Tramonta la stella di Berlusconi - Falcemartello

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La destra sull’orlo di una crisi di nervi

La crisi della Casa delle libertà (Cdl) si approfondisce sempre di più. Particolarmente dopo le elezioni regionali il clima è di rissa permanente. Ogni partito ed ogni corrente al suo interno, è pronto ad accoltellare alla schiena quello che fino a poco tempo prima era un fedele alleato.

Primarie, legge elettorale, il caso Fazio: ogni sintesi unitaria che viene raggiunta la sera è fonte di divisioni ancora maggiori la mattina dopo.

D’altra parte i risultati elettorali di questa primavera hanno rappresentato una vera e propria batosta. Dal 1994 non si verificava un travaso di voti così significativo da uno schieramento all’altro: il centro-destra perde infatti oltre due milioni di voti, di questi un milione e mezzo sono di Forza Italia. Il calo è particolarmente pesante nelle regioni che prima facevano la fortuna di questo partito: la Lombardia e tutto il Sud. I transfughi dalla CdL verso l’Unione non si contano ormai più: al momento in cui scriviamo sono ormai più di cinquanta tra deputati e senatori, in stragrande maggioranza provenienti da Forza Italia ed Udc.

Quello di cui stiamo parlando insomma è della fine del fenomeno Berlusconi che ha caratterizzato l’ultimo decennio. Se prima Berlusconi era il “valore aggiunto” della Casa delle libertà, ora ne è la palla al piede. La perdita di consensi del Cavaliere non può che avere fra le cause fondamentali la crisi dell’economia: per chi come lui si è sempre presentato come l’uomo della provvidenza non poter mantenere nemmeno una promessa è la peggiore delle sventure.

tracollo di Forza Italia

Anche quando affrontiamo il caso Berlusconi, dobbiamo tuttavia inserire sempre i destini dei partiti e dei propri leaders nel contesto dei rapporti di forza fra le classi. La causa deflagrante della crisi del governo di centrodestra è stata il movimento di massa della classe lavoratrice nel 2002-2003. Uno dei collanti dello schieramento era la volontà di piegare il movimento operaio attraverso l’attacco all’articolo 18 e al contratto collettivo nazionale di lavoro. Tale attacco sostanzialmente non è passato e ciò ha aperto le prime crepe nella coalizione.

Da allora il presenzialismo di Berlusconi, che era un tempo la sua carta vincente, oggi lo rende semplicemente non più credibile. La sua ostinazione a raffigurare l’Italia il paese delle meraviglie mal si adatta con le fatiche di milioni di famiglie italiane nel far quadrare i bilanci.

La situazione è diventata insostenibile anche per la borghesia italiana. Il caos dilagante nella CdL è uno degli indicatori dell’aumentata debolezza del padronato italiano, che vorrebbe trovare una soluzione alternativa al Cavaliere, ma non ne è capace.

Il caso Bankitalia è un riflesso di tutto ciò e rivela la difficoltà di Confindustria di intervenire con efficacia nel determinare gli equilibri di potere in Italia. Questo fattore, insieme allo stato confusionale del governo, accentuano l’indipendenza degli altri poteri, come vediamo nell’ostinazione di Fazio a mantenere la carica di governatore della Banca d’Italia davanti all’ostilità dichiarata del gotha del capitalismo internazionale.

Come più volte abbiamo spiegato su queste pagine, il padronato italiano non dispone di un partito con un soddisfacente appoggio elettorale da quando la Democrazia cristiana (Dc) è implosa. Forza Italia aveva riempito questo vuoto, ma in quanto partito costruito intorno agli interessi di Berlusconi, poteva assumere il ruolo di rappresentante degli interessi di tutta la classe dominante solo molto parzialmente.

Se Berlusconi non era e soprattutto non è il candidato perfetto per Confindustria, sostituti a disposizione non se ne trovano. Infatti se uno tra Follini, Casini o Fini prendessero le redini della CdL, difficilmente questa rimarrebbe unita.

lotta per la leadership

Fini da lungo tempo coltiva il progetto di fare di Alleanza Nazionale (che ricordiamo proviene dal neofascista Msi) un partito di destra rispettabile, simile al Rpr di Chirac in Francia. A ciò si deve il viaggio in Israele, le abiure rispetto al passato, il suo sì al referendum sulla procreazione assistita. Una strategia che ha prodotto scarsi risultati: da una parte infatti ha fatto perdere molti consensi nell’elettorato tradizionale di An, mentre dall’altra lo spazio ricercato al centro era già occupato da Berlusconi.

