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Tripoli è caduta. Cinque mesi dopo l'inizio dei bombardamenti della Nato e a sei mesi dall'insurrezione di Bengasi, il 20 agosto i ribelli di Bengasi sono entrati nella capitale libica. Gheddafi è fuggito e le truppe a lui fedeli difendono Sirte ed altre fette di territorio libico, anche se ormai la maggior parte del paese è nelle mani del consiglio nazionale di transizione.
Gli insorti festeggiano e così fanno anche i governi delle principali potenze occidentali. Ma chi ha vinto e chi ha perso realmente in Libia?


La rivoluzione scatenatasi il 17 febbraio a Bengasi si è sviluppata sull'onda delle rivoluzioni tunisine ed egiziane: una rivolta di massa contro un regime dispotico. La Libia di Gheddafi da tempo aveva perso i connotati progressisti che la caratterizzavano negli anni settanta e ottanta. Una serie di privatizzazioni sono iniziate nell'ultimo decennio insieme all'avvicinamento alle potenze imperialiste: emblematici gli accordi stipulati con il governo Berlusconi.


Il movimento in Libia, tuttavia, ben presto si è tramutato in uno scontro armato contro l'esercito regolare libico. Se dapprima una parte importante dei rivoltosi era contro all'intervento straniero, ben presto queste voci sono diventate sempre più isolate, mano a mano che l'obiettivo principale diventava sconfiggere militarmente il nemico.


Il conflitto, non più sociale ma ormai bellico, facilitava il coinvolgimento di diverse potenze imperialiste e dei regimi più reazionari del mondo arabo, come le monarchie saudita e del golfo, terrorizzate dagli effetti che le rivoluzioni tunisina ed egiziana stavano producendo del mondo arabo. Le borghesie di questi paesi non erano quindi preoccupate per la democrazia o per la sorte della popolazione libica, ma hanno colto l'occasione per liberarsi di Gheddafi, che pur essendosi riavvicinato all'occidente, conservava ancora una certa indipendenza. Infine il loro obiettivo era quello di inserire un cuneo in una regione come quella del Nordafrica in piena turbolenza e naturalmente avere libero accesso al petrolio, al gas e alle risorse idriche libiche.


L'Onu è stata coinvolta per porre la sua classica foglia di fico sull'intervento militare e così per “proteggere i civili di Bengasi” si è approvata la Risoluzione 1973 che autorizzava i bombardamenti sul suolo libico. Le missioni aeree dal 20 marzo fino ad oggi sono state 20mila, di cui 8mila di attacco con bombe e missili e sono state fin dall'inizio dirette ad annientare il regime del colonnello, svolgendo un ruolo chiave nel distruggere la capacità operativa del suo esercito.


Nel Consiglio nazionale di transizione, presto hanno conquistato la scena tutta una serie di uomini di Gheddafi scopertisi improvvisamente sinceri rivoluzionari, che fin da subito hanno trovato nuovi protettori. Il quotidiano francese Liberation ha pubblicato pochi giorni fa una lettera che rivela che il Cnt già ad aprile si è impegnato ad attribuire il 35% del greggio libico a società francesi (con Gheddafi era il 3,5%), in cambio dell'appoggio di Parigi alla causa ribelle. Anche il Qatar si è assicurato una parte rilevante del bottino, e infatti non è un caso che Al Jazeera, la potentissima emittente televisiva ha fornito un informazione a senso unico sulla guerra in Libia.


Secondo i piani della Nato, il conflitto sarebbe dovuto durare solo poche settimane. La potenza di fuoco aerea, accompagnata alla forza degli insorti, avrebbe dovuto spezzare facilmente ogni resistenza dei lealisti. Invece la guerra si è prolungata per mesi, per diverse ragioni. La Libia, grazie alla risorse naturali ed alle riforme portate avanti nella prima fase della rivoluzione verde, è un paese dove il tenore di vita è decisamente più elevato rispetto al resto del continente. Ciò forniva una base di appoggio a Gheddafi, rafforzata da un sentimento antimperialista causato dai ripetuti attacchi e sanzioni Usa alla Libia. La natura tribale delle relazioni sociali che sopravvive ancora, sebbene parzialmente, e la storica divisione tra Tripolitania e Cirenaica hanno fatto il resto.

