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Il caso italiano

Appena l’uomo ha avuto modo di riflettere sulla sua esistenza ha provato a sviluppare dei metodi per influenzare la natura pensando in questo modo  di migliorare la propria vita. Le prime forme religiose nascono come conseguenza del fatto che le sparute popolazioni primitive non controllavano affatto le proprie condizioni di vita.

Ciò, da un lato, le spinge a trovare spiegazioni dei fenomeni naturali che condizionavano la loro esistenza, dall’altra a cercare di controllare questi fenomeni attraverso una forma di pensiero magico.Le credenze magico-totemiche, essenzialmente animiste, caratterizzano tutte le società precedenti alla nascita dello Stato. Si tratta dello stesso meccanismo che sopravvive tuttora ogni volta che gli uomini non controllano l’esito di un evento. Dal contadino che prega perché la grandine non distrugga il raccolto, allo studente che compie gesti scaramantici prima di un esame, ogni forma di pensiero religioso è, alla fine, il riflesso della angosciosa consapevolezza di non controllare la propria vita. A questo stadio, la credenza religiosa non è però distinguibile dalla magia o dalla superstizione in generale.

Per arrivare alla religione come la intendiamo oggi ci vuole un altro evento decisivo: la nascita di un potere reale sulla Terra, da cui di riflesso deriva l’idea di un essere onnipotente in cielo.

Quando alcune migliaia di anni fa, a partire dalla Mesopotamia e dalla Valle dell’Indo, cominciarono a sorgere società dominate da caste con a capo un re, la religione divenne la glorificazione, la giustificazione di questo potere. Tutti dovevano obbedienza a questa figura che dominava la società in quanto Dio lui stesso o quanto meno rappresentante diretto del divino. Questa situazione riflette un cambiamento reale di portata storica. Per la prima volta le risorse della società venivano centralizzate e mobilizzate per scopi economici e politici.

Il pensiero religioso, nato come forma di comprensione e protezione dalle forze ostili della natura, si organizza in un culto politico, un’ideologia che rafforza la presa dei ceti dominanti sulla società. Nella misura in cui i nuovi rapporti di produzione rendono possibile il dominio di alcuni gruppi privilegiati, nasce l’esigenza di giustificare i privilegi.

Solo la devozione verso gli dei, ossia i re e i sacerdoti, garantisce eterno benessere. Quando la società entra in crisi però, emerge l’inefficacia di tale devozione. I sacerdoti spiegano la crisi con la mancanza di fede (la punizione divina, che emerge con prevedibile frequenza nella Bibbia), ma le masse non possono accontentarsi di questa spiegazione. Non a caso le crisi sociali coincidono con la nascita e lo sviluppo di nuove fedi religiose.

Il legame tra le svolte sociali e i sentimenti religiosi spiega anche perché nella religione si riflettono, seppure in forma mediata, indiretta, i conflitti sociali della società. Questo spiega perché tutte le grandi religioni prevedono l’avvento di un regno di giustizia e di pace, privo di oppressori, di confini e di miseria, un regno che non si può però conquistare lottando ma solo piegandosi, nel mondo reale, al dominio dei potenti.

Ricordiamo le parole di Marx:

“Il fondamento della critica irreligiosa è: l’uomo fa la religione, e non la religione l’uomo. Infatti, la religione è la coscienza di sé e il sentimento di sé dell’uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma l’uomo non è un essere astratto, posto fuori del mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, Stato, società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto.

La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d’honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne compimento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell’essere umano, poiché l’essere umano non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione è dunque in via mediata la lotta contro quel mondo, del quale la religione è l’aroma spirituale.

La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo.

Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola.”

