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Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai;

egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione.

V.I. Lenin

Dovunque si getti lo sguardo, dal Nord Africa al Medio oriente, la situazione è totalmente incontrollabile. Regimi che sembravano immutabili stanno crollando come castelli di carta. Il vento della rivoluzione, partito dalla piccola Tunisia, ha travolto l’Egitto, un paese chiave nella regione e ha contagiato tutti i paesi del mondo arabo.

 

Questo processo ha colpito tutti per la sua simultaneità, una caratteristica data dalla diffusione delle nuove tecnologie e dei mass media, ma ha visto calcare la scena l’attore più classico delle rivoluzioni moderne, i lavoratori, che hanno usato i metodi più tradizionali, come lo sciopero e la protesta di massa.

 

Come scrive il quotidiano britannico The Guardian: “Mentre i media hanno raccontato come i nuovi strumenti di mobilitazione siano stati i social network come twitter e facebook, è stata la classe operaia vecchio stile che ha permesso ai movimenti pro-democrazia di fiorire”. (http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/feb/10/trade-unions-egypt-tunisia).

Allo stesso tempo, in paesi dove la sinistra è stata ridotta ai minimi termini da politiche di compromesso con i vari regimi o dove i partiti comunisti si sono letteralmente dissolti dopo il crollo del muro di Berlino, è del tutto naturale che lo spontaneismo sia l’elemento predominante delle mobilitazioni. Ne è il punto di forza, ma anche di debolezza, come vedremo in seguito.

È del tutto evidente come l’elemento scatenante delle manifestazioni a cui stiamo assistendo sia stata la crisi economica: negli ultimi anni i prezzi sono aumentati esponenzialmente. In Egitto ad esempio secondo la Fao i prezzi dei cinquanta generi alimentari di prima necessità sono aumentati del 48,1% negli ultimi sei mesi del 2010 . Per tutto un decennio i paesi del Nordafrica avevano potuto godere di una crescita economica considerevole, sempre l’Egitto aveva goduto di una crescita media del 5,5% del Pil tra il 2000 e il 2010. Ciò aveva solo rimandato lo scontro sociale che vediamo oggi all’interno di società in cui, mentre le diseguglianze crescevano, la repressione e la mancanza di ogni spazio democratico aumentavano.

La  rivoluzione parte in Tunisia...

Non è un caso, quindi, che il paese dove tutto è iniziato sia stato la Tunisia, dove il Clan Trabelsi, dal nome della moglie di Ben Ali, aveva accumulato immense fortune. C’è chi calcola che in un modo o nell’altro controllava circa il 40% del Prodotto interno lordo del paese.

Un episodio casuale, il suicidio di un giovane ambulante che si è dato fuoco per le continue vessazioni della polizia che se verificatosi in altre situazioni sarebbe stato velocemente dimenticato in una situazione potenzialmente esplosiva è stato l’elemento detonante dell’insurrezione. Il sopruso a uno è diventato il sopruso a tutti.

La mobilitazione nel paese del Maghreb è stata crescente, ha travolto tutto e tutti, e non si è affatto fermata dopo la caduta di Ben Ali, dovuta, vale la pena di ricordarlo, al contributo determinante dato dallo sciopero generale convocato proprio il 14 gennaio, giorno in cui il dittatore ha lasciato in fretta e furia il paese. Dalla sera stessa, la classe dominante ha complottato dietro le quinte affinchè, fuggito il dittatore, tutto potesse continuare come prima. In un primo momento hanno creato un governo di unità nazionale dove tutti i ministeri chiave erano in mano a uomini di Ben Ali, insieme ad alcuni uomini della sinistra moderata e ad altri esponenti della Ugtt, la centrale sindacale.

La carica rivoluzionaria delle masse tunisine è stata straordinaria e si è rivelata in più occasioni. Dopo solo 24 ore, l’Ugtt ha dovuto ritirare i suoi uomini dal governo. Successivamente la pressione delle masse ha costretto il primo ministro Ghannouchi a rimuovere tutti i ministri legati al Rcd (il partito di Ben Alì) e poi a sciogliere il partito stesso.

La rabbia delle masse si è poi rivolta verso i nuovi governatori delle regioni nominati da Ghannouchi, anch’essi legati mani e piedi al vecchio regime (19 su 24 erano membri dell’Rcd). Uno dopo l’altro hanno dovuto rinunciare alla carica, di fronte a manifestazioni di massa convocate per lo più dalle federazioni dell’Ugtt locale, che spesso disobbedivano alla direzione nazionale.

