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Natura e obiettivi delle forze in campo


Vent’anni di propaganda, a cominciare dalla prima guerra del Golfo (1991) dovrebbero avere insegnato persino ai più tardi di comprendonio come tradurre quel linguaggio convenzionale fatto di “difesa della democrazia”, “intervento umanitario”, “comunità internazionale” e via di seguito. Tuttavia non dobbiamo nasconderci che gli avvenimenti libici hanno seminato più di una perplessità anche fra coloro che in passato si erano opposti agli interventi in Afghanistan e in Iraq. Forse anche per questo ad oggi non abbiamo visto svilupparsi un vero movimento di massa contro l’intervento imperialista.

Il motivo di tale confusione è evidente e non riguarda solo la propaganda (che era già pronta a sfornare tutto il repertorio delle “decine di migliaia di morti con fosse comuni e genocidio” che tanto bene era servito durante l’attacco alla Jugoslavia del 1999). Il motivo è che in Libia a febbraio abbiamo visto un autentico movimento popolare, una rivolta che pareva inserirsi con naturalezza nel solco della rivoluzione araba che già in Tunisia ed Egitto aveva rovesciato regimi pluridecennali.

Un mese fa a Bengasi i giornalisti non trovarono una sola voce che chiedesse l’intervento occidentale; un mese dopo si festeggiano Francia e Usa e il Consiglio provvisorio dichiara in forma ufficiale che la No fly zone, lungi dall’essere una misura puramente protettiva (ammesso che la distinzione abbia un senso) deve essere intesa come l’impegno a distruggere le forze armate di Gheddafi e quindi il suo regime. Un intervento militare attivo a tutti gli effetti!

Le forze in campo nel conflitto


Bernardo Valli, instancabile aedo di Repubblica, ha liricamente riassunto in un sillogismo: la risoluzione Onu parla di difendere i civili, la minaccia per i civili viene dal regime, per cui l’obiettivo deve essere distruggere la Libia e insediarvi un altro governo. Più chiaro di così si muore.

Il capovolgimento della situazione militare si spiega solo se si comprende la natura delle forze in campo e quindi il capovolgimento politico che lo ha preceduto.

Va detto con chiarezza: al di là e al di sopra delle intenzioni e delle aspirazioni dei giovani che si sono ribellati a partire dal 17 febbraio, oggi alla testa della ribellione si è insediata una cricca la cui composizione e finalità non hanno nulla a che spartire con qualsiasi prospettiva di democrazia e di giustizia sociale. Sono a tutti gli effetti degli agenti dell’imperialismo.

La Bbc riporta alcune delle biografie dei capi del Consiglio provvisorio (frutto della fusione di due organismi sorti l’uno in concorrenza con l’altro) di Bengasi.

Una parte di costoro proviene dall’ala del regime che più aveva tentato di avvicinare la Libia all’“Occidente”, leggi alle multinazionali e ai governi imperialisti; il figlio di Gheddafi Saif al-Islam (quello che si sarebbe comprato la laurea alla London School of Economics con una donazione di un milioncino di sterline o giù di lì) per anni aveva tessuto le fila di questo “proficuo” dialogo tra una parte dell’élite interessata all’apertura al mercato e i centri di potere del capitalismo mondiale. Saif, che pochi giorni fa tuonava nelle piazze di Tripoli contro l’ingerenza occidentale, è stato buon amico di Tony Blair, Peter Mandelson, ha incontrato Sarkozy e Condoleeza Rice, per non parlare dei suoi festini a villa Rotschild a Capri e in quell’altro modello di democrazia imperialista che è il neonato stato off-shore del Montenegro.

Da questo bell’ambientino si sono staccati alcuni degli attuali capi del Consiglio provvisorio, non a caso definiti appunto “voltagabbana” dal figlio del raìs. Pensavano evidentemente che fossero maturi i tempi per passare da suggeritori a comandanti in capo.

Il presidente è l’ex ministro della giustizia Mustafa Mohammed Abdul Jalil, dimessosi appunto il 21 febbraio. La sua carriera è stata appunto segnata dalla collaborazione con Saif al-Islam; l’ambasciatore Usa Gene Cretz lo considerava un interlocutore “incoraggiante”. Percorso simile per Abdul Afez Ghoga, “avvocato impegnato per i diritti umani e organizzatore comunitario”, dopo aver tentato di creare un Consiglio rivale di quello guidato da Jalil, vi è entrato come vice presidente e portavoce.