Questa analisi consente anche di comprendere il rapporto tra scienza e religione: nella misura in cui lo sviluppo della scienza migliora il controllo sulle condizioni di vita, allenta la presa dell’angoscia, dell’incertezza e dunque della religione. Ma le scoperte scientifiche di per sé non eliminano la miseria, l’ignoranza, la paura di miliardi di persone di cui si nutre la religione finché questa è utilizzata dalla classe dominante per mantenere profitti e potere. Il cambiamento radicale delle condizioni materiali di esistenza è l’unico antidoto definitivo alla religione. In una società senza angoscia per la propria vita i figli potranno pure accettare le credenze dei grandi, ma i grandi non sentiranno più l’esigenza di avere un amuleto divino che li protegga né proietteranno in cielo la gerarchia sociale, pronosticando ai figli e a se stessi vite ultraterrene e esseri trascendenti.


Comunismo e anticlericalismo

In passato le rivolte dei diseredati spesso comportavano attacchi ai simboli religiosi. Ciò era proprio di rivolte spontanee... sussulti sociali dove masse di disperati esprimevano la loro rabbia per una esistenza disumana. Per difendere le idee comuniste non c’è bisogno di offendere la fede religiosa. Farlo, specie senza offrire nulla in cambio non è il modo migliore per permettere ai fedeli di superare i propri pregiudizi. Occorre piuttosto dimostrare nella pratica che per migliorare le proprie condizioni di vita bisogna organizzarsi e lottare, piuttosto che sperare nell’aiuto di Dio.

Anche nei confronti della fede, non bastano discussioni teoriche, occorrono l’esperienza, e le lotte concrete per consentire il superamento dello status quo.

Per combattere questa battaglia occorre partire dalla consapevolezza che credere non è una scelta individuale dettata da un’analisi delle circostanze in cui si vive ma un riflesso della miseria di queste circostanze. Come osservò Marx criticando l’ateismo intellettualistico di Feuerbach, il “sentimento religioso” è esso stesso un prodotto sociale. Per superarlo non si può dunque fornire semplicemente un’interpretazione non religiosa del mondo, bisogna trasformarlo: “non la critica ma la rivoluzione è la forza motrice della storia, anche della storia della religione”.

Un recente libro del matematico (ateo) Odifreddi, cita una statistica secondo cui il 93% dei membri dell’Accademia Nazionale delle Scienze negli Stati Uniti è ateo o agnostico . Il dato ha la sua importanza, tuttavia l’aspetto più rilevante qui non è l’opinione individuale degli scienziati, ma il fatto che la religione come metodo non gioca alcun ruolo nello sviluppo della scienza.

Con le rivoluzioni scientifiche del XIX secolo è divenuto definitivamente evidente che i metodi della scienza sono non solo diversi, ma contrapposti a quelli religiosi. Scienziati di qualunque fede utilizzano nei laboratori le stesse metodiche e le stesse procedure di quelli atei, dimostrando implicitamente la fine di ogni funzione non solo pratica ma anche astrattamente filosofica delle credenze religiose. Qualunque luogo di culto frequenti nel tempo libero, il ricercatore quando è in laboratorio deve servirsi di microscopi, computer, acceleratori di particelle e provette, non di salmi o profeti.

Guardando alla storia, dunque, la sintesi del rapporto tra scienza e religione è che quanto più l’una avanza tanto più l’altra recede sullo sfondo. Se però i laboratori si sono liberati dell’ipotesi di Dio, per citare la famosa affermazione di Laplace, questa rimane ben radicata nella società.

Alla base del potere delle chiese troviamo argomenti potenti, dai miracoli alla repressione, dalla paura alle ricompense... Vediamo come il “bisogno della fede” non si può combattere solo con i ragionamenti scientifici... ma occorre una filosofia che non dimostri solo quanto di sbagliato ci sia nelle diverse religioni... ma soprattutto proponga una alternativa ai problemi assillanti che oggi ci troviamo davanti.