In queste ultime settimane gli scioperi selvaggi, le occupazioni e la rimozione fisica dei direttori degli stabilimenti statali o di proprietà della famiglia di Ben Alì sono stati pratica quotidiana.

La rivoluzione era iniziata avendo al centro una serie di rivendicazioni democratiche, ma ad esse si sono affiancate da subito le richieste di miglioramenti sociali ed economici.

I giovani e i lavoratori che avevano deposto il dittatore contando solo sulle proprie forze hanno visto che non solo gli uomini, ma anche i simboli e il potere economico del vecchio regime non erano stai nemmeno scalfiti dal nuovo governo che mostrava sempre più arroganza, tanto da proibire il 20 febbraio ogni assembramento. Ma era proprio in quel giorno che cominciava una nuova ondata di manifestazioni che riconsegnavano il centro di Tunisi in mano ai manifestanti. Le rivendicazioni erano chiare: una rottura chiara con il vecchio regime, le dimissioni del governo e la convocazione di un assemblea costituente. I cortei e le mobilitazioni non si sono fermate, nemmeno davanti ai cinque morti provocati venerdì 25 dalla repressione delle forze dell’ordine, costringendo domenica 27 febbraio Ghannouchi alla rinuncia.

La situazione in Tunisia rimane instabile ed è ben lungi dall’essere sotto il controllo della classe dominante. Allo stesso tempo le masse hanno ben chiaro cosa non vogliono ma non hanno affatto chiaro cosa vogliono. Le forze della sinistra si stanno riorganizzando ma non hanno la forza e la chiarezza sufficiente per conquistare l’egemonia del movimento. La direzione dell’Ugtt ha sostanzialmente appoggiato il governo Ghannouchi, dopo averne preso in un primo momento le distanze. Il Fronte 14 gennaio, che raggruppa una serie di formazioni di sinistra e nazionaliste, tra cui la maggiore è il Partito comunista dei lavoratori tunisino, ha un programma avanzato, che include l’esproprio delle proprietà e dei beni dei rappresentanti del vecchio regime. Nonostante abbia portato in piazza il 12 febbraio circa 8mila persone ad assistere ad un suo comizio, sembra sia stato colto di sorpresa dalla seconda ondata della rivoluzione. “La realtà si muove molto più in fretta di noi” ha commentato uno dei leader del fronte a un giornalista di Al jazeera.

Il grande vuoto politico esistente sembra essere confermato da un sondaggio del 24 febbraio scorso, che indicava che l’83% degli intervistati non ripone la sua fiducia in nessuno dei partiti esistenti.

A conferma del profilo dimesso degli islamici nelle rivoluzioni in atto, il partito religioso Ennahda godrebbe solo del 3,1% dei consensi. Nonostante questo il nuovo governo di Tunisi non ha mancato di renderlo subito legale. La borghesia sa che gli islamici non rappresentano affatto un pericolo per il sistema, anzi quando necessario hanno sempre fornito un valido aiuto per puntellarlo in tutto il mondo arabo.

…e prosegue in Egitto

La rivoluzione ha confermato tutta la sua forza ed ha anzi trovato nuovo slancio in Egitto. Qui le masse hanno trovato maggiore resistenza in Hosni Mubarak e il suo regime. Da una parte la borghesia in Egitto poteva contare su una base molto più solida che in Tunisia e dall’altra l’imperialismo e soprattutto gli altri regimi arabi (con l’Arabia saudita in prima fila) hanno cercato di sostenere il Raìs fino all’ultimo, temendo un effetto domino che però è inevitabilmente avvenuto.

Mubarak ha cercato di scatenare la reazione, facendo appello agli uomini a lui rimasti fedeli ed alle forze più arretrate della società, sottoproletariato e classi medie, lanciate all’attacco a dorso di cammelli e dromedari (ma bene armate) in piazza Tahrir, ma ne è uscito sconfitto. Ad ogni sferzata della controrivoluzione, le forze rivoluzionarie opponevano una reazione sempre maggiore, fino all’entrata in campo della classe operaia, con i suoi battaglioni pesanti dei lavoratori del canale di Suez, che minacciavano col loro sciopero di bloccare ogni transito in questa rotta decisiva per i commerci da e per l’Europa e che ha risolto lo scontro.

