Bahrain - Tra repressione e rivoluzione - Falcemartello

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Il Bahrain è il primo e l'ultimo luogo del mondo dove aspettarsi una rivoluzione. L'ultimo perché il più piccolo paese del Golfo è un arcipelago di 1 milione e 200mila abitanti, saldamente inserito nel triangolo filo-americano: Emirati Arabi-Qatar-Arabia Saudita. Membro del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), ospita naturalmente una base americana.

 

Non è tra i paesi più ricchi di petrolio della zona, ma ha un ruolo chiave nel settore della raffinazione. Dall’inizio degli anni ’90 si è ritagliato il ruolo di Svizzera araba, con agevolazioni che ne fanno uno dei principali paradisi fiscali al mondo. Dopo la guerra del Golfo del 1991, i capitali sono così affluiti ingrandendo il settore bancario, pompando la bolla immobiliare e portando in dote una tappa della Formula Uno.

Il regime interno è preservato grazie ad un gioco di scatole cinesi: la cricca dominante è sunnita, la maggioranza della popolazione è sciita e vi è una forte immigrazione di lavoratori da altri paesi. La cricca sunnita alimenta il fanatismo religioso interno, l’odio sunniti-sciiti da un lato e dall’altro il razzismo degli sciiti nei confronti degli immigrati “che rubano il lavoro”. Questi ultimi sono quasi la metà della popolazione, privi di cittadinanza e diritti elementari. Ma il Bahrain era il candidato naturale ad unirsi alle rivoluzioni della primavera araba. E a farlo nella maniera più radicale.

La monarchia Al Khalifa possiede praticamente il paese. Il Governo è composto all’80% da membri della famiglia reale. Il primo ministro, Khalifa ibn Salman, zio del re, detiene il record internazionale di durata per una carica governativa non elettiva. è stato nominato infatti primo ministro nel 1971. Ha quindi giocato un ruolo, insieme, ai servizi segreti britannici, nel colpo di Stato che nel 1975 ha sospeso “temporaneamente” la Costituzione e annullato le elezioni del 1973 vinte da una coalizione progressista. Il 16 febbraio scorso il paese è stato contagiato dalla rivoluzione araba. Ci sono state manifestazioni di massa, le quali hanno raggiunto la cifra sbalorditiva – in rapporto al paese – di 100mila persone in corteo.

Sul modello dell’Egitto, il movimento ha occupato Piazza della Perla, la piazza principale della capitale Manama. Sin dall’inizio il regime ha scatenato la repressione con 200 arresti e 7 morti. E nel classico gioco del bastone e della carota, proprio quando sembrava più vicina a fare concessioni, la monarchia ha apertamente invocato l’intervento esterno dei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg). Così il 16 marzo è iniziata l’operazione “Peninsula shield force”: 1000 soldati sauditi e 500 poliziotti degli Emirati Arabi hanno di fatto invaso il paese. Le truppe saudite hanno attaccato i manifestanti. Un massacro che porta i morti almeno a 20.

Questo non impedisce al regime di accusare i manifestanti di essere eterodiretti dall’esterno, in particolare dal vicino Iran. Il re si è spinto a parlare di un complotto “organizzato da 30 anni”. Questo nonostante gli stessi portavoce dei manifestanti abbiano smentito e dichiarato di non considerare l’Iran il proprio modello. In verità, come successo in altri paesi, i tradizionali partiti sciiti non sono né gli organizzatori né i rappresentanti riconosciuti della piazza. Tutti i rapporti parlano di un risveglio della coscienza inedito nel paese, fatto di richieste democratiche, sociali e di un protagonismo enorme in particolare del settore femminile della popolazione.

Insomma: una rivoluzione in piena regola. E come ogni rivoluzione, essa è considerata “complotto” dai suoi avversari, affrontata da chi la vuole sconfiggere con un misto di finte concessioni e repressione frontale e guardata con timore da tutto il capitalismo internazionale. Non c’è bisogno di dire che i “democratici” Usa, e con loro tutto l’imperialismo a livello mondiale e i media ad esso collegati, si sono ben guardati dal condannare le violenze sui civili.