia comunista è in prima fila nella lotta quotidiana delle larghe masse per i loro interessi più vitali. In nome di questa lotta i comunisti sono persino disposti a trattare con i dirigenti crumiri delle internazionali socialdemocratica e di Amsterdam. Qualsiasi tentativo della Seconda internazionale di interpretare il fronte unico come una fusione organizzativa di tutti i “partiti operai” deve essere naturalmente respinto in modo categorico. I tentativi della Seconda internazionale di assorbire le organizzazioni operaie alla sua sinistra chiamando questa manovra un fronte unico (“fusione” dei socialdemocratici e degli indipendenti tedeschi) in realtà non fa che dare un’ulteriore opportunità ai dirigenti socialdemocratici di tradire nuovamente le masse operaie in favore della borghesia.


L’esistenza di partiti comunisti indipendenti e la loro completa libertà d’azione in relazione alla borghesia e alla socialdemocrazia controrivoluzionaria è la conquista storica più importante ottenuta dal proletariato, alla quale i comunisti non rinunceranno in nessuna circostanza. Solo i partiti comunisti lottano per l’interesse complessivo dell’intero proletariato.


Allo stesso modo, la tattica del fronte unico non ha nulla a che spartire con le cosiddette “combinazioni elettorali” fra dirigenti che perseguono questo o quel fine parlamentare.


La tattica del fronte unico è semplicemente un’iniziativa attraverso la quale i comunisti propongono di unirsi a tutti gli operai appartenenti ad altri partiti e gruppi, e a tutti i lavoratori che non sono schierati, in una lotta comune per difendere gli interessi immediati, basilari della classe operaia contro la borghesia. Ogni azione, anche per le più banali rivendicazioni quotidiane, può condurre alla coscienza e alla formazione rivoluzionaria; è l’esperienza della lotta che convincerà gli operai della inevitabilità della rivoluzione e dell’importanza storica del comunismo.


Nell’utilizzare la tattica del fronte unico è particolarmente importante che si raggiungano risultati non solo agitativi, ma anche organizzativi. Si deve sfruttare ogni opportunità di stabilire un primo aggancio organizzativo fra le stesse masse lavoratrici (comitati di fabbrica, commissioni formate di lavoratori di tutti i diversi partiti e di non organizzati, comitati d’azione, ecc.)


Lo scopo principale della tattica di fronte unico è di unificare le masse lavoratrici attraverso l’agitazione e l’organizzazione. Il successo reale della tattica del fronte unico dipende da un movimento “dal basso”, dalla base delle masse lavoratrici. Tuttavia ci sono circostanze nelle quali i comunisti non devono rifiutare di avere colloqui con i dirigenti dei partiti operai ostili, a condizione che le masse siano sempre pienamente informate dell’andamento di questi colloqui. Durante le trattative con questi dirigenti, l’indipendenza del partito comunista e la sua agitazione non devono subire restrizioni.


Ovviamente la tattica del fronte unico deve essere applicata in modo differente nei diversi paesi, secondo le condizioni concrete. Tuttavia, dove le condizioni oggettive dei paesi più importanti siano mature per una trasformazione socialista, e dove i partiti socialdemocratici con i loro dirigenti controrivoluzionari cercano deliberatamente di scindere la classe operaia, la tattica del fronte unico sarà di importanza decisiva per l’intera epoca.


11. Il governo operaio


Lo slogan del governo operaio (o del governo operaio e contadino) può essere utilizzato praticamente ovunque come slogan agitativo generale. Tuttavia, come slogan politico centrale, il governo operaio è più importante nei paesi in cui la posizione della società borghese è particolarmente instabile e dove il rapporto di forze fra partiti operai e borghesia pone all’ordine del giorno la questione del governo come problema pratico che richiede una soluzione immediata. In questi paesi il governo operaio discende inevitabilmente da tutta la tattica del fronte unico.


I partiti della Seconda internazionale tentano di salvare la situazione in questi paesi proponendo e formando coalizioni tra borghesia e socialdemocratici. I recenti tentativi di certi partiti operai della Seconda internazionale (per es. in Germania) di prendere parte segretamente a questo tipo di governi di coalizione, rifiutando di esservi coinvolti apertamente, non sono che una manovra per pacificare le masse indignate, e sono solo un inganno più sottile nei confronti della classe operaia. Al posto della coalizione borghese/socialdemocratica, sia essa aperta o mascherata, i comunisti propongono un fronte unico che coinvolga tutti gli operai e una coalizione di tutti i partiti operai attorno a questioni economiche e politiche, che combatta e infine rovesci il potere borghese. A seguito di una lotta unita di tutti i partiti operai attorno a questioni economiche e politiche, l’intero apparato statale deve passare nelle mani di un governo operaio, rafforzando così le posizioni di potere tenute dalla classe operaia.


I compiti più elementari di un governo operaio devono essere l’armamento del proletariato, il disarmo delle organizzazioni controrivoluzionarie della borghesia, introdurre il controllo della produzione, trasferire il principale carico fiscale sulle classi proprietarie e infrangere la resistenza della borghesia controrivoluzionaria.