La resistenza delle masse è stata eroica ed ha prodotto quel fenomeno che solo nelle rivoluzioni è possibile vedere: la spaccatura nelle Forze armate, con una parte che passa dalla parte dei rivoltosi. Noi marxisti crediamo che l’esercito e le forze di polizia non siano altro che “corpi di uomini armati” a difesa della classe dominante, ma proprio perché sono composti da uomini che provengono da tutte le classi sociali, gli strati più bassi sono permeabili alle istanze di un movimento che dimostri di volere andare fino in fondo e delinei un’alternativa concreta e possibile. Questa dialettica nelle forze armate è una cartina di tornasole di tutte le situazioni rivoluzionarie.

In tutte le fasi chiave della rivoluzione tra il 25 gennaio e l’11 febbraio l’esercito è stato inutilizzabile non solo per Mubarak ma anche per i suoi stessi vertici. Infatti non è corretto affermare che l’esercito ha fatto un colpo di stato e deposto Mubarak. Le forze armate in realtà sono state costrette a riempire il vuoto di potere dopo che le masse avevano fatto fuggire il Raìs. Questa spiegazione fa comprendere meglio la situazione che si è sviluppata dall’11 febbraio in poi: gli scioperi, determinanti nel dare la spallate finale al regime, si sono rafforzati e  si sono estesi praticamente a tutte le categorie. La giunta militare ha cercato più volte di farli cessare, con “inviti” che si sono fatti sempre più pressanti, fino alla repressione aperta da parte di alcuni battaglioni dell’esercito nella giornata del 25 febbraio in Piazza Tahrir. Il comando delle Forze armate ha in seguito dovuto chiedere scusa per la violenza usata nei confronti dei manifestanti, assicurando che simili atti non si sarebbero più ripetuti.

Anche in Egitto lo sviluppo delle organizzazioni politiche delle masse è molto più indietro rispetto alla radicalizzazione dimostrata in queste straordinarie settimane. Il 26 febbraio è stato annunciata la formazione di un nuovo partito di sinistra, che dovrebbe essere alternativo a Tagammu, il partito di sinistra esistente sotto Mubarak e più volte accusato di collaborare con il regime.

Sempre in Egitto il ruolo dei partiti islamici è stato del tutto secondario. I Fratelli musulmani sono  stati colti di sorpresa dalla rivoluzione del 25 gennaio e vi si sono accodati in seguito.  Nelle fasi terminali del regime, si sono resi disponibili alla trattativa con il regime a nome del movimento. C’è chi accredita loro un ruolo da protagonista nel panorama politico del nuovo Egitto, ricordiamoci tuttavia che il 20% dei parlamentari conseguito nel 2005 è stato ottenuto con un affluenza alle urne inferiore al 25%. Nei cinque anni successivi, ha sostanzialmente avallato con il suo voto le decisioni del governo.

Tremano i governi e i dittatori

Dopo la caduta di Mubarak, la rivoluzione ha ottenuto ancora più vigore, contagiando tutti i paesi del mondo arabo. Ancora una volta è esplosa uno fra i paesi, la Libia, che sembrava meno a rischio, visto il pugno di ferro con cui Gheddafi la governa da oltre quarant’anni. Tremano i governi e i monarchi di Yemen, Giordania, Bahrein, Iraq, e la lista potrebbe essere molto più lunga. Uno dei regimi più reazionari della regione, l’Arabia saudita, scricchiola sotto i colpi delle mobilitazioni, mentre la Palestina potrebbe essere la prossima ad essere coinvolta. Le manifestazioni a favore della rivoluzione egiziana sono state duramente represse sia dall’Anp che da Hamas: una nuova intifada potrebbe significare che i giorni sono ormai contati per chi governa in Cisgiordania e a Gaza.

Ma questo vento di rivolta porterà vero cambiamento  o alla fine l’imperialismo americano (ed europeo) ne approfitterà per accrescere ancora di più il proprio potere?

Gli Usa e l’Ue si sono relazionati con queste rivoluzioni dapprima con sorpresa, poi con terrore. In Egitto l’amministrazione Obama è stata totalmente in balia degli eventi, prima compatta a sostenere Mubarak per la “transizione ordinata”, poi costretta a subire la sua dipartita senza avere un’alternativa ed esprimendo un sorriso tirato di circostanza.

Oggi l’imperialismo Usa, comprendendo che non può più impedire che i vecchi regimi, da sempre appoggiati, siano rovesciati, cerca di trarre vantaggio da questi processi, cercando di governare appunto la transizione.