In realtà Fini è un leader con un apparato che gli rema contro. Se ne deve essere reso conto e per questo rilancia, approvando il progetto, illusorio, del partito unico del centro-destra, puntando a sostituire Berlusconi dopo le elezioni. Dall’altra parte la “destra sociale” di Alemanno e Storace non riesce a costituire un’alternativa. È una corrente di potere per nulla diversa nei fatti da Fini e dai suoi colonnelli, come dimostrato da Storace quando era presidente della regione Lazio. In quell’occasione ha rivelato la sua natura profondamente antipopolare, tratto peculiare dei fascisti al di là della loro retorica.

La possibilità che An, attraverso una serie di scissioni, sia ridimensionato a percentuali simili a quelle marginali del vecchio Msi non è da scartare. Si apre così uno spazio alle organizzazioni alla destra di An, che potranno sottrarre militanti soprattutto alle correnti “radicali” di An. La crescita delle organizzazioni di estrema destra è un pericolo per il movimento operaio, che tuttavia non deve essere esagerato: queste formazioni saranno incapaci a breve e medio termine di mantenere un appoggio e una militanza importanti in maniera stabile, come dimostra il caso di Alessandra Mussolini alle scorse regionali.

All’altro estremo della Casa delle Libertà, l’Udc sembra oggi disporre delle carte migliori per sostituire Berlusconi con un proprio candidato. Ha il sostegno di una parte della grande borghesia italiana, in quanto Casini e Follini potrebbero tornare utili per un’ipotesi “centrista” alternativa all’Unione. Proprio per questo sono i più aggressivi nei confronti del Cavaliere e i più pressanti nella richiesta di un cambiamento di leadership. È improbabile tuttavia che si spingano fino a provocare la crisi di governo, proprio perché il loro obiettivo finale è la guida della CdL e non vogliono essere indicati come i responsabili di una sua fine “prematura”.

Il sogno dei dirigenti dell’Udc sarebbe quello di liberarsi della Lega e di An, accaparrarsi ciò che resterà di Forza Italia e ricostruire un grande centro. L’ipotesi neocentrista è il tormentone della politica italiana da quando la vecchia Dc è crollata. Il grande centro ha potenti sponsor tra i proprietari dei media e probabilmente decine di milioni di Euro sono stati spesi in pubblicità, convegni e assemblee col fine di ricostruire la Dc negli ultimi dieci anni.

Perché, nonostante i mezzi ingenti a disposizione, tutti gli sforzi in questa direzione si sono rivelati vani? La ragione fondamentale va ricercata nel fatto che il periodo in cui viviamo è totalmente diverso da quello 1945-90. Non è più possibile ricorrere alla spesa pubblica per garantirsi una vera base di consenso - così come avveniva negli anni ruggenti della Democrazia Cristiana - a causa dell’enorme indebitamento dello Stato italiano.

Divisioni e riorganizzazioni

Ci avviamo verso una sconfitta pesante della Casa delle Libertà, che non potrà essere evitata nemmeno con la nuova legge elettorale proporzionale proposta da Berlusconi, che pare più un tentativo di limitare i danni che di ribaltare il risultato. Anzi la nuova proposta sta avendo l’effetto di aprire una spaccatura tra Follini e Casini, effetto probabilmente cercato da Berlusconi, ma che inevitabilmente aumenterà la frammentazione della CdL.

La conseguenza di una vittoria del centrosinistra sarà quindi quella di provocare una crisi prolungata del centrodestra.

Quale strada prenderà la riorganizzazione delle forze reazionarie in questo paese?

La tendenza della politica italiana non sarà una corsa verso il centro, ma una polarizzazione, a destra e a sinistra. Berlusconi non ha vinto due elezioni con posizioni moderate, ma all’insegna dell’anticomunismo (formula abbreviata che nasconde una politica di attacco al movimento operaio), del populismo e della distruzione dello stato sociale. Queste tendenze si approfondiranno, insieme ad un aumento della propaganda razzista.

Oggi Confindustria sembra voler puntare sull’Unione per imporre il suo programma di lacrime e sangue alle famiglie dei lavoratori di questo paese. Quando i vari Prodi, Fassino e D’Alema - messi alla prova del governo - saranno totalmente screditati agli occhi delle grandi masse, il padronato italiano non si farà il minimo scrupolo di tornare a rivolgersi alla destra. E se pensiamo che il futuro sarà caratterizzato dall’avanzata della lotta di classe, il volto che assumerà la destra sarà ferocemente antioperaio, con un attacco feroce ai diritti democratici e alle organizzazioni della nostra classe e della sinistra in generale. È anche per impedire questo scenario che la crescita delle idee marxiste, di fronte al probabile fallimento del centrosinistra è più che mai urgente.

12-10-2005