Tale governo operaio è possibile solo se esso sorge dalla lotta delle masse ed è appoggiato da organizzazioni operaie combattive formate dai settori più oppressi dei lavoratori a livello di base. Tuttavia, persino un governo operaio che sorga attraverso un riallineamento parlamentare, cioè un governo di origini puramente parlamentari, può aprire la strada a una sollevazione del movimento operaio rivoluzionario. È ovvio che la formazione di un vero governo operaio e il prolungarsi della sua esistenza devono portare a un’aspra lotta con la borghesia e persino alla guerra civile. Il solo tentativo da parte del proletariato di formare tale governo incontrerà fin dai primissimi giorni una resistenza estremamente decisa da parte della borghesia. Lo slogan del governo operaio ha perciò la potenzialità di riunire il proletariato e di scatenare la lotta rivoluzionaria.


In certe circostanze, i comunisti devono dichiararsi disposti a formare un governo operaio con partiti e organizzazioni operaie non comuniste. Tuttavia, devono farlo solo se esistono le garanzie che il governo operaio condurrà una vera lotta contro la borghesia del tipo già delineato. Le condizioni ovvie per la partecipazione dei comunisti a tale governo sono:


1. I comunisti che entrino nel governo devono restare sotto il più severo controllo del loro partito;

2. I comunisti che partecipano a tale governo devono mantenere un contatto estremamente stretto con le organizzazioni rivoluzionarie delle masse;

3. Il partito comunista ha il diritto incondizionato di mantenere la propria identità e la completa indipendenza della propria agitazione.


Pur con tutti i suoi grandi vantaggi, lo slogan del governo operaio ha anche i suoi pericoli, come li ha l’intera tattica del fronte unico. Per evitare questi pericoli e per fare fronte ora alle illusioni sulla inevitabilità di una fase di “coalizione democratica”, i partiti comunisti devono essere coscienti di quanto segue:


Ogni governo borghese è simultaneamente un governo capitalista, ma non ogni governo operaio è un governo realmente proletario, socialista.


L’internazionale comunista deve considerare le seguenti possibilità.


1. Un governo operaio liberale, come esisteva in Australia e come è possibile in Gran Bretagna nel prossimo futuro.

2. Un governo “operaio” socialdemocratico (Germania).

3. Un governo operaio e contadino. Questa possibilità esiste nei Balcani, in Cecoslovacchia, ecc.

4. Un governo di coalizione socialdemocratico/comunista.

5. Un vero governo operaio, che nella sua forma pura può essere creato solo da un partito comunista.


I comunisti sono anche pronti a lavorare a fianco di quegli operai che non abbiano ancora riconosciuto la necessità della dittatura del proletariato. Pertanto i comunisti sono anche pronti, a certe condizioni e con determinate garanzie, a sostenere un governo operaio non comunista. Tuttavia i comunisti continueranno a dichiarare apertamente alle masse che il governo operaio non può essere né conquistato, né mantenuto senza una lotta rivoluzionaria contro la borghesia.


I primi due tipi di governo operaio (governo operaio e contadino e governo socialdemocratico/comunista) non rappresentano ancora la dittatura del proletariato, ma restano un punto di partenza importante per conquistare tale dittatura. La completa dittatura del proletariato può essere solo un governo operaio genuino (tipo 5), formato da comunisti.


12. Il movimento dei comitati di fabbrica


Nessun partito comunista può considerarsi un partito comunista serio, di massa e ben organizzato se non ha forti cellule comuniste nelle fabbriche, nelle miniere, nelle ferrovie, ecc. Nelle condizioni odierne un movimento operaio non può considerarsi un movimento sistematicamente organizzato, proletario e di massa a meno che la classe operaia e le sue organizzazioni possano formare comitati di fabbrica che siano la spina dorsale del movimento. In particolare la lotta contro l’offensiva capitalista e per il controllo della produzione non ha alcuna speranza a meno che i comunisti non abbiano una seria presenza in tutte le fabbriche e gli operai abbiano creato le proprie organizzazioni proletarie combattive (comitati di fabbrica, consigli operai).


Il congresso considera pertanto che uno dei maggiori compiti di fronte a ogni partito comunista sia di rafforzare la propria influenza nelle fabbriche e di appoggiare il movimento dei comitati di fabbrica, o di prendere l’iniziativa di avviarlo.


13. Disciplina internazionale


Ora più che mai è necessaria la più severa disciplina internazionale, sia nell’Internazionale comunista che in ciascuna delle sue sezioni, in modo da applicare la tattica del fronte unico a livello internazionale e in ogni singolo paese.


Il quarto congresso esige categoricamente che tutte le sue sezioni e tutti i suoi membri aderiscano strettamente a questa tattica, che porterà risultati solo se verrà applicata unanimemente e sistematicamente non solo a parole, ma anche nei fatti.


L’accettazione delle ventun condizioni implica l’applicazione di tutte le decisioni tattiche assunte dal congresso mondiale e dal Comitato esecutivo, l’organo dell’Internazionale comunista tra un congresso e il successivo. Il congresso dà istruzione al Comitato esecutivo di essere estremamente fermo nell’esigere e verificare che ogni partito metta in pratica queste decisioni tattiche. Solo la tattica rivoluzionaria chiaramente definita dell’Internazionale comunista assicurerà la vittoria più rapida possibile della rivoluzione proletaria internazionale.


Il congresso decide di allegare come appendice a questa risoluzione le tesi del dicembre (1921) del Comitato esecutivo, che costituiscono una spiegazione corretta e dettagliata della tattica del fronte unico.

 

 

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