Contro il razzismo e il neofascismo - Falcemartello

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Italiani, immigrati, operai uniti nella lotta!

È in atto nel nostro paese un chiaro tentativo di rilancio di una destra aggressiva, razzista, neofascista. Ricordiamo due episodi recenti: la serie di aggressioni a Roma culminate con l’assalto al centro sociale Forte Prenestino (si veda l’articolo ); la caccia all’immigrato scatenata da squadristi neofascisti a Varese dopo che un albanese aveva accoltellato a morte un barista legato al gruppo fascista dei “Blood and Honour”; sono però solo gli ultimi episodi di una lunga serie di violenze e provocazioni che a quanto pare non si fermano: il 10 luglio l’associazione dei “Reduci della Repubblica Sociale Italiana” intende manifestare a Schio (Vicenza) per ricordare le “vittime delle stragi partigiane”. Siamo persino testimoni di un tentativo - sia pure con tratti farseschi - di riproporre all’interno dell’apparato statale una versione della Gladio adattata a questi tempi di “lotta al terrorismo”.

Solo un nostalgico “ritorno di fiamma” (nera)? Una risposta del genere sarebbe come minimo superficiale. Dobbiamo prendere atto che nel nostro paese si stanno creando le condizioni per il coagularsi di un blocco di estrema destra più consistente di quanto non sia mai avvenuto da almeno trent’anni.

Da comunisti, da militanti della sinistra, dobbiamo prendere atto di questa realtà: non per restare immobili a contemplare gli avvenimenti, magari spargendo qualche lamentela sulla presunta “arretratezza culturale” del nostro popolo (attività preferita della sinistra salottiera più o meno “radicale”), ma per mettere in campo una strategia atta a contrastarla frontalmente.

Lo sfondo è costituito dalle campagne propagandistiche che su scala nazionale e internazionale rilanciano la “difesa dei valori cristiani”, la lotta agli arabi e ai musulmani e in generale tutta la maleodorante produzione a sfondo razzista, ma vi sono cause più dirette che alimentano la ripresa della destra estrema. Primo ingrediente è la crisi ormai dispiegata della Casa delle libertà. Se alle prossime elezioni politiche si materializzerà il fallimento annunciato della destra governativa, settori di quei partiti dovranno tentare di rilanciarsi con campagne nazionaliste e razziste; metteranno nel calderone l’“invasione di merci asiatiche” con “gli immigrati stupratori e spacciatori”, i tossicodipendenti e le donne che “pretendono” di difendere i loro diritti all’autodeterminazione; campagne reazionarie da condirsi ovviamente con tanta retorica “sociale” contro l’euro che ci ha rovinati e il centrosinistra amico dei banchieri. Sia la Lega che settori della destra di An saranno spinte per questa via a dare spazio e sostegni a quei settori più aggressivi che già oggi li incalzano da destra, sia nelle piazze che, in alcuni casi, sul terreno elettorale.

Ma ci sono altri importanti fattori di cui tenere conto. La grande borghesia, i salotti “che contano” nelle banche e in Confindustria, non pensano certo oggi di risolvere i loro problemi affidandosi a simili personaggi; contano invece di utilizzare i servigi del centrosinistra e dei dirigenti sindacali per fare ingoiare ai lavoratori, ai giovani, ai pensionati, agli immigrati, i “necessari sacrifici” (necessari ovviamente per rimpinguare i loro bilanci aziendali o per sanare i disastri da loro stessi creati nella finanza pubblica e nelle aziende). Contano su Prodi, ma soprattutto su Fassino, D’Alema, Epifani sulla loro “ragionevolezza” e disponibilità a gestire nuove politiche di lacrime e sangue e a mettere in piedi un nuovo “patto sociale”, una versione riveduta e peggiorata della concertazione degli anni ’90 alla quale stanno da tempo lavorando. In questo schema le forze di estrema destra non rientrano se non come strumento per intimidire i militanti della sinistra.

Ma in una prospettiva più di lungo termine le cose cambiano. Una sinistra complice di politiche antipopolari, succube delle direttive provenienti dal padronato, inevitabilmente deluderà milioni di lavoratori che alle prossime elezioni si apprestano a votare contro Berlusconi. L’esperienza ci ha mostrato centinaia di volte come la destra più reazionaria cresce soprattutto sulla base della delusione, della frustrazione e della rabbia verso i dirigenti della sinistra “ufficiale”. È fin troppo facile prevedere che questo rischio possa materializzarsi, se teniamo conto del programma sociale che Prodi si appresta a mettere in campo.

Proprio per questo appare doppiamente criminale (e alla lunga anche suicida) il comportamento di chi, nella sinistra, ha aperto la strada al rilancio dell’estrema destra legittimandone alcuni argomenti sia sul terreno storico con le varie “revisioni” sulla resistenza, sia su quello politico, con le campagne per l’“ordine e la legalità”. Farebbero bene i vari Cofferati, Fassino e compagni, a ricordare che nella storia quando la sinistra ha vestito i panni della destra non ha fatto altro che spianare la strada a ulteriori arretramenti e alle proprie stesse sconfitte. O forse la sconfitta elettorale del 2001 è così lontana che già ve la siete dimenticata?

È necessario invece rilanciare sul terreno della lotta a tutto campo contro la destra, contro il razzismo e il neofascismo: a partire dalla lotta contro le leggi razziste sull’immigrazione, non solo la Bossi-Fini ma anche la Turco-Napolitano, per i pieni diritti di cittadinanza agli immigrati, per un salario minimo garantito, legando la battaglia democratica alle rivendicazioni politiche e sindacali di tutti i lavoratori, italiani e immigrati: contro i licenziamenti e la chiusura delle aziende, per il rilancio dei salari, dei servizi pubblici fondamentali, contro il continuo smantellamento dello stato sociale (ultimo atto lo scippo delle liquidazioni), perché diventi realtà lo slogan ripetuto nella manifestazione del 2 luglio a Sassuolo (vedi a pagina 3): “Immigrati, italiani, operai: uniti nella lotta!”.

Parte integrante di questa battaglia è il nostro impegno affinché il Partito della rifondazione comunista non si faccia trascinare nel meccanismo micidiale messo in campo dal centrosinistra e perché nella Cgil si organizzi e si faccia sentire forte la voce di chi intende opporsi a una nuova deriva concertativa. La nostra battaglia si deve svolgere nelle fabbriche, nei quartieri, nelle mobilitazioni di massa, ma deve necessariamente riflettersi anche in una dura lotta all’interno del Prc e della Cgil in primo luogo.

I risultati del lavoro che abbiamo svolto in questi mesi ci confortano nella fiducia che alla prova dei fatti, al momento della verità, saranno migliaia i militanti nel nostro partito e nel sindacato che reagiranno alle derive governiste e concertative e lotteranno per schierarsi dalla parte giusta: non al governo (nazionale o locale), non ai tavoli concertativi con chi licenzia, sfratta, precarizza e privatizza, ma in prima fila nella lotta per difendere e rilanciare i nostri diritti.

5 luglio 2005