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Con la riunione del Cpn del 9-10 luglio si apre formalmente il percorso che ci condurrà all’VIII congresso di Rifondazione comunista. Si è trattato quindi di una riunione non ordinaria, di cui tentiamo di dare una valutazione complessiva.


Cosa significa “congresso unitario”

Lungo i due giorni, decine di interventi hanno ripetuto come una litania l’auspicio a un congresso “unitario”, espressione che può essere così sinteticamente trascritta: un congresso nel quale la composizione dei futuri organismi dirigenti venga stabilita a priori con un accordo che fissi le percentuali di rappresentanza da attribuirsi alle correnti che compongono l’attuale segreteria. Un modello già perseguito nel congresso fondativo della Federazione della sinistra e che ha dato i frutti che tutti conosciamo: paralisi completa, gestione completamente antidemocratica, inesistenza della discussione politica e di scelte chiare.
Certo sarà impossibile giungere alla “perfezione” del regolamento della Fds, che proibiva qualsiasi forma di emendamento o di posizione alternativa e toglieva completamente titolarità ai congressi di base riguardo le scelte da compiersi: a differenza della Fds, infatti, il partito rimane purtuttavia un organismo vivo i cui militanti difficilmente accetterebbero una simile gabbia. Torneremo in seguito sulla questione della democrazia interna e del ruolo delle aree politiche.

L’accordo del 28 giugno


Il dibattito politico ha visto due punti di particolare attenzione. Il primo ha riguardato l’accordo interconfederale del 28 giugno e la capitolazione della maggioranza della Cgil. Nella sua relazione, Ferrero ha tentato di sfumare leggermente i duri giudizi che aveva espresso a caldo (“suicidio della Cgil e tentato omicidio nei confronti della Fiom”). Abbiamo ritenuto indispensabile fin dal primo intervento sollevare il punto centrale, ossia la necessità di non limitarsi ad una presa di posizione contraria, ma di porci come parte di un movimento che lavori a far saltare questa intesa scellerata: un obiettivo che necessita di una strategia seria e ad ampio raggio, di cui un punto centrale sarà la lotta della Fiom per il contratto di categoria, ma che ha riflessi sindacali e politici a tutto campo, determinando linee divisorie di fondo come già fu per gli accordi separati di Pomigliano e Mirafiori.
È evidente la contraddizione plateale e intollerabile per la quale mentre il Prc si dichiara contrario all’accordo, contribuisce a costruire un soggetto come la Federazione della sinistra, all’interno della quale partecipa una forza quale Lavoro e Solidarietà che non solo ha sostenuto appieno l’accordo, ma si è schierata come vera e propria guardia pretoriana della segreteria Camusso.
Per evidenziare questo punto abbiamo proposto un emendamento all’ordine del giorno presentato da Roberta Fantozzi, un testo di cui accogliamo la critica netta all’accordo del 28 giugno, ma che abbiamo proposto di rafforzare nelle sue conclusioni pratiche. L’emendamento (leggi qui il testo dell’odg e dell’emendamento) ha raccolto 14 voti favorevoli, 7 fra compagni della nostra area e 2 fra compagni della ex mozione 3 e 5 nella maggioranza, inclusa una componente della segreteria nazionale (Forenza). Sul testo finale ci siamo astenuti.

La situazione pugliese


Altro punto di forte dibattito, la vicenda pugliese. I fatti sono presto riassunti: la giunta Vendola ha varato una legge regionale che cozza frontalmente con il movimento referendario per l’acqua pubblica, in quanto riconosce la remunerazione del 7 per cento del capitale investito nell’Acquedotto pugliese (di proprietà della Regione), remunerazione che era precisamente oggetto di uno dei due referendum approvati il 13 giugno.
Diversi interventi (Voccoli, Forenza) hanno duramente criticato la scelta della giunta, mettendo in evidenza la contraddizione della presenza del Prc con un assessore (Maria Campese) che è inoltre componente della segreteria nazionale del Prc e responsabile ambiente. La stessa compagna Campese ha replicato accusando Liberazione di insistere troppo sulla vicenda pugliese e dichiarando che attaccare Vendola e Sel pregiudica la politica di unità a sinistra e ci conduce su una deriva settaria con una linea che, a dire della compagna, condurrebbe il partito al di fuori delle istituzioni.

