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Di recente il papa ha pubblicato Laudato si’, un’enciclica dedicata a temi ecologici ed economici. Il testo è disponibile sul sito del Vaticano Ci si potrebbe domandare chi mai possa essere interessato a un simile documento. In fondo, al giorno d’oggi, la capacità della Chiesa di orientare la vita delle persone è alquanto ridotta. Basti pensare alla recente sconfitta che ha subito sul tema dei matrimoni gay in Irlanda, paese considerato da sempre un bastione cattolico. Se, dunque, nella pratica, la gran parte dei cattolici fa quello che vuole senza preoccuparsi dell’opinione della Chiesa, questa rimane comunque un centro di potere importante nel panorama internazionale. Inoltre, un’organizzazione che con alti e bassi è sulla breccia dell’onda da oltre 16 secoli dimostra di aver maturato un profondo istinto di sopravvivenza, che si sostanzia nella capacità di fiutare l’aria che tira e fare propri i temi politici del giorno dopo averli, ovviamente, resi funzionali al proprio messaggio.

Questa enciclica è una prova mirabile di questa capacità. Riesce a compendiare espressioni radicali e di condanna, particolarmente rivolta al capitale finanziario, arriva a criticare da sinistra lo sterile ecologismo piccolo borghese ormai dominante soprattutto in Europa, ma rimane poi in una inoffensiva vaghezza quando si tratta di proporre soluzioni concrete.

È interessante analizzare questa enciclica perché, a differenza di altre fasi storiche, la borghesia mondiale è indecisa sul da farsi. Nella storia anche recente, non sono mancate encicliche con contenuti sociali formalmente avanzati e critici verso le idee dominanti. Tuttavia, in periodi in cui la borghesia aveva scelto compattamente una strada, come è stato nel trentennio seguito alla sconfitta delle lotte operaie degli anni ’70, la Chiesa non faceva che suggerire prudenza, cercando di spingere la borghesia a non esagerare, per non provocare una reazione del proletariato in una fase successiva, sapendo però di predicare al vento. Dopo il 2008, però, la borghesia stessa non ha una direzione perché qualunque strada prenda è pericolosa. L’austerity è un fallimento. L’abnorme uso di soldi pubblici per salvare le banche ha rimandato i problemi senza cambiare nulla e questo rinvio ha distrutto le finanze pubbliche per decenni a venire. Tutti guardano alla Cina come alla salvezza, non considerando che in quel paese si è costruita in poco tempo la più gigantesca macchina produttiva della storia che non tarderà a produrre sovra-capacità produttiva e crollo dei profitti a livello mondiale in un settore dopo l’altro. La dimostrazione dello stato di profonda confusione della borghesia è ben visibile nel caso greco, un piccolo paese, i cui debiti rappresentano una proporzione risibile del Pil europeo, per non parlare di quello mondiale, ma che le istituzioni europee non sono in grado di gestire.

In questa situazione, gli intellettuali borghesi devono cominciare a pensare a qualcosa di nuovo. Lo si vede chiaramente nella franchezza con cui recenti lavori scientifici del FMI fanno mea culpa per le politiche imposte dal Fondo e dai governi negli scorsi decenni, ammettendo la totale assenza di base scientifica per queste politiche reazionarie. Negli anni 30, di fronte a una simile assenza di prospettive, la borghesia si affidò allo Stato. In Europa nelle due varianti fasciste e socialdemocratica, negli Stati Uniti con il New Deal, furono gli investimenti pubblici, soprattutto quelli legati alla guerra ma non solo, a far uscire il mondo dalla depressione.