Le fortune dei lealisti sono precipitate nel mese di agosto. Le spiegazioni più plausibili mettono in evidenza come ci siano stati importanti defezioni nella catena di comando gheddafiana. Decisiva è stata la battaglia nel Gebel Nefusa, un altopiano dove vivono arabi e berberi assieme che a lungo sono stati divisi sull'appoggio o meno a Gheddafi nella guerra. Commenta Angelo Del Boca, storico del Colonialismo italiano: “Le ribellioni sono sempre partite da Gebel, anche all'epoca della presenza italiana. (…) I ribelli di oggi appartengono alle stesse famiglie di rivoltosi di cento anni fa. Da questo punto di vista, con l'operazione finale della caduta di Tripoli gli insorti di Bengasi non c'entrano proprio nulla.” (il manifesto, 23 agosto 2011)


Nei giorni seguenti alla presa di Tripoli diversi mass media hanno rivelato che fra i primi ad entrare nel quartier generale di Gheddafi sono stati corpi speciali inglesi e francesi, che affiancavano gli insorti come consiglieri militari. Nonostante gli sforzi delle Tv internazionali, abbiamo visto gruppi relativamente piccoli di persone scendere in piazza per la liberazione della capitale. Le scene assomigliavano molto a quelle di Baghdad nel 2003.


Più volte nella storia in un paese occupato, settori dell'elite dominante sono stati inclini a cercare un compromesso con l'invasore, specie quando quest'ultimo pare destinato a vincere.
A differenza dunque dell'Iraq, quello che abbiamo visto in Libia non è stato l'azzeramento del vecchio apparato statale da parte dell'imperialismo, ma il coinvolgimento di diversi pezzi di quello stesso apparato all'interno della “nuova Libia”.


Sarkozy e Cameron ritengono così di essersi assicurati una relativa stabilità per mezzo della quale tutelare i propri interessi e la propria influenza nella regione. Ma al di là delle frasi di circostanza e la propaganda dei massmedia, il futuro potrebbe rivelarsi molto amaro per l'imperialismo.


In primo luogo perchè i fedeli di Gheddafi, seppure ormai sconfitti, non sono domati e difficilmente verranno annientati del tutto . Si aprirà una situazione di guerra di guerriglia.
In secondo luogo perchè i vincitori sono ben lungi da essere un blocco compatto: il Cnt non è totalmente rappresentativo di tutti gli insorti. Secondo The Iindependent “i ribelli di Misurata che hanno combattuto a lungo per difendere la propria città, dicono che non hanno alcuna intenzione di obbedire agli ordini del Cnt.” (25 agosto) Discorso simile per i ribelli del Gebel, mentre i pezzi grossi del governo della Cirenaica non si sono fatti ancora vedere nella capitale.


Una possibilità è che nel vuoto di potere oggi esistente in Libia si crei un conflitto continuo fra questi gruppi. Le varie potenze occidentali e arabe potrebbero fare leva su questo o quel ras locale, in una situazione di instabilità totale, dove anche la separazione del paese in più entità diventerebbe un'eventualità nient'affatto da escludere.


Il senso dell'appoggio dato al Cnt anche dai governi inizialmente contrari all'intervento, come Russia e Cina, è proprio questo: una volta che il risultato, vale a dire il cambiamento di regime, è stato acquisito, ci si affanna a reclamare la propria parte di bottino.


La verità che i giovani e i lavoratori libici impareranno sulla loro pelle, amaramente, è che non sono     più vicini alla democrazia e alla libertà di quanto lo fossero il 16 febbraio. La gran parte di chi ha combattuto e dato la propria vita per liberarsi di Gheddafi non l'ha fatto per vedere il proprio paese dominato dall'imperialismo. Possiamo affermare che con la vittoria delle forze imperialiste in Libia una prima fase della rivoluzione araba si è conclusa, ma lo scenario che si apre non è quello di una  transizione pacifica verso una democrazia di tipo occidentale, come sognano Barack Obama, Cameron o Sarkozy.


Il capitalismo internazionale ha ben poco da offrire alle masse libiche e del resto del mondo arabo. Lo hanno capito anche i lavoratori e i giovani israeliani, il bastione dell'imperialismo nell'area, che stanno mettendo in seria difficoltà Netanyahu al grido di “rivoluzione”. Il processo in Libia sarà più prolungato, a causa dell'assenza di un'avanguardia rivoluzionaria, ma l'idea di una seconda rivoluzione, contro i banditi che oggi hanno conquistato il potere, non solo in Libia ma anche in Tunisia e in Egitto, guadagnerà sempre più popolarità. Sta ai marxisti a livello internazionale prepararsi per queste sfide decisive.

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