È uscito il nuovo numero della rivista teorica “In difesa del marxismo” - Falcemartello

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Giù le mani dalla Resistenza!


Ogni classe dominante ha sempre cercato di mantenere un monopolio ferreo sulla storia. I capitalisti non fanno eccezione. Screditare e minimizzare le lotte degli oppressi per la loro emancipazione, fino a farne perdere la memoria, è uno strumento degli sfruttatori per consolidare il loro potere. A questo innanzitutto vogliamo rispondere con la nostra rivista, contribuendo ad una conoscenza e ad una valutazione corrette dell’importanza della lotta partigiana di liberazione. La formazione di ogni militante non può prescindere da una conoscenza seria della storia del movimento operaio e delle sue migliori tradizioni rivoluzionarie.

Se la destra strombazza una pretesa egemonia “marxista” sui libri di testo di storia, è sufficiente vedere la superficialità con cui viene liquidata la Rivoluzione russa e creata un’identità tra Lenin e Stalin per accorgersi che è vero proprio il contrario. Né miglior sorte tocca alla Resistenza. La Resistenza fa paura ancora oggi ai padroni perché è considerata come un punto di riferimento per chi vuole lottare per una società migliore. Per questo vogliono insudiciarla e ridurne l’importanza storica, soprattutto agli occhi delle giovani generazioni. Il dibattito sulla Resistenza non ha un carattere accademico ma riflette interessi politici e di classe, non solo di chi combatté allora su barricate opposte, ma anche di chi si scontra oggi nella società. Non è, dunque, sorprendente vedere i fiumi di inchiostro versati in questi mesi dai giornali della borghesia e dalle sue case editrici, Mondadori in testa, per rilanciare contro la Resistenza attacchi nauseabondi che tendono ad equiparare partigiani e repubblichini, comunisti e fascisti, e a svalutare l’apporto militare del movimento partigiano affermando, come Paolo Mieli, che esso fu quasi simbolico.

Scopriamo così che anche noi, non solo gli iracheni di oggi, dovremmo la nostra libertà all’intervento “liberatore” delle baionette dell’imperialismo USA e britannico… mentre quasi tutte le città italiane furono liberate dai partigiani in armi! Ciliegina sulla torta, la fiction Rai Un cuore nel pozzo accoglie le tesi dello storico neofascista Pirina, basate su falsi storici, e getta fango anche sui partigiani jugoslavi, assimilandoli a delinquenti comuni assetati di sangue.

Anche sul significato generale della seconda guerra mondiale c’è molto fumo. Alla fine della guerra, essendo chiari i legami tra nazifascismo e capitalisti, alla borghesia fu necessario deviare l’attenzione dalla vera natura del fascismo e prendere le distanze da quei dittatori che aveva appoggiato per anni. Hitler e Mussolini vennero presentati come due “pazzi” arrivati al potere non si sa come e non si sa da dove, avendo agito per conto proprio e non in nome della difesa del privilegio capitalista, come fu in realtà il caso. Alcuni film di successo usciti negli ultimi anni, da Perlasca a Schindler’s List, rilanciano in maniera martellante proprio l’idea che il capitalismo non avesse nulla a che fare coi regimi nazista e fascista. La Seconda Guerra Mondiale viene così presentata come uno scontro ideologico tra fascismo e democrazia, oscurando completamente che essa fu innanzitutto un sanguinoso conflitto militare per decidere quale imperialismo avrebbe dominato il pianeta, quello tedesco o quello statunitense. Cioè una lotta per il possesso di colonie, mercati e predominio militare.

Trasformata la guerra in un conflitto ideologico, la lotta antifascista diventa un movimento genericamente democratico, dove la lotta di classe non c’entra nulla. A sinistra ci si accoda spesso e volentieri a questo coro che fa della Resistenza un movimento patriottico, il “Secondo Risorgimento” nelle parole della propaganda del PCI di epoca togliattiana. Questa visione edulcorata delle lotte di quegli anni le trasforma, stravolgendole, in un’icona inoffensiva per la classe dominante. Infatti, da almeno due anni, è l’ex banchiere ora presidente della Repubblica Azeglio Ciampi a candidarsi ad ogni occasione come gran cerimoniere del 60° della Liberazione, in nome della pacificazione nazionale e sotto le note dell’Inno di Mameli. E’ uno dei compiti prioritari che ci siamo posti in questa rivista quello di chiarire che la Resistenza fu un processo rivoluzionario, un assalto al cielo con cui milioni di operai, braccianti e contadini cercarono di porre fine, in un sol colpo, a fascismo e sfruttamento capitalista. Crediamo che questo possa essere utile oggi per tutti quei giovani e lavoratori che lottano per cambiare il mondo. La Resistenza mostra infatti in maniera eclatante la forza sociale e lo spirito di sacrificio della classe lavoratrice quando questa alza la testa. Gli articoli di Paolo Brini, “La guerra partigiana: una lotta per il comunismo”, e di Gabriele Donato, “Lotte operaie e Resistenza fra guerra e rivoluzione”, approfondiscono la natura rivoluzionaria dell’esplosione sociale di quegli anni. Invece, a sinistra, tutti i pretesti sono stati trovati, dall’arretratezza delle masse al Sud fino alla presenza delle truppe alleate, per affermare che la rivoluzione non si poteva fare e che Togliatti, su ordine di Stalin, bene ha fatto ad imporre al Pci che la lotta rimanesse soltanto antifascista senza diventare anticapitalista, altrimenti “sarebbe finita come in Grecia”. Il gruppo dirigente del Pci era consapevole che i lavoratori gli chiedevano di prendere il potere e che sarebbe stato possibile farlo. La direzione togliattiana del Pci, però, non volle scegliere questa via ed aprire la via ad una trasformazione socialista. L’articolo di Francesco Giliani, “Il Pci di fronte alla Resistenza. Democrazia progressiva o rivoluzione socialista?”, analizza la politica del gruppo dirigente del Pci e le resistenze enormi che trovò in un partito i cui militanti lottavano nella prospettiva della rivoluzione, dell’ora “x”. L’articolo di Roberto Sarti, “La lotta di classe in Italia dal 1945 al 1948” , tratta del periodo dei governi di unità nazionale, quando la borghesia usò la presenza in essi del Pci e del Psiup per ingannare le masse e far passare col consenso dei partiti operai misure che aiutavano il capitalismo a stabilizzarsi nuovamente: tregua salariale, sblocco dei licenziamenti, rafforzamento dell’apparato statale fintamente epurato, amnistia per i fascisti, ratifica dei Patti Lateranensi. L’unità nazionale fu poi rotta da destra, quando la borghesia e la Democrazia Cristiana pensarono di non aver più bisogno dei partiti operai al governo e li gettarono all’opposizione, iniziando una controffensiva culminata nella tremenda repressione antioperaia degli anni di Scelba.

I comunisti sono stati la forza motrice principale nella lotta antifascista. La Resistenza è piena di insegnamenti di cui dobbiamo fare tesoro e la battaglia per la “rossa primavera” è più attuale che mai. Come disse Alcide Cervi “dopo un raccolto ne viene sempre un altro”.