Il problema di questa soluzione, fortemente differenziata poi nell’attuazione pratica (i governi di fronte popolare o quello di Roosevelt erano certo diversi dal fascismo) è che prevede sempre un forte ridimensionamento del capitale finanziario. Non a caso uno dei primi atti del governo Roosevelt fu chiudere le banche. Anche la demagogia fascista attribuiva gran parte della colpa della crisi ai banchieri, che in Germania erano poi immancabilmente dipinti come di origine ebraica. La riduzione del peso del capitale finanziario, passata alla storia come “repressione finanziaria”, è durata per circa 40 anni dopo la guerra. Per una serie di ragioni che qui non possiamo affrontare
 (su questo tema si veda Il keynesismo non può condurci fuori dalla crisi , dagli anni 80 è iniziata una progressiva liberalizzazione dei mercati finanziari e dell’operatività delle banche, con conseguente enorme aumento dei loro profitti ma anche dell’instabilità, sfociata in ricorrenti crisi finanziarie, sino alla crisi mondiale del 2008 che è costata agli stati un conto di trilioni di dollari. L

a soluzione parrebbe semplice: tornare al New Deal e dunque, tra l’altro, ricondurre il capitale finanziario dentro limiti che gli impediscano di mettere in pericolo l’esistenza della borghesia a livello mondiale. Il problema è che negli anni 30 il capitale finanziario era come un cucciolo di tigre, con unghie e denti sì, ma comunque facile da riportare in gabbia. Oggi è una enorme tigre feroce al cui cospetto i governi sono assolutamente impotenti. I rapporti di forza tra borghesia chiamiamola “normale” e capitale finanziario sono tali che persino dopo il 2008, quando esplose il furore generale contro il sistema finanziario e si sono scagliati contro le banche politici di destra come Sarkozy, sua maestà Elisabetta II, intellettuali conservatori ecc. ecc., questi strepiti hanno prodotto riforme risibili e i profitti delle banche sono già ai livelli di prima della crisi. I comportamenti del capitale finanziario sono obiettivamente un pericolo per la borghesia, solo che il capitale finanziario è per l’appunto la cricca vincente della classe dominante. Per certi versi il rapporto tra borghesia e capitale finanziario ricorda oggi quello che ci poteva essere nel 1944 tra nazisti e capitalisti tedeschi. Per la borghesia tedesca ormai il nazismo era una catastrofe e si sarebbero volentieri liberati di Hitler, solo che il potere, l’esercito, l’apparato repressivo erano saldamente nelle mani dei dirigenti nazisti. Questa situazione di impasse e l’obiettiva incapacità della borghesia di mettere sotto controllo il capitale finanziario spiega buona parte dell’orientamento che viene assunto dall’enciclica.

Come dicevamo, da un documento come questo è inevitabile aspettarsi una estrema eterogeneità dei contenuti. Non commenteremo dunque gli ovvi capisaldi reazionari su cui si fonda la dottrina cattolica che punteggiano l’enciclica, come l’attacco al diritto di aborto o l’equiparazione di comunismo e nazismo.

 

La difesa dell’ambiente e l’umiltà di Francesco

Il tema di fondo dell’enciclica è la lotta alla distruzione ambientale, la “malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi” (par. 2). Per affrontare questo problema si propone un’analisi complessiva basata su differenti ambiti e discipline in un’ottica pluralista dove ogni tradizione culturale è valida come un’altra. È proprio il papa a proporre in chiave difensiva il rapporto tra religione e scienza, chiedendo di considerare la religione tra i molti ambiti culturali. Sostiene così che “l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano” (par. 11). Si rinuncia dunque a proporre la soluzione religiosa come LA soluzione. Vi è anzi una sezione intitolata “diversità di opinioni” in cui in modo sommesso si riconosce l’esistenza di “diverse visioni e linee di pensiero in merito alla situazione e alle possibili soluzioni” (par. 60) e si sostiene che “su molte questioni concrete la Chiesa non ha motivo di proporre una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra gli scienziati, rispettando le diversità di opinione”. Siamo a una rivoluzione copernicana, è il caso di dire, rispetto alle dichiarazioni ex cathedra del passato. Lo conferma la sezione V dell’enciclica (intitolata non a caso “le religioni nel dialogo con le scienze”) in cui questa posizione è espressa anche nella pratica: la religione propone soluzioni che vanno valutate per ciò che dicono all’uomo, a prescindere dalla loro natura: “i principi etici che la ragione è capace di percepire possono riapparire sempre sotto diverse vesti e venire espressi con linguaggi differenti, anche religiosi” (par. 195). Ascoltate anche noi, dice Francesco, non potendo più imporre le proprie idee. Questo basso profilo determina anche un rapporto ingegnosamente aperto con la teoria dell’evoluzione. Che il creazionismo non possa essere utilizzato contro la scienza nel XXI secolo è cosa ovvia alla Chiesa cattolica, che a differenza delle sette evangeliche si guarda bene dal proporre una lettura letterale del racconto biblico che la taglierebbe fuori da qualunque dibattito scientifico. Dice dunque il papa: “l’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pienamente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti” (par. 81). L’idea è che l’evoluzione sia innegabile, ma dietro vi sia comunque un qualcosa di divino, laddove pone capo a un essere unico, “una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico”. Questo salto qualitativo è opera di Dio. Mirabile cerchiobottismo.