Ci sono due “ministri degli esteri”, la cui posizione reciproca non è chiara, ma in compenso dal curriculum molto leggibile.

Mahmoud Jibril era impegnato in un progetto definito “Libyan Vision”, laureato in “pianificazione strategica e decision making all’università di Pittsburgh in Pennsylvania, ha poi collaborato a programmi di formazione quadri di diversi regimi arabi: Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Giordania, Bahrein, Marocco, Tunisia… A capo del Consiglio per la pianificazione economica ha lavorato sistematicamente per la liberalizzazione dell’economia per poi nel 2009 essere posto a capo dell’ente per lo sviluppo economico nazionale, appositamente creato per aprire agli investimenti esteri. L’ambasciatore Cretz lo descriveva come “interlocutore serio che ‘coglie’ la prospettiva degli Usa”. “Coglie…”

Il “secondo” ministro degli esteri è Ali Issawi, ex ambasciatore libico in India, anche egli dimessosi il 21 febbraio. Issawi ha conseguito un dottorato all’Accademia degli studi economici di Bucarest in tema di privatizzazioni. Dal 2005 ha diretto il “programma per l’espansione della proprietà”, un fondo statale volto a facilitare le privatizzazioni; ha anche fondato il Centro per lo sviluppo delle esportazioni (2006). Successivamente è stato il più giovane ministro dell’economia in Libia (2007).

Sarebbe un grave errore pensare che figure di questo genere abbiano dato inizio a una rivolta di popolo; tuttavia dobbiamo guardare in faccia la realtà: il movimento è stato preso in ostaggio da questo settore di affaristi e, stretto fra la reazione di Tripoli e l’intervento imperialista, non ha ad oggi potuto trovare la via per affermare le sue autentiche aspirazioni rivoluzionarie.

Il Consiglio provvisorio di Bengasi non differisce poi molto dal governo Ghannouchi che in Tunisia si è insediato dopo la rivolta. Per la verità non differisce da decine e decine di “governi provvisori” che nella storia si sono innalzati al potere sulle spalle di movimenti di massa troppo embrionali, troppo politicamente informi e disorganizzati. La differenza è che in Tunisia i lavoratori e il popolo, pur se ancora in assenza di chiari riferimenti politici e di un programma compiuto, hanno saputo ribellarsi anche a Ghannouchi, spaccando il suo governo su linee di classe, costringendo dapprima i dirigenti sindacali, ossia il settore che più facilmente poteva essere messo sotto pressione dal basso, a ritirare i propri ministri e poi, in pochi giorni, a far dimettere lo stesso primo ministro.

Le diverse basi sociali del movimento di Bengasi, il contesto economico, storico e politico e soprattutto la tenaglia costituita dalla repressione da un lato e dall’intervento occidentale dell’altro non hanno permesso che lo stesso avvenisse in Libia.

Non esiste oggi un’autonomia del movimento rivoluzionario in grado di imporsi nello scontro in atto. Da questo fatto decisivo discende il carattere del conflitto odierno.

Una possibile secessione?


La stretta nella situazione si concretizza nel pericolo di una divisione della Libia. In queste settimane più di un commentatore ha “scoperto” che la Libia sarebbe uno “stato artificiale”, una “creazione del colonialismo” perpetuatasi dopo l’uscita degli italiani e poi degli inglesi, che neanche Gheddafi sarebbe stato capace di superare. Che grande scoperta! A questi signori andrebbe risposto che tutti i confini che tagliano a pezzi la nazione araba sono confini tracciati col righello dalle potenze coloniali vecchie e nuove. Le frontiere del Medio oriente sono sempre dipese dagli interessi economici, strategici e di dominio dell’imperialismo; mai dai diritti dei popoli.

Tuttavia seppure è vero che la Cirenaica ha sempre avuto storicamente una propria identità, consolidata nella eroica resistenza contro il colonialismo italiano prefascista e fascista, non si può dire che esistano due nazioni, non più di quanto esistano fra la Sicilia e il Veneto… Il rischio di secessione non nasce da ragioni storiche o culturali, ma dalla logica dello scontro in atto.