Riguardo alla Libia, Gheddafi si è a lungo scontrato con Washington e solo recentemente le due parti avevano trovato una reciproca convivenza. Sulla natura del regime libico non ci dilunghiamo in questa sede, la questione è già affrontata in un articolo a pagina 12. É evidente il tentativo da parte dell’imperialismo di approfittare della debolezza del regime di Gheddafi per mettere un piede in una regione in rivolta ed anche per garantirsi un accesso sicuro alle riserve energetiche del paese. Da ciò a pensare che la rivolta della Cirenaica sia stata in qualche modo progettata a tavolino dalla  Cia o dalla Nato, ce ne passa. L’aspetto più inquietante di questo ragionamento dietrologico che trova tanti seguaci anche a sinistra è la sottovalutazione dell’azione delle masse. Per questi “esperti della geopolitica” le classi oppresse non hanno alcun ruolo indipendente, devono sempre essere delle marionette manovrate da burattinai dall’intelligenza mefistofelica. Per tali intellettuali “marxisti” la famosa frase del padre del socialismo scientifico secondo cui la lotta di classe è la forza motrice della storia, è un discorso sepolto da tempo.

È evidente che esiste il pericolo di un intervento imperialista in Libia, come in altri paesi della regione. I comunisti si devono schierare risolutamente contro un’ipotesi di questi genere, mobilitandosi da subito in Italia e in Europa. Ma non sarà schierandosi dalla parte di dittatori che in gioventù sono stati progressisti che si potrà contrastare i piani degli Usa o dell’Unione europea. La liberazione di questi popoli può venire solo dai popoli stessi ed è la loro rivolta che dobbiamo appoggiare, fornendo dalla nostra parte del Mediterraneo una sponda di classe e rivoluzionaria alle loro mobilitazioni. Tanto più che fra i ribelli della Cirenaica si è aperta una spaccatura, con una parte degli insorti che hanno detto chiaramente di essere contrari a qualunque presenza di soldati stranieri nel paese e all’imposizione di una no-fly zone.

La rivoluzione araba, vista la mancanza di un’alternativa rivoluzionaria credibile, avrà un carattere prolungato ed attraverserà periodi di grandi avanzate ed euforia, seguiti da momenti di riflusso e disillusione. Nel primo periodo illusioni democratiche saranno inevitabili: tutti questi paesi escono da lunghi periodi di dittatura e il desiderio di libertà è enorme. Tuttavia, ben presto le masse si accorgeranno di tutti i limiti della democrazia borghese, e soprattutto del fatto che il sistema capitalista su cui si basa questa democrazia non può garantire alcun miglioramento delle loro condizioni sociali.

In Egitto, i militari hanno assicurato che rispetteranno tutti i trattati internazionali stipulati in precedenza, rassicurando così sia gli Usa che Israele. Il nuovo ministro delle Finanze, ha affermato che non ci saranno cambiamenti nella politica economica portata avanti dal suo ministero. “La priorità è quella di rispondere ai bisogni della popolazione. La seconda priorità – continua il ministro – è onorare gli impegni presi nei confronti delle istituzioni internazionali, come la banca mondiale e l’Fmi.” (Almasry Al Youm, edizione inglese, 13 febbraio). Queste due priorità inevitabilmente si scontreranno, e ciò avverrà molto prima di quello che molti pensano.

La rinascita araba porta al suo interno un desiderio di unità e di panarabismo del tutto giustificato. La riscoperta delle idee di Nasser (il colonnello che attraverso un colpo di stato progressista liberò nel 1952 l’Egitto dal colonialismo) avverrà tuttavia su un piano più alto. Negli anni cinquanta e sessanta i fautori dell’unità panaraba potevano concedersi di introdurre riforme molto radicali senza tuttavia rompere con il capitalismo. Oggi tutto ciò non è più possibile: l’economia di libero mercato ha esaurito i suoi margini di manovra nei paesi capitalisti avanzati, figurarsi nel Sud del mondo.

Il capitalismo non potrà imporre in questi paesi una nuova stabilità. I governi si succederanno e una crisi seguirà all’altra.

Attraverso esperienze a volte amare, altre volte esaltanti, i lavoratori e i giovani egiziani, tunisini e degli altri paesi capiranno che l’unica via d’uscita non passa solo attraverso la cacciata di un tiranno o di un dittatore, ma con la messa in discussione di un intero sistema economico e la riscoperta delle idee del vero socialismo.

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