È interessante che questo pluralismo metodologico venga usato per attaccare il liberismo: “quando si propone una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse, ciò comporta anche gravi conseguenze per la società. La visione che rinforza l’arbitrio del più forte ha favorito immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze per la maggior parte dell’umanità, perché le risorse diventano proprietà del primo arrivato o di quello che ha più potere: il vincitore prende tutto” (par. 82). In pratica, la Chiesa è contro il pensiero unico perché si rende conto che non potrà mai più essere il suo e dunque critica chiunque si arroghi il diritto di escludere altri pensieri dall’accettabilità scientifica. Ciò equivale alla definitiva accettazione della perdita di qualunque predominio culturale e morale anche sui paesi a tradizione cattolica.

Ora che è una tra le tante voci che commentano le vicende umane, la Chiesa fa propria la battaglia ecologista in questa ottica: un ambiente sano è parte di ciò che l’uomo deve a Dio. Qual è il contesto socio-economico in cui l’enciclica situa questa battaglia? Si parla di “continua accelerazione dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta” che “si unisce oggi all’intensificazione dei ritmi di vita e di lavoro” (par. 18), cambiamenti che però non sono più necessariamente positivi. Anzi è ormai superata la “fiducia irrazionale nel progresso e nelle capacità umane” (par. 19). Il progresso economico e tecnologico è una disastro per i poveri. L’inquinamento è solo una delle forme con cui questo disastro viene alla luce: “l’esposizione agli inquinanti atmosferici produce un ampio spettro di effetti sulla salute, in particolare dei più poveri, e provocano milioni di morti premature” (par. 20). Tutto ciò riflette il cambiamento di epoca che si è registrato dagli anni 60-70 a oggi. La fiducia che le cose vadano inesorabilmente a migliorare, che la scienza di per sé risolva i problemi non c’è più. Nessuno oggi si attende un miglioramento delle proprie condizioni di vita semplicemente dai progressi scientifici. Questa giusta visione della scienza legata alla società viene poi usata dalla Chiesa per difendere una dimensione trascendente e dunque la religione e Dio ma appunto, dovendo ammettere che il futuro non è affatto roseo.

L’enciclica si dipana dunque lungo questo sentiero in cui lega correttamente i temi dell’ecologia e della scienza e presenta una posizione equilibrata della tecnologia. Non è il demonio, come poteva essere per la Chiesa tradizionale, ma nemmeno la soluzione, come appunto propone la vulgata positivista. Giustamente Francesco si domanda come l’umanità stia usando il potere che deriva dalla tecnologia e la risposta è che il potere risiede “in una piccola parte dell’umanità” (par. 104). Le affermazioni che negano la natura neutrale del rapporto tra tecnologia e società sono senz’altro condivisibili e su questi temi l’enciclica arriva a formulazioni teoriche avanzate:

“Occorre riconoscere che i prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte che sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare.

Non si può pensare di sostenere un altro paradigma culturale e servirsi della tecnica come di un mero strumento, perché oggi il paradigma tecnocratico è diventato così dominante, che è molto difficile prescindere dalle sue risorse, e ancora più difficile è utilizzare le sue risorse senza essere dominati dalla sua logica.” (parr. 107-108)