Attualmente nessuno nel Consiglio provvisorio di Bengasi si azzarda a parlare altro che di una Libia unita senza Gheddafi; tuttavia il prolungarsi dello scontro e la evidente difficoltà, per non dire impossibilità, a rovesciare il regime con le proprie forze, introduce fatalmente questo tema.

Un interessante articolo della Bbc intitolato “Grandi sfide per un troncone di Stato” evidenzia come Bengasi abbia già le sue relazioni economiche indipendenti all’esterno e intenda incrementarle. Un esempio: “Pochi in Libia orientale hanno attualmente accesso a internet e almeno una delle principali reti di cellulari appare disattivata. I ribelli sottolineano come vi sia qui una grossa opportunità per qualsiasi compagnia di telecomunicazioni internazionale che abbia la prospettiva – o se preferite, i nervi abbastanza saldi – di entrare oggi nel mercato libico”. Dopo aver sottolineato come Bengasi riesca a rifornirsi di alimentari, benzina (con il giallo di una petroliera che non si sa bene come vi sarebbe stata dirottata), l’articolo indica nella “vivace comunità di piccoli commercianti creata dall’onda di liberalizzazioni seguita alla riapertura del regime all’occidente nel 2003 e 2004” il soggetto di tali rapporti economici.

Più importante l’accordo di massima stretto da Bengasi col Qatar (uno dei primi paesi a riconoscere il Consiglio provvisorio, nonché uno dei due paesi arabi, assieme agli Emirati Arabi Uniti, a mettere a disposizione mezzi militari per i bombardamenti) per la vendita di 100-130mila barili di petrolio al giorno, con la prospettiva di arrivare a 300mila. L’accordo è tuttora bloccato dalle evidenti difficoltà legali e militari, tuttavia i ribelli si dichiarano fiduciosi che l’embargo decretato contro la Libia dall’Onu possa essere revocato almeno nei loro confronti. Allo stesso modo puntano esplicitamente alla gestione dei 120 miliardi di dollari di fondi di investimenti libici attualmente congelati all’estero in base alle decisioni dell’Onu.

È chiaro che se tale quadro si consolidasse avremmo ben presto due stati almeno de facto, non solo sul piano politico ma anche su quello economico: uno confinato nella Tripolitania, sotto assedio e senza mezzi, e un secondo nell’oriente del paese, con accesso ai mercati mondiali, ai finanziamenti, all’aiuto militare e con la gestione delle risorse energetiche.

L’offensiva dei gheddafiani


Tale prospettiva non può che suscitare rabbia nella gran parte della popolazione, fatto che costituisce indubbiamente uno dei punti d’appoggio di Gheddafi. La pesante censura e la dura repressione hanno reso pressoché impossibile farsi un quadro realistico del livello di opposizione manifestatasi a Tripoli. Tuttavia va detto che se il Colonnello ha potuto dislocare forze significative per la controffensiva nell’est e addirittura, come si riporta in questi giorni, arruolare nuove forze all’interno del paese, questi sono segnali di un regime che si sente il terreno ancora relativamente saldo sotto i piedi. A Sirte, che gli insorti avevano dichiarato “conquistata” in realtà le truppe di Gheddafi sono ben insediate e hanno potuto anche distribuire armi ai cittadini (Guido Olimpio, Corriere della sera del 30 marzo), a Misurata gli insorti stanno perdendo i quartieri del porto (Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera del 4 aprile).

In questo quadro le prospettive dell’intervento Nato appaiono più che mai complesse. I ripetuti inviti a Gheddafi ad andarsene di sua spontanea volontà (così come i tentativi di ucciderlo con un attacco mirato) segnalano precisamente la difficoltà di tracciare una strategia credibile e soprattutto dai tempi certi. Se un “colpo fortunato” o una congiura di palazzo non li liberano dell’ostacolo (ma le congiure di palazzo di solito hanno successo quando un regime è già condannato e Gheddafi ha già più volte dimostrato di non essere un bersaglio facile), la guerra minaccia di andare per le lunghe e l’intervento a terra diventa sempre più probabile.

Fin dall’inizio i bombardamenti hanno assunto il carattere di un vero e proprio intervento bellico e con il dispiegamento di cacciabombardieri Usa AC 130 e A10 impiegati per l’attacco ai mezzi corazzati e alle colonne mobili, l’intervento si fa sempre più vicino al suolo.