Le conclusioni di Ferrero

Questi due punti importanti di dibattito vanno letti in relazione alla crisi generale della linea che la maggioranza ha portato avanti fin qui: non sono stati conflitti accidentali, ma piuttosto manifestazioni particolarmente evidenti di contraddizioni insolubili che le conclusioni di Ferrero hanno reso particolarmente evidenti.
I punti centrali difesi in questi due anni, al di là delle numerose oscillazioni e incoerenze, sono stati tre:
- costruzione della Federazione della sinistra
- appello all’ "unità della sinistra" con Sel e Idv
- Fronte democratico col centrosinistra per battere Berlusconi.
Non uno di questi punti rimane in piedi. Intanto pare sfuggire al segretario che Berlusconi è ormai al capolinea, tanto da avere dichiarato che alle prossime elezioni politiche il candidato premier sarà Alfano e che per la presidenza della repubblica proporrà Gianni Letta. Ora, se il “fronte democratico per liberare l’Italia da Berlusconi” poteva avere una qualche risonanza, è chiaro che il “fronte democratico per liberare l’Italia da Angelino Alfano” rischia di risultare poco convincente…
Ironia a parte, il punto centrale è che la classe dominante ha già avviato il cambio di cavallo e reputa indispensabile utilizzare anche il Pd per gestire il massacro sociale richiesto dalla crisi e dall’Unione europea. In questo quadro non c’è posto per un Berlusconi ormai indebolito, a capo di una maggioranza che si regge sugli Scilipoti e attraversata da contraddizioni laceranti sia nel Pdl che nella Lega.
Imperterrito, Ferrero ha tuttavia accentuato l’avvicinamento al Pd. Nella relazione ha proposto di partecipare a ipotetiche “primarie di programma” del centrosinistra, rimangiandosi così la sua precedente posizione, secondo la quale non si doveva avviare un confronto di programma col Pd perché il nostro appoggio doveva avere un carattere puramente democratico e non vincolarci sul piano programmatico e politico. È chiaro che partecipare a queste (molto) ipotetiche primarie significherebbe poi assumersi la responsabilità dell’insieme del programma che ne emergerebbe.
Di fatto ci si colloca su un asse inclinato che sempre più rapidamente ci spinge verso una collocazione all’interno di una maggioranza di governo di centrosinistra, esito al momento precluso solo dalla scelta del Pd e di Sel di escludere ad ogni costo il Prc da tale maggioranza, preferendo tenerlo come alleato di quart’ordine.
Le conclusioni di Ferrero sono state ancora più plateali in questo senso. Ferrero ha parlato della vicenda pugliese chiarendo che a suo avviso sarebbe erroneo uscire dalla giunta regionale e che la contraddizione va assunta dall’assessora, che deve farsi carico della “sofferta” condizione di non poter applicare interamente il programma del partito e le rivendicazioni dei movimenti. Il tutto condito da ampie citazioni della sua esperienza da Ministro del welfare. Ancora qualche mese e saremo alla rivendicazione integrale del secondo governo Prodi.
Ferrero ha anche chiarito che di fronte alla domanda diretta di come il Prc si comporterebbe verso un possibile governo di centrosinistra, la risposta non può essere altra che quella di sostegno, ossia “consentirne la nascita” e votargli la fiducia. “Su questo punto ritengo che dobbiamo dirci nettamente che la nostra posizione deve essere più a destra di quella di Bertinotti nel ’98, non possiamo dire ‘o così, o noi rompiamo’.”
Il cerchio si chiude con la questione della Fds, riguardo la quale nelle conclusioni Ferrero ha rivendicato le necessarie “ambiguità”, ossia che nella Fds non si debba “sfasciare tutto” sollevando discussioni sgradevoli come ad esempio quella sull’accordo del 28 giugno. Ha poi ripetuto l’invito sempre più estenuato ad andare oltre la situazione attuale di stallo e a “far funzionare” una federazione che, come riportato anche da numerosi interventi, in molti territori non ha alcun ruolo se non quello di essere terreno di scontri furibondi per le posizioni nelle istituzioni e nei governi locali (esemplificativo a questo riguardo l’intervento del segretario regionale della Sardegna, Gianni Fresu)
Dopo simili conclusioni e dopo la votazione dell’ordine del giorno sopra citato, la presidenza ha iniziato a leggere un documento firmato da cinque compagni/e, che senza che vi fosse stato alcun dibattito al riguardo, mettendo assieme le questioni più svariate, terminava con una lunga tirata contro le aree politiche presenti nel partito. Di per sé non vi sarebbe stato nulla di negativo, se non fosse stato per la gestione a dir poco singolare della presidenza. Infatti alla proposta avanzata da Alessandro Giardiello e ripresa da altri compagni, di rinviare questo testo alla commissione congressuale che di lì a poco si doveva eleggere, la presidenza replicava aprendo un dibattito surreale in cui si scatenava una gara alla peggior demagogia contro le aree politiche; si distinguevano in particolare Alfio Nicotra, che proponeva di aggiungere la proibizione delle feste organizzate dalle suddette aree, e lo stesso segretario il quale si dichiarava favorevole a votare ad occhi chiusi il documento e qualsiasi altra proposta andasse in tal senso.
Su questo punto sarà necessario tornare quanto prima, si sappia intanto che se si pensa di condurre un congresso sulla falsariga di una corrente che per attaccare altre correnti le accusa di essere correnti, questo tipo di campagna non resterà senza risposta. Una maggioranza che parla di unità ogni tre parole e poi per comporre i propri contrasti deve eleggere una commissione politica congressuale di 60 componenti (!) e una commissione “ristretta” di 10 (!!) riuscendo a litigare per un’ora al riguardo rischia francamente di essere sepolta da una omerica risata, e il segretario farebbe bene a non prestarsi – o a ispirare? – campagne del genere.
Ad ogni modo, proprio per non banalizzare la questione, ci proponiamo di tornare quanto prima su questo argomento poiché al di là dei dissensi, il contributo in questione solleva temi che è giusto siano affrontati in un dibattito aperto e senza ipocrisie. Peraltro pensiamo di avere le carte pienamente in regola per farlo, considerato che siamo probabilmente l’unica area di questo partito ad avere dimostrato nei fatti e non a chiacchiere sia di sapere collaborare lealmente all’interno di una maggioranza di cui pure non condividevamo certamente l’intera impostazione, sia di sapere rinunciare a posizioni dirigenti ed esecutive quando le ritenevamo incompatibili e incoerenti con le proposte politiche che avanzavamo al partito.
In piena trasparenza e lealtà, quindi, proporremo al dibattito della commissione congressuale un testo che sui tre punti chiave (fronte democratico, Federazione della sinistra, unità con Sel e Idv) sarà radicalmente alternativo alla traccia proposta dal segretario nella relazione e nelle conclusioni. La parola da domani passa ai compagni e alle compagne.



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