I marxisti sanno da sempre che lo sviluppo scientifico e tecnico è fondamentale ma non può risolvere automaticamente i problemi dell’umanità sinché il dominio economico e politico rimane in mano a una piccola minoranza di capitalisti, sinché il profitto non è l’unico scopo di ogni azione umana. Il papa si mostra consapevole degli effetti che questo legame ha: “l’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale” (par. 109). È interessante che si leghi il dominio della finanza sull’economia al degrado ambientale perché è un legame assolutamente corretto: il capitalismo mina la vita sulla Terra. Non impoverisce solo i popoli, ma gli ecosistemi, il pianeta stesso. Francesco arriva anche a prendersi gioco della teoria economica borghese: “non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia” (ivi). L’ideologia borghese merita di scomparire assieme al sistema che difende. Non c’è modo di conciliare la difesa dell’ambiente e la sete di profitti della borghesia e l’ecologismo delle piccole cose è davvero futile alla prova dei fatti, come la parabola dei Verdi tedeschi dimostra molto bene. Dal canto suo l’enciclica spiega:

“la cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico. Diversamente, anche le migliori iniziative ecologiste possono finire rinchiuse nella stessa logica globalizzata” (par. 111)

L’unico senso che si può dare a queste parole è che solo nella lotta per una società socialista l’ecologismo acquisisce una sua rilevanza e significatività, ma il papa ovviamente non lo dice.

L’aspetto più profondo e, se reso conseguente, dirompente della critica all’idea unilaterale di progresso è proprio che i temi ecologici sono automaticamente temi politici e di classe. Lo sviluppo industriale si è svolto sulla pelle dei lavoratori nel senso letterale del termine: con la distruzione del loro ambiente vitale, come dimostra la citazione di un documento dei vescovi boliviani del 2012 che spiegano: “tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera”. In questo quadro il controllo sul terzo mondo passa anche attraverso il debito estero usato come “strumento di controllo” per impadronirsi delle loro riserve di materie prime.

Anche la posizione sugli OGM è giustamente collegata, al di là del dato tecnologico, all’aspetto sociale, e si nota che “in seguito all’introduzione di queste coltivazioni, si constata una concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi” (par. 134). A questo serve lo sviluppo scientifico sotto il capitalismo: al dominio dei pochi sui molti.

 

Il capitale finanziario

A più riprese l’enciclica si sofferma sulle devastazioni economiche e ambientali prodotte dal capitale finanziario. Se la Chiesa ha sempre criticato il relativismo culturale come un tentativo di negare Dio, la famiglia, i valori cristiani, qui il senso che viene dato al termine è un altro:

“La cultura del relativismo è la stessa patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito. È la stessa logica che porta a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono ai propri interessi. È anche la logica interna di chi afferma: “lasciamo che le forze invisibili del mercato regolino l’economia, perché i loro effetti sulla società e sulla natura sono danni inevitabili”.” (par. 123)

Chi crede nel libero mercato pecca contro l’onnipotente, il liberismo è addirittura paragonato alla pedofilia. La finanza vuole dominare il mondo e pretende obbedienza assoluta. Vuole dunque prendere il posto di Dio. Ora, la Chiesa non può più aspirare a dominare il mondo, da qui il già descritto pluralismo metodologico, ma almeno che nessuno pretenda di dominarlo al posto suo: “la tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri”. Riecheggiando le molte battaglie sui beni comuni, l’enciclica riconosce che “il clima è un bene comune, di tutti e per tutti” (par. 23). Lo stesso vale per l’acqua: “l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani” (par. 30, corsivo nel testo) e si arriva a criticare il ruolo delle multinazionali in Amazzonia e le privatizzazioni.

La situazione è drammatica perché “i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente” (par. 56) ed è inevitabile che “di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre” (par. 57). Non solo la finanza ha scalzato l’onnipotente dal trono da cui dominava l’universo, ma nel farlo sta distruggendo la Terra. Le banche vengono prima delle persone:

“Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo” (par. 189)

Qui la critica al capitale finanziario è piuttosto concreta. Il papa constata che dopo la crisi c’è stata una parvenza di giro di vite che non è sfociato in nulla. Le grandi banche continuano a dominare il mondo dopo essere state salvate con i soldi pubblici. Questo aspetto economico, l’unico che l’enciclica tratta nello specifico, è in effetti una seria minaccia alla stabilità del capitalismo. È il problema chiave e l’enciclica tocca qui il cuore stesso della contraddizione capitalistica:

“La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali. La bolla finanziaria di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale” (ivi)

