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Votiamo No alla demolizione dei diritti

 

I prossimi 25 e 26 giugno gli elettori italiani saranno chiamati ad esprimersi sulla cosiddetta devolution, la revisione della II parte della Costituzione approvata a fine 2005 dall’allora maggioranza parlamentare della Casa delle Libertà e che dovrebbero entrare in vigore da questa legislatura. Il referendum costituzionale ha carattere confermativo, quindi chiede un SI o un NO esplicito e, a differenza del referendum abrogativo, non necessita del quorum per essere valido: prevale la posizione che raccoglie la maggioranza dei voti, qualunque sia il numero dei votanti.


Sono due i cardini della riforma costituzionale del centrodestra: il premierato forte con l’accentramento del potere politico nelle mani di un Presidente del Consiglio dei ministri trasformato in Primo ministro votato direttamente dagli elettori in quanto candidato designato da parte della coalizione che conquista la maggioranza dei deputati; la devolution attraverso un rafforzamento del federalismo che assegna in maniera esclusiva alle regioni funzioni fondamentali come la sanità e l’istruzione, oltre alla polizia amministrativa locale.

Il Primo ministro designato a “furor di popolo” potrà fare il buono ed il cattivo tempo della sua maggioranza. È l’unico ad avere il potere di nominare o revocare i ministri, così come di sciogliere la Camera dei deputati. Il voto di fiducia verrà dato al solo programma e non al governo, mentre il voto di sfiducia diventa uno strumento in mano alla sola maggioranza alla condizione che presenti un nuovo premier per portare avanti il programma di governo. Il senato diventa la rappresentanza dello Stato federale, quindi è costituito dai rappresentanti delle regioni che si occupano delle sole leggi sulle materie di competenza regionale. Ma se queste entrano in contrasto con il programma di governo, allora il premier può nella sostanza fare annullare o sostituire le leggi regionali dalla camera dei deputati.

Se Camera e Senato si esprimono in maniera diversa su una proposta di legge, o entrano in conflitto di competenza, allora entrano in gioco le Commissioni paritetiche formate da componenti della maggioranza di governo. Gli istituti di garanzia – Presidente della Repubblica, Corte costituzionale e Consiglio superiore della magistratura – vengono fortemente depotenziati e resi dipendenti dal potere politico del Primo ministro e della sua maggioranza.

Infine, viene ridotto il numero di deputati e senatori dal totale di 950 a 773. Se consideriamo lo scandalo che solleva ogni aumento di stipendio e indennità che si approvano i parlamentari, senza contare il diritto ad una lauta pensione dopo una legislatura, sorge spontaneo un “era ora!”. Ma è solo demagogia perché la modifica diventerà operativa dal 2016.

Indubbiamente la riforma della Casa delle Libertà va cancellata perché si tratta di un ulteriore attacco ai diritti fondamentali per i lavoratori e le loro famiglie. Lo smantellamento della sanità e dell’istruzione pubblica, portato avanti da tutti i governi degli ultimi dieci anni, viene approfondito da un federalismo che sancisce ulteriori arretramenti delle condizioni di vita nelle regioni più povere del paese da cui è già ripresa una emigrazione paragonabile a quella degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Inoltre pensiamo che siano corrette le preoccupazioni di chi, nella Cgil, vede profilarsi all’orizzonte un modello contrattuale federalista, che metterebbe in discussione il contratto nazionale e le tutele fondamentali conquistati da decenni di lotte. Si realizzerebbe uno scenario da incubo: salari, scuole, assistenza sanitaria, servizi sociali differenziati fra regione e regione, abbandono delle aree più povere, ulteriore ripresa dell’emigrazione interna, e non solo per cercare lavoro: si pensi al fenomeno, già oggi massiccio, del “pendolarismo sanitario”.

 

La “difesa” della Costituzione

 

Appena approvata, dopo un iter parlamentare di oltre due anni, la riforma viene impugnata da 15 consigli regionali, 112 senatori e 249 deputati del centrosinistra e da oltre 800mila firme di cittadini raccolte dai banchetti organizzati dal comitato “Salviamo la Costituzione” a cui aderiscono tutti i partiti del centro-sinistra, Arci, Anpi, Cgil, Csil, Uil (ma anche l’Ugl) e una miriade di associazioni minori. La richiesta del referendum così arriva da parte di tutti e tre i soggetti abilitati. Lo slogan della Cgil, la vera protagonista della campagna per la raccolta delle firme, è: “Salviamo la Costituzione – Aggiornarla non demolirla”. Uno slogan volutamente ambiguo, sulla scia di tante parole d’ordine della sinistra riformista in questi anni: un “aggiornamento” che suona come la “modernizzazione” in nome della quale ci si propongono sempre le solite ricette: rinuncia ai diritti, sacrifici, flessibilità.