Già ora, sia pure con discrezione, la stampa ci fa capire che gli insorti godono non solo di qualche invio di armi, ma anche della presenza di istruttori e truppe speciali, peraltro necessarie anche alla più precisa individuazione dei bersagli delle azioni aeree. Il dibattito se armare pubblicamente e direttamente gli oppositori di Gheddafi è già aperto, senza alcun ritegno.

Che differenza con la situazione ancora poche settimane fa, quando un gruppo di incauti commandos inglesi venne sorpreso dalle milizie ribelli e rispedito senza tanti complimenti al governo di Sua Maestà con tanto di reprimenda.

Da questo punto di vista sempre Cremonesi segnala che sarebbe in corso una riorganizzazione delle forze del comando di Bengasi che starebbe espellendo dalle proprie fila tutti i “ragazzini volontari”, i quali secondo Abdul Fatah Younis, ex ministro degli interni e generale di Gheddafi, ora a capo degli insorti: “creano solo confusione. Più stanno distanti dalla zona dei combattimenti meglio è.” (Corriere della Sera, 4 aprile).

Un intervento di terra?


L’intervento di terra al fine di conquistare Tripoli e occupare l’intero paese appare oggi improponibile: non esiste una coalizione disposta a farsene carico, non esistono le condizioni internazionali, interne, politiche e militari. Più credibile è quindi l’idea di favorire una sorta di stallo sostenendo i ribelli fino a quando si stabilizzi una situazione ad essi più favorevole, per poi lavorare a truppe “di interposizione”, di peacekeeping o qualsiasi altra denominazione venga escogitata. Tale quadro consoliderebbe la prospettiva secessionista ma soprattutto sarebbe più favorevole al disimpegno parziale dei paesi che sono intervenuti più a malincuore (Usa in testa) e una minore esposizione in generale delle maggiori potenze imperialiste: piuttosto che vedere francesi, britannici o americani mettere piede in Libia (una scena capace di destabilizzare tutto il Medio oriente), meglio una “fraterna” missione di paesi arabi e africani, discretamente sostenuta dai “Grandi”, che vada a “mettere pace” in una guerra civile…

Le divisioni sono evidenti. La Francia è partita quasi da sola, gli Usa hanno seguito in base al principio che è meglio comunque esserci e starci male piuttosto che non esserci e starci peggio, dell’Italia sappiamo, solo il Pd sostiene convintamente l’intervento (una garanzia di vittoria, verrebbe da dire…), Germania assente dall’intervento ma comunque presente nelle sedi decisionali. Importante la posizione della Turchia, paese Nato, fermamente contrario all’intervento, che si associa alla sua parte “umanitaria” dicendosi interessata a prendere in carico il controllo delle acque del porto di Bengasi.

La Cina è contraria ai raid, sia pure a distanza, mentre in Russia al premier Medvdedev che, impegnato a negoziare l’entrata nel Wto si è dichiarato favorevole, si è contrapposto Putin che ha usato le stesse identiche parole di Gheddafi: “Crociata occidentale contro il mondo arabo”.

Tuttavia il mondo attuale è un posto alquanto instabile, perplessità e opposizioni non necessariamente saranno sufficienti a fermare quella o quelle potenze “volonterose” che dovessero decidere che la missione non può concludersi con un insuccesso e che se non bastano gli attacchi aerei si dovrà infine porre piede sul suolo libico, non fosse che per scongiurare la “prospettiva somala” che Gheddafi ha astutamente sventolato sotto il loro naso: peccato che, a quanto si riporta, quei pochi qaedisti che oggi operano in Libia, nella parte sud del paese, pare si siano orientati a sostenere l’impresa dei ribelli, perlomeno indirettamente: un fatto sorprendente solo per chi non ricordi che da un secolo il fondamentalismo è stato innanzitutto una forza di stabilizzazione, dall’Egitto alla Palestina, dall’Afghanistan all’Iran.


Nota: i riferimenti sono ai seguenti articoli: Libya crisis: Big stakes for a rump State (Bbc news, 24 marzo), Key figures in Libya’s rebel council (Bbc news 28 marzo), Libyan rebels ‘sign oil export deal with Qatar (Bbc news 27 marzo)


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