Abbiamo detto che dare troppa importanza alle parole dei testi sacri è inutile dato che l’opinione dell’invasato di turno sul perché compie una determinata azione poco ci dice su ciò che essa è realmente; ciò non significa che le ideologie non abbiano una propria forza indipendente nella società. Essa c’è ed è potente, ma la loro azione si svolge comunque in circostanze determinate obiettivamente. Non si capirebbe sennò la fortuna di personaggi che usano toni da crociata, come Bush o Ferrara e la Binetti in Italia, che anni addietro sarebbero stati semplicemente messi da parte dalle classe dominante.


Etica e religione

Molti laici, o presunti tali, pur sostenendo di non avere pregiudizi religiosi, spiegano che la religione è utile a dare una morale. Non si capisce bene in quale pianeta questi signori passino la loro esistenza. La religione non ha nessuna funzione civilizzatrice, semmai è servita a giustificare le peggiori atrocità e nel modo più spaventoso, abituando a non pensare, a non coltivare la critica e la ragione.

Se dalla storia scendiamo nella cronaca dei nostri giorni, non va meglio ai fautori della religione come strumento di civiltà. Le persone religiose non sono migliori delle altre, i mafiosi di ogni paese sono profondamente credenti e le zone del mondo molto “religiose” come il Texas o l’Iran, sono tra le più piene di omicidi e crimini del mondo.

Nei soli Stati Uniti nel dopoguerra sono state presentate denunce per pedofilia contro 4.400 preti (quasi il 5% del totale), coperti per decenni dalla gerarchia cattolica, tanto che un tribunale del Texas aveva incriminato vari alti prelati tra cui lo stesso Ratzinger, prima che la nomina a Papa chiudesse l’indagine. Né la fede come sentimento

astratto, né l’adesione a una concreta religione con tanto di sacerdoti, luoghi di culto e ingordigia finanziaria sono necessari e men che meno sufficienti per fondare un’etica. Chi sostiene che senza religione la società si disgregherebbe, copre un’eredità di millenni di stermini, oppressione, miseria.

Nei paesi occidentali, di morale religiosa ne rimane poca, basti pensare al divieto dei rapporti prematrimoniali, e nel tempo c’è una certa tendenza a superare le forme più deteriori di pregiudizi.

Ma finché non si costruisce un’alternativa alla miseria materiale e morale quotidiana, la risposta più immediata ai problemi sarà sempre cercare un capro espiatorio a cui dare la colpa (l’immigrato), cercando nel contempo una garanzia per il proprio futuro (Dio). Questa, alla fine, è l’essenza della religione. È giusto rallegrarsi perché non scandalizzano più le donne che lavorano o coppie non sposate, ma la battaglia è ancora lunga e non può essere vinta senza trasformare radicalmente la società.


Il relativismo culturale

Dopo la sconfitta dei movimenti rivoluzionari degli anni 60 e 70, molti intellettuali si sono rifugiati nel relativismo culturale come strumento per difendere una visione alternativa del mondo. Una posizione che possiamo sintetizzare così: ogni opinione è ugualmente legittima, lasciatemi in pace e  non darò fastidio a nessuno.

Al fatto che i cristiani e gli altri religiosi pretendano che le loro superstizioni siano la parola di Dio e che ogni altra idea conduca alla perdizione non si può opporre una presunta tolleranza universale, perché tale tolleranza non esiste nei fatti. Il “rispetto delle tradizioni altrui” usato anche a sinistra, per difendere il diritto degli uomini a imporre il velo alle proprie donne o l’infibulazione delle bambine o la discriminazione contro omosessuali, immigrati e atei è un modo con cui intellettuali disperati giustificano la propria ritirata.

La visione religiosa, le tradizioni oscurantiste vanno combattute con una visione scientifica, razionale e socialista del mondo e della società. Ciò non significa che le tradizioni religiose vanno represse con la forza, significa fornire un’alternativa. È fin troppo ovvio che se “l’occidente” per la massa della popolazione proveniente da questi paesi o ancora lì residente è la sopravvivenza in quartieri ghetto, una vita di miseria, l’assenza di qualunque futuro, la reazione sarà di rinchiudersi in se stessi, nelle proprie tradizioni viste come un argine alla sopraffazione.