La storia ci insegna che i valori, o per meglio dire, gli interessi fondamentali di ogni società divisa in classi sono quelli della classe dominante, quindi oggi quelli dei capitalisti. Ad essi si conformano la morale, la cultura e le arti. E soprattutto le leggi, a partire dalla Costituzione. Non si tratta di un legame meccanico, ma di una dinamica storica, quindi contraddittoria perché condizionata anche ai rapporti di forza tra le classi in ognuna delle sue fasi.

La Costituzione italiana “nata dalla resistenza e dall’antifascismo” è piena di principi e buone intenzioni che però non sono mai stati realizzati. Come spiegò Piero Calamandrei, partigiano e membro dell’Assemblea costituente: “Per compensare le forze di sinistra di un rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa”. Infatti, mentre diritti fondamentali come quello al lavoro e all’uguaglianza sono rimasti sulla carta, si è data piena applicazione al principio della libertà per l’iniziativa economica privata legittimando la forma dello Stato che la difende attraverso gli organismi della magistratura e delle forze armate.

Nel programma di governo, l’Unione si impegna ad attuare pienamente i principi della Costituzione, ma l’esperienza degli anni ’90 ci ha mostrato come i precedenti governi del centrosinistra (Prodi, D’Alema, Amato) hanno agito in senso esattamente opposto, finanziando scuole private (violazione dell’art. 34), agendo contro la progressività delle imposte (art. 53), istituendo i centri di detenzione per gli immigrati, (art. 13) partecipando alla guerra in Jugoslavia (art. 11) e calpestando in mille modi quei bei principi sanciti nella carta costituzionale. E le riforme del titolo V della costituzione compiute nel 2001 dal centrosinistra a pochi giorni dallo scioglimento delle camere hanno utilizzato lo stesso metodo con cui il centrodestra ha costruito la propria riforma.

 

La posta in gioco

 

“Stabilità”, per i capitalisti è quella di avere un governo stabile in grado di controllare i lavoratori senza esserne condizionato. Questo è particolarmente vero oggi in Italia dove più profondi sono i segni della crisi economica internazionale.

Nelle parole del discorso di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “...L’assunzione delle responsabilità di governo da parte dello schieramento che è sia pur lievemente prevalso, rappresenta l’espressione naturale del principio maggioritario. Già nella Assemblea costituente si espresse la preoccupazione di “tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo”. La legge di revisione costituzionale approvata dal Parlamento è ora affidata al giudizio del popolo sovrano, si dovrà verificare poi la possibilità di nuove proposte di riforma capaci di raccogliere il necessario largo consenso del Parlamento…” 

Sappiamo bene come nell’Ulivo prevalga una posizione disponibile a una profonda revisione del sistema elettorale in senso maggioritario all’indomani del referendum costituzionale. Lo si vorrebbe vincere ma senza che questa consultazione rischi di diventare un plebiscito proprio a favore di quella tanto agitata Costituzione “nata dalla Resistenza e dall’antifascismo” che potrebbe essere negata nei fatti dalle prossime leggi del governo Prodi.

Non per questo in questo referendum ci si può lavare le mani nell’astensionismo: comunque ci saranno vincitori e vinti. Né si tratta solo di impedire a Berlusconi di prendersi una rivincita dopo la sconfitta elettorale.

Il nostro sarà quindi un No alle disuguaglianze, alla guerra fra poveri, a un regime politico sempre più antidemocratico, e anche un No a quella corposa area centrista e borghese che oggi domina nell’Unione, pronta ieri ad alzare la voce contro Berlusconi finché questo era al governo, ma che oggi si prepara, su questo come su tanti altri terreni, a inseguire le politiche della destra: si vedano, a questo proposito, le proposte di federalismo fiscale e di Senato federale contenute nel programma dell’Unione…

 

5 giugno 2006

 

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