Breadcrumbs

Da più di un mese continua ormai la straordinaria lotta del popolo tunisino, scoppiata il 17 dicembre scorso, che ha ottenuto una prima vittoria con la cacciata di Ben Ali il 14 gennaio. Dalla Tunisia, il vento della rivoluzione si è velocemente trasferito all’Algeria e poi all’Egitto e sta contagiando tutto il resto del mondo arabo. Non a caso le masse che scendono in piazza al Cairo e nelle altre città principali gridavano: “Tunisia, Tunisia”.

La protesta nata con motivazioni prettamente economiche (contro l’aumento dei prezzi e la disoccupazione) si è presto trasformata in lotta politica che aveva come prima rivendicazione la cacciata di Ben Ali e la conquista dei diritti e della libertà, di cui il popolo tunisino è stato privato da 23 anni di brutale dittatura (i morti dall’inizio della protesta al 19 gennaio sarebbero secondo le stime dell’Onu circa 100, ma è probabile siano di più). Il cambiamento della natura delle manifestazioni e l’aumento della radicalità della protesta si possono vedere oltre che dal numero delle manifestazioni praticamente ininterrotte in ogni città della Tunisia, anche dall’ascolto dei tre discorsi di Ben Ali dall’inizio della rivolta: nel primo, il 28 dicembre, convinto di poter reprimere la rivolta, parla di disordini incendiati da estremisti e da mani straniere (cosa che si sente dire spesso nel mondo arabo, e non solo, non appena succedono fatti che in qualche modo possono destabilizzare l’ordine interno), l’11 gennaio, nel secondo discorso, promette 300mila posti di lavoro, sperando che la calma ritorni nelle strade, e nell’ultimo discorso, quando ormai gli è chiara la natura della protesta, fa concessioni sul piano politico: promette di non ricandidarsi alle prossime elezioni, e promette la libertà di stampa, riaprendo siti internet. Ma il verdetto del popolo tunisino arriva inesorabile: troppo poco, troppo tardi. Ben Ali è costretto a darsi alla fuga a Jeddah (non prima di essersi preso una tonnellata e mezza d’oro).

Il governo  di unità nazionale

Dopo la fuga del presidente, suoi uomini della polizia giravano per le città con macchine irriconoscibili, sparando e freddando i civili, col chiaro tentativo di creare caos. I tunisini hanno organizzato comitati di difesa, costruendo barricate, armandosi di tutto ciò che riuscivano a trovare e ponendosi a difesa dei propri quartieri, riuscendo a respingere in molti casi la polizia, addirittura garantendo i rifornimenti di cibo in molti casi. Si sono verificati atti di solidarietà tra soldati e sottufficiali dell’esercito con i manifestanti. Di fronte a questi eventi, contro le azioni della polizia sono arrivate le parole ipocrite di Ghannouchi il nuovo (e temporaneo) primo ministro: “Verrà il giorno in cui si farà luce su chi si cela dietro tutto questo”. Peccato che, di fronte alle proteste di piazza, il nuovo governo di “unità nazionale” che comprende vecchi sodali di Ben Ali, abbia proseguito con la repressione poliziesca. Chiaro lo scopo di questo governo di unità nazionale che vede la partecipazione di membri del vecchio partito Rcd (Rassemblement costitutionel democratique) e dell’opposizione “legale” e civile (registi, un blogger che era stato arrestato…): da una parte mantenere una continuità con il vecchio regime (vanno a esponenti del Rcd, ministeri chiave: interni, esteri, difesa e finanza), evitando che il potere si trasferisca per le strade; dall’altra fare quest’operazione legittimandola davanti agli occhi delle masse, di qui l’entrata nel governo di tre membri dell’Union Générale de travailleurs tunisiens (Ugtt), il sindacato tunisino.

Evidente è la necessità da parte della classe dominante di controllare in qualche modo la classe operaia, parte attiva nella rivolta. Operazione non riuscita considerato che le proteste continuano a tutt’oggi: in cui la parola d’ordine sono la fine del Rcd e la caduta del nuovo governo. Già a poche ore dalla proclamazione del governo, la pressione delle masse ha spinto i membri dell’Ugtt, che ne facevano parte, a rassegnare le proprie dimissioni, dichiarando: “Mai con l’Rcd!”.