È anche naturale che se la politica è dominata da invasati che invocano crociate e deprecano l’arrivo degli immigrati come fossero barbari, idee che, in Italia, sono portate avanti con toni diversi dall’estrema destra alle soglie della sinistra cosiddetta radicale, l’imam o il pastore evangelico che esaltano le superstizioni da cui si proviene saranno visti come una forma di difesa da queste persecuzioni.

La migliore dimostrazione del fatto che se c’è un’alternativa, per quanto tenue, viene afferrata con due mani è costituita dalle centinaia di migliaia di immigrati iscritti alla Cgil e agli altri sindacati. Neri o bianchi, indù o musulmani, credenti o atei, le condizioni sui posti di lavoro li uniscono. Non si tratta dunque di avere “rispetto” per pratiche retrograde, siano esse il battesimo, la circoncisione o l’infibulazione, ma di combattere tutti insieme per un’altra società che di queste cose possa farne a meno.


La religione in Italia

In Italia, la chiesa cattolica ha un peso politico e sociale enorme, che deriva dalla storia del paese. Principale proprietario terriero da secoli, la chiesa risulta, già prima del Risorgimento, il più acerrimo nemico dell’unità nazionale, appoggiata dalle potenze europee. D’altro canto, la borghesia italiana, debole e frammentata, non poteva avere il ruolo progressista e modernizzatore giocato nelle rivoluzioni borghesi classiche in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, e venne invece a patti con le forze più reazionarie del paese, tra cui la stessa chiesa cattolica. Ma la genuflessione della borghesia verso il Vaticano non funzionò e per unificare il paese, i governi anche più moderati dovettero combattere contro la gerarchia cattolica. Questo spiega perché il Risorgimento fu un movimento profondamente anticlericale e in molte componenti apertamente anti-cristiano. Le invettive dei protagonisti del Risorgimento contro la chiesa non si contano. Basti qui citare Garibaldi, il quale scrisse: “il peggiore dei vostri nemici è il Papa...i preti, complici del papa-re, sono vostri nemici, e voi dovete lavare di questa sozzura le bellissime vostre contrade”.

Ad ogni modo, non risultò difficile prendere Roma, dato che lo stato pontificio era talmente malvisto dai suoi abitanti che solo i soldati francesi lo difesero. La reazione del Papa, che si isolò rifiutandosi di partecipare alla vita politica del paese, non giovò alla causa della reazione. Pio IX scrisse sì il famoso Sillabo con cui si scagliava contro ogni idea progressista, ma in un’ottica di riaffermazione dei tradizionali privilegi della gerarchia vaticana più che di difesa delle esigenze del capitalismo , una posizione che non frenò lo sviluppo del movimento operaio.

Quando la situazione per la borghesia italiana si fece più difficile, la chiesa cattolica cambiò atteggiamento e intervenne con tutte le proprie forze a difesa del capitalismo. Il Vaticano aiutò la nascita del partito popolare, la presa del potere di Mussolini che ricambiò il favore con i Patti Lateranensi, che diedero nuovamente al Vaticano una forza economica decisiva, infine, dopo la guerra, oltre ad aiutare la fuga dei gerarchi nazifascisti e coprire le malefatte di quei regimi, contribuì ai successi della Dc. Ha potuto e può tuttora giocare questo ruolo grazie alla posizione dei vertici del movimento operaio. Ciò si è visto nella sconfitta dei due movimenti chiave della storia del dopoguerra: il movimento partigiano e quello cominciato con l’autunno caldo.

