La sinistra, l’Onu e la Palestina - Falcemartello

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Perché ci opponiamo alla missione libanese


La missione Onu in Libano, come si è visto in queste settimane, ha trovato un sostegno quasi unanime nella sinistra italiana. Anzi, quanto più ci si sposta a sinistra nell’arco parlamentare, tanto più cresce l’entusiasmo per il ritorno in campo di questa istituzione, uscita assai ammaccata dalle vicende irachene. Si saluta con entusiasmo la “fine dell’unilateralismo Usa”, spingendosi persino a proporre che la missione Onu venga estesa in Palestina come strumento per porre fine all’occupazione israeliana e creare, finalmente, uno Stato palestinese.

Tutto questo entusiasmo si appoggia sul nulla. Basta togliersi le fette di prosciutto dagli occhi per capirlo. Cominciamo dal Libano. La tregua attuale è stata il frutto dello scacco subito da Israele nella sua invasione. Solo questo ha indotto il governo di Tel Aviv ad accettare una missione di questo genere ai propri confini, cosa alla quale in passato erano sempre stati contrari.

Ora (7 settembre) gli israeliani dicono che toglieranno il blocco aeronavale sul Libano a condizione che il loro posto venga preso dalle forze europee che già pattugliano le coste. Questo significa che la marina italiana, francese e tedesca dovrebbero intercettare eventuali carichi d’armi diretti in Libano. C’è poi la questione del confine siriano. La Siria non accetta che le forze Onu si schierino ai suoi confini; dall’altra parte Israele dirà (con qualche fondamento) che attraverso quel confine passano i rifornimenti di armi per l’Hezbollah, e che deve essere controllato strettamente. Se l’Onu non lo farà, come è probabile, ricominceranno inevitabilmente a farlo gli israeliani stessi con raid aerei e missilistici.

Per non parlare poi del problema del disarmo vero e proprio dell’Hezbollah, un obiettivo fissato dalla risoluzione 1701 che se venisse effettivamente perseguito trasformerebbe rapidamente le forze Onu in un nemico diretto non solo della milizia, ma della stragrande maggioranza della popolazione.

Pertanto due sono i possibili sbocchi di questa missione: o restare a guardare impotente, come già accade dal 1978, il fuoco che si incrocia sopra la sua testa; oppure trasformarsi rapidamente in una parte belligerante e in una forza di occupazione che si assumerebbe il lavoro sporco che Israele non è riuscita a compiere con questa guerra. Cosa ci sia di progressista, di positivo e di nuovo in tutto questo rimane un mistero inspiegato.

Nel Prc non solo la maggioranza, ma anche le aree di semiopposizione (Ernesto e Sinistra critica) non hanno fatto alcuna opposizione alla missione, aggiungendo anzi che la vera svolta arriverebbe se una missione analoga a quella libanese venisse schierata nei territori palestinesi per garantire la pace. Claudio Grassi, leader dell’Ernesto: “Non sono aprioristicamente contrario alla missione, ma non condivido l’entusiasmo manifestato in alcuni settori della maggioranza. Se servirà a consolidare la pace e risolvere la questione palestinese, ben venga. Se invece si accettano i diktat statunitensi e israeliani, allora dico No.”

Salvatore Cannavò di Sinistra critica: “Il nostro partito ha sempre dichiarato che una missione Onu in Medioriente sarebbe stata possibile a partire dal dispiegamento di truppe a Gaza e in Cisgiordania a garanzia della sicurezza di Israele ma soprattutto a favore della creazione dello Stato palestinese. (…) L’Italia dovrebbe quindi farsi promotrice di una vera conferenza di pace, con tutte le parti interessate, in grado di trovare un accordo complessivo per poi stabilire una presenza internazionale a garanzia di quell’accordo.”

Sembra incredibile che dei militanti che partecipano da decenni alle battaglie in solidarietà col popolo palestinese e contro la guerra possano sottoscrivere posizioni del genere. Il compagno Cannavò non pare neppure sfiorato dal dubbio che se in sessant’anni di guerre, attentati, manovre diplomatiche, conferenze internazionali non è mai emersa una soluzione per la questione palestinese ci deve essere un qualche motivo. Che per riunire “tutte le parti interessate” non è sufficiente la convocazione di Cannavò (e neppure di Prodi o D’Alema, se è per questo).

L’idea che lo Stato palestinese possa nascere per iniziativa delle grandi potenze (perché è chiaro che l’Onu è una sigla, ma le forze militari e la pressione economica e diplomatica potrebbe venire solo dagli Usa, la Gran Bretagna, la Francia, ecc.) non è che uno scherzo di cattivo gusto.