L’ipocrisia dell’imperialismo

Ciò che si è verificato in Tunisia non è una manifestazione passeggera di frustrazione ma la logica conseguenza di una formula insostenibile per creare un clima politico apparentemente stabile. Una formula che è stata lodata da molti politici occidentali come “miracolo tunisino”. Dagli anni 90, per il Fmi, la Banca Mondiale e gli Usa la Tunisia è il modello per le riforme nel Nord Africa: nel 2008 la BM affermava che la Tunisia “fosse il miglior paese attuatore di riforme della regione”. Tutto ciò ha fatto della Tunisia un paradiso per gli investimenti privati nel turismo e nei servizi, oltre che un’ottima regione dove delocalizzare le proprie industrie per sfruttare manodopera a basso costo. Per rendere l’industria tunisina competitiva sono state attuate politiche che hanno imposto salari da fame ai lavoratori che non permettono un standard di vita decente (si consideri che in Tunisia il minimo salariale è di 250 dinari, ossia 130 euro al mese). A ciò si aggiunga che circa l’80% delle esportazioni tunisine sono dirette verso la Comunità Europea, e hanno subito una forte battuta d’arresto nell’ultimo periodo a causa della crisi economica che ha colpito duramente i paesi occidentali.

Comprensibile, dunque, l’atteggiamento ipocrita del mondo occidentale di fronte alla dura repressione delle proteste e in generale al modo di gestione del potere in Tunisia. Sappiamo bene che le potenze occidentali sono sempre pronte a gridare allo scandalo quando chi viola i diritti umani pone ostacoli ai loro profitti (ad esempio l’Iran), salvo poi bendarsi gli occhi quando la stessa cosa viene fatta da chi gonfia i loro portafogli. Non è un caso quindi che durante le rivolte siano arrivate solo blande condanne di fronte al numero crescente dei morti da parte delle potenze occidentali.

È stato abbastanza ridicolo sentire i tentennamenti e le dichiarazioni di Stefania Craxi sul diritto del popolo tunisino a decidere del proprio destino (considerato che il padre con i servizi segreti italiani di fatto ha organizzato il golpe di Ben Ali) e prima quelle di Frattini che, non smentendo se stesso, si è schierato totalmente a favore di Ben Ali, che lotterebbe contro il terrorismo islamico(!!!).

Qualcuno avrebbe dovuto informare il ministro che in Tunisia il fondamentalismo è un fenomeno irrilevante, a maggior ragione in questa lotta di popolo. Anzi il partito di matrice islamica An-Nahdah, illegale sotto Ben Ali, non ha di fatto partecipato alla rivoluzione, cercando solo ora di guadagnare consenso all’interno del movimento.

Costruire un’alternativa di potere

La rivoluzione in Tunisia è senz’altro un punto di svolta nella storia del mondo arabo, ad essa guardano tutti i popoli sfruttati della regione: ci sono state proteste in Giordania, a partire dal 14 gennaio, nello Yemen, in Algeria e in Egitto (su cui scriviamo in questa pagina).

Ora per il popolo tunisino arriva la sfida più difficile: non permettere a nessuno di rubargli la rivoluzione che con tanto coraggio hanno portato avanti e di arrivare fino in fondo. Nessun governo con personaggi più o meno invischiati col vecchio regime può rappresentare le aspirazioni più genuine delle masse: la dittatura di Ben Ali, come il governo attuale, sono un prodotto del capitalismo e nel capitalismo non ci sarà mai soluzione ai problemi delle masse tunisine.

Oggi le masse tunisine hanno compreso la necessità di rovesciare il governo, il punto è con cosa sostituirlo. Sono proprio i comitati di quartiere, già creati in numerose città, che si devono coordinare a livello nazionale ed estendersi agli studenti e all’esercito perchè si costituisca un’assemblea costituente rivoluzionaria. Per arrivare a ciò e confiscare i beni della famiglia Ben Ali, nonchè processare i responsabili della repressione, è necessario che l’Ugtt metta in campo tutta la forza del movimento operaio e proclami uno sciopero generale.

Queste rivendicazioni sono condivise in parte o in toto da diverse sezioni locali dell’Ugtt, che stanno promuovendo scioperi regionali, riflettendo la pressione dal basso. Un altro segnale della radicalizzazione crescente è la creazione del Fronte 14 gennaio per opera del Partito dei lavoratori comunisti tunisini (Pcot), del Partito laburista democratico e di altri partiti e tendenze di sinistra o che si rifanno a Nasser. Nella sua prima dichiarazione il Fronte invita “tutti i comitati e tutte le forme di autorganizzazione popolare ad ampliare la loro sfera di intervento a tutta la sfera degli affari pubblici e ai vari aspetti della vita quotidiana”. Fondamentalmente è un appello ai comitati di quartiere a prendere il potere e a diventare veri e propri soviet.

È questa la strada da seguire!

I giovani e i lavoratori tunisini devono continuare la lotta e portarla fino in fondo: non ci sarà mai libertà sotto il capitalismo, l’unica strada per la vittoria è la rivoluzi

Joomla SEF URLs by Artio