Nel primo caso, l’abbandono di ogni posizione rivoluzionaria si riflesse nell’atteggiamento del Pci nell’Assemblea Costituente. Il Pci accettò di votare l’articolo 7 che lasciava intatti tutti i privilegi della Chiesa, compresi i Patti Lateranensi firmati con Mussolini, con la speranza di rimanere al governo. Vittorio Foa commentò la svolta così: “allora il suo voltafaccia lo giudicammo da un altro punto di vista. Lelio Basso, che era con me nel Partito d’azione, ci riferì che Togliatti gli aveva confidato d’essersi deciso a votare l’articolo 7 in cambio dell’assicurazione di un posto del Pci nel governo per altri vent’anni”. Cosa successe dopo è ben noto. Smobilitati i gruppi partigiani, ripreso il controllo delle fabbriche, la borghesia si liberò del Pci che fu buttato fuori dal governo. Quella sconfitta pesò sul movimento operaio per decenni.


Pregiudizi religiosi e ruolo del Pci

I dirigenti stalinisti della generazione successiva si incaricarono della stessa funzione di salvatori del capitalismo. Come negli anni ’40, la scusa per il compromesso storico e l’unità nazionale fu trovata dal Pci nei pregiudizi religiosi delle masse. Scrisse Berlinguer: “abbiamo sempre pensato – e oggi l’esperienza cilena ci rafforza in questa persuasione – che l’unità dei partiti dei lavoratori e delle forze di sinistra non è condizione sufficiente per garantire la difesa e il progresso della democrazia... Ecco perché noi parliamo non di un’alternativa di sinistra ma di un’alternativa democratica, e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di un’intesa delle forze popolari d’ispirazione comunista e socialista con le forze popolari d’ispirazione cattolica... ”.

Con queste parole Berlinguer schierò l’imponente forza del Pci e della Cgil a difesa del capitalismo italiano messo in crisi dalle lotte operaie. Quella politica continuò con la svolta dell’Eur, l’austerità. Ciò provocò una sconfitta del movimento che pesa tuttora.

È inutile dire che l’“unità nazionale” non aiutò affatto la masse cattoliche a spostarsi a sinistra, a liberarsi dell’abbraccio della Dc, al contrario permise alla borghesia di riprendersi. In questi episodi, risulta evidente che l’atteggiamento verso la religione è uno specchio della posizione verso il capitalismo.

Il Pci del compromesso storico che salva la borghesia è anche il Pci della teoria della “confluenza” delle masse comuniste e cattoliche, queste ultime viste come una sorta di falange monolitica da blandire, essendo impossibile liberarle dalla subordinazione ai preti.

I dirigenti stalinisti e riformisti hanno sempre sottolineato la forza delle associazioni cattoliche, il peso morale del Papa, come scuse per venire a patti con i partiti borghesi. La realtà è che ogni movimento di lotta ha dimostrato quanto le “masse cattoliche” siano pronte a muoversi assieme al resto della classe lavoratrice quando l’alternativa alla passività cattolica è forte e convincente.

Di più, l’entrata in scena del proletariato ha sempre avuto effetti profondi sullo stesso tessuto della chiesa. Non a caso, molti dirigenti e militanti di sinistra degli anni ‘70 provenivano da esperienze cattoliche di base. Le lotte dimostrano più di ogni ragionamento teorico, l’inutilità delle concezioni cristiane per migliorare le proprie condizioni di vita.


L’Italia, paese cattolico?

Al giorno d’oggi, se si misurasse la presa della chiesa dai comportamenti degli italiani, bisognerebbe concludere che è minima. Il tasso di natalità minore al mondo, sempre meno matrimoni religiosi e una generale diminuzione delle persone che accedono ai sacramenti, divorzi e separazioni in crescita, chiese frequentate solo da anziani, età media dei sacerdoti superiore ai 60 anni e così via. Eppure, se si guarda ai giornali e alle dichiarazioni dei politici di ogni partito, la chiesa fa il bello e il cattivo tempo, come la recente polemica sulla lezione di Ratzinger alla Sapienza o la battaglia sulla legge 194 dimostrano ampiamente. Come si spiega questa differenza? Il punto è che il peso e il potere della chiesa non derivano dall’accettazione dell’etica cattolica da parte della popolazione, ma dal potere economico, politico e, per quanto esistente anche ideologico, della gerarchia vaticana.