Il dominio delle banche sull’economia mondiale, le continue bolle finanziarie, non si producono per il distacco della finanza dall’economia reale, come farneticano persino molti economisti sedicenti marxisti, ma proprio perché l’economia reale è talmente strangolata dalla sovra-capacità, che cerca ogni genere di scappatoia, dando luogo all’ipertrofia finanziaria. In questa situazione, non esiste una via di uscita indolore. Ridurre i margini di profitto per smaltire le merci riduce la redditività degli investimenti e deprime dunque ancor di più i profitti. D’altronde, avverte l’enciclica, occorre “evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui” (par. 190). Come evitare nuove e ancor più drammatiche crisi? Al papa non rimane che proporre “un’altra modalità di progresso e di sviluppo”, “cambiare il modello di sviluppo globale” ma come costruire un mondo migliore?

 

Quali rimedi al capitalismo in crisi?

Il papa parte da una considerazione che è insieme teorica e pratica: “il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia” (par. 195), ma con cosa sostituire questa distorsione non è dato saperlo. Scontato l’attacco al “consumismo ossessivo”, l’invito alla “sobrietà liberante”, ma alla fine pare che l’unica soluzione pratica data sia “ringraziare Dio prima e dopo i pasti” (par. 227).
 
L’analisi che l’enciclica fa dei problemi economici ed ecologici giunge alla giusta conclusione che la battaglia ambientalista non è separabile da una alternativa di società: “l’ecologia integrale è inseparabile dalla nozione di bene comune” (par. 156) e il papa si prende giustamente gioco dell’ambientalismo piccolo borghese come “un’ecologia superficiale o apparente che consolida un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità” (par. 59). Come declinare però concretamente la “destinazione comune dei beni”? Si sostiene che: “ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale” (par. 93) qualcosa che, a ben vedere, non supera le formulazioni vaghe della Costituzione italiana sulla funzione sociale della proprietà privata. D’altronde, poco dopo si spiega che “il ricco e il povero hanno uguale dignità, perché «il Signore ha creato l’uno e l’altro»” (par. 94)  e si propone anche di “contemplare prima di tutto l’immensa dignità del povero” (par. 158). Che ne è dunque della destinazione comune dei beni? Poco o nulla dato che Dio ha creato anche i ricchi. Al massimo si può sperare che questi non esagerino e concedano di che sopravvivere ai poveri.

L’enciclica stessa critica la debolezza delle soluzioni proposte ai problemi del mondo, sottolineando la “sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza” (par. 54) ma poi si limita a proporre un “sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi” (par. 53), come se esistesse una legge che le multinazionali non si mettono sotto i piedi.

Rimangono nell’alveo di un blando riformismo l’obiettivo di sostituire i combustibili fossili con fonti energetiche meno inquinanti (par. 165) o l’obiettivo dell’accesso al lavoro per tutti, traguardo ben più ridotto della piena occupazione. È però positivo che si superi l’idea del reddito di cittadinanza, questa farsa insieme sottoproletaria e piccolo borghese che va di moda oggi: “aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro” (par. 128) e se lo dice la Chiesa che si è sempre basata sulla carità…Lo stesso vale per formulazioni più generali come: “è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale” (par. 129) oppure: “perché vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino, a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario” (ivi).

In questo contesto blandamente keynesiano il papa innesta un ragionamento, che parrebbe di buon senso, su un nuovo rapporto tra politica e potere economico: “la politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia” (par. 189). Tuttavia, la politica non ha mai fatto altro che sottomettersi all’economia o, per essere più precisi alla classe dominante. Il punto è che per aversi una nuova politica occorre una nuova economia, nuovi rapporti di produzione, una società differente.

Alla fine, alle condanne non segue molto altro, la difesa dell’ambiente e delle condizioni di vita delle masse è lasciata dalla Chiesa alla benevolenza di Dio, ossia alla lungimiranza (scarsa di questi tempi) della borghesia. Ci piace chiudere questa analisi di un’enciclica dove a dure condanne seguono proposte miserrime con una affermazione che vi si ritrova e che invece coglie il cuore del problema:” le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro”. Ben detto! Si impongono scelte di totale rottura con l’esistente per eliminare il capitalismo.

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