La chiesa cattolica è una componente decisiva della borghesia italiana e dopo il Giubileo del 2000, la sua forza economica è esplosa. Dispone di un patrimonio immobiliare colossale (si parla del 22% degli immobili solo nell’area urbana di Roma) e ha legami profondi con la finanza.

Le vicende del braccio finanziario della chiesa, lo IOR, le cui speculazioni portarono al crollo dell’Ambrosiano, che era la banca della curia milanese, sono lontane nel tempo, ma le dimensioni degli affari finanziari della chiesa sono oggi ancor più vaste. Il banchiere Fiorani, caduto in disgrazia pochi anni fa, ha riferito ai magistrati che lo interrogavano per le vicende della scalata a Banca Antonveneta di aver messo a disposizione del Vaticano 3 miliardi di euro presso la Banca della Svizzera Italiana a Lugano. Ed è solo uno dei mille favori della finanza alla chiesa. I legami tra alta finanza e gerarchie cattoliche sono talmente stretti che ci si domanda se i finanzieri cattolici abbiano mai letto le parole poco gentili che Gesù rivolge nei Vangeli ai ricchi e ai mercanti. Evidentemente pensano che un po’ di beneficenza possa aprirgli le porte del paradiso.

Ma lasciando ipocriti e furbetti al loro destino rimane il punto chiave: la chiesa e la religione sono in Italia più direttamente che altrove un puntello politico decisivo del sistema. Non difende le parole di profeti del passato, ma i profitti dei padroni del presente.

La guerra all’influenza della chiesa nella vita politica è parte integrante della lotta per i diritti e il futuro dei lavoratori. Di più, la classe lavoratrice italiana non può fare passi avanti senza che la chiesa sia sconfitta assieme al resto della classe dominante. Ovviamente, i lavoratori più avanzati, gli intellettuali di avanguardia possono liberarsi della religione già ora, ma solo rovesciando il capitalismo e il conseguente dominio ideologico della borghesia sulla società, le masse potranno liberarsi della religione.

Solo quando cesserà il dominio terrestre dell’uomo sull’uomo scomparirà l’idea di esseri celesti che dominano la vita degli uomini. La religione, sorta nel passato come rimedio all’angoscia degli uomini, gioca tuttora un ruolo politico chiave, seppure i suoi comandamenti trovino sempre meno ascolto.

Si tratta di un nemico potente che svolge efficacemente la funzione di confondere le masse, non negando direttamente il loro desiderio di rivolta sociale, ma relegandolo a un inesistente mondo futuro, mentre le spinge a obbedire in quello reale.

Di fronte a questa situazione, pretendere di “abolire” la religione, non ha senso. Ovviamente, i comunisti svilupperanno sempre una campagna di propaganda per permettere alle masse di superare i pregiudizi religiosi, ma partendo dalle loro reali esigenze non da dispute teologiche.

Occorre convincere i fedeli nel concreto che la religione non ha nulla da offrirgli e solo la lotta per trasformare la società può risolvere i loro problemi, solo una vita diversa in questo mondo, solo il socialismo può eliminare la miseria e l’alienazione. In questa battaglia ideologica e politica il tatto e la pazienza giocano un ruolo importante. Per usare le parole di Lenin: “in nessun modo cadremo nell’errore di porre la questione religiosa in modo astratto, idealistico, senza connetterla alla lotta di classe, come spesso fanno gli intellettuali borghesi radicali... sarebbe stupido pensare che i pregiudizi religiosi possano evaporare solo con mezzi di pura propaganda”

Il pregiudizio religioso è un riflesso della schiavitù di classe. I comunisti hanno il compito, l’obbligo di offrire a tutti gli schiavi del capitalismo un’alternativa, costruendo una società socialista.

 Leggi anche:

Marxismo e religione - Una relazione di Alan Woods (agosto 2007) 

 

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