La situazione in Palestina


Dal 25 giugno, inizio del blocco, a Gaza sono stati uccisi 251 palestinesi, la metà donne e bambini. I valichi sono tutti bloccati, a Rafah 5mila famiglie sono bloccate da oltre due mesi sul lato egiziano del valico, in attesa di rientrare; 15mila invece sono quelle che attendono di uscire. C’è chi muore nell’attesa.

Gaza è un corpo che muore di asfissia. “Gaza City è più povera e affamata che mai. Non ci sono commerci, la pesca è proibita, e la possibilità di andare a lavorare in Israele è fuori questione. L’elettricità è finita. L’esercito israeliano ha bombardato l’unica stazione funzionante. L’acqua si trova a fatica. E la mancanza di energia non fa altro che peggiorare la situazione idrica. Un persistente odore di rifiuti si diffonde su interi quartieri della città. A causa dell’embargo gli stipendi non sono pagati da mesi.” (La Repubblica, 5 settembre). Le scuole non hanno riaperto perché gli insegnanti sono senza stipendio.

Nel frattempo il governo di Olmert, messo sotto accusa dai partiti di destra per il fiasco libanese, tenta di rilanciarsi come uomo forte e approva la costruzione di quasi 800 nuove unità abitative per i coloni nella Cisgiordania occupata.

I compagni che propongono una missione Onu in Palestina dovrebbero rispondere a qualche semplice domanda: quali compiti avrebbe questa missione? Dovrebbe forse costringere con la forza Israele a rimuovere il blocco a Gaza, ad abbattere il muro, a restituire i terrori di cui si è impossessata? E perché mai gli Usa e l’Europa dovrebbero essere interessati a condurre una guerra contro Israele (perché di questo si tratterebbe) per dare uno Stato ai palestinesi? Come si vede, non appena si esce dalle chiacchiere da salotto e si guarda alla situazione reale sul campo appare come tutto questo non siano altro che parole al vento, dette per salvarsi la coscienza e giustificare la propria accettazione della missione in Libano. Per l’informazione dei lettori (e dei compagni citati) ricordiamo che l’Onu mantiene dal 1948 la missione Untso, con quartier generale a Gerusalemme che fu mandata in questa regione “per la supervisione della tregua” tra israeliani e palestinesi nel 1948. Doveva far rispettare la risoluzione 181 delle Nazioni unite che prevedeva la “creazione degli Stati arabo ed ebraico entro e non oltre il 1 ottobre 1948”. I palestinesi ancora aspettano, mentre l’Onu spende 30 milioni di dollari l’anno per il mantenimento di una delle sue missioni più longeve.

Invece di pontificare sulla Palestina, i compagni dell’Ernesto e di Sinistra critica avrebbero fatto bene a partecipare ai lavori delle commissioni parlamentari nelle quali sono inseriti opponendosi alla posizione del governo e difendendo una politica internazionalista. Purtroppo i compagni Giannini e Cannavò hanno ritenuto di non dover disturbare il manovratore accettando di farsi sostituire nel dibattito da rappresentanti della maggioranza del Prc. Questa capitolazione dimostra fino a che punto certi “ribelli” e certe “ribellioni” debbano essere presi sul serio…


Per una soluzione rivoluzionaria


I palestinesi sono stati ingannati per oltre un decennio col cosiddetto “processo di pace” al termine del quale non hanno conquistato un solo metro quadrato di terra che possano dire loro. La sinistra che ha inneggiato agli accordi di Oslo, di Madrid, che ha invocato la “road map”, che ha accreditato Sharon come uomo di pace quando decise il ritiro da Gaza, è stata complice, volontaria o meno conta poco, di questo inganno. Un eventuale intervento Onu non sarebbe che un nuovo capitolo di questo inganno.

La questione palestinese può essere risolta solo per via rivoluzionaria. Questa è la lezione di decenni di guerre e sofferenze, e in particolare degli ultimi 15 anni. In Medio oriente e in Palestina i popoli possono convivere pacificamente, nonostante l’eredità amara di decenni di guerre. Ma questo non può avvenire costruendo tante piccole patrie che soffocano entro confini angusti, artificiali e perennemente controversi, magari guardati a vista dalle “polizie internazionali”. L’unica base possibile è che ogni popolo abbia una terra sulla quale potersi autogovernare e sentirsi sicuro, da un lato, e dall’altro che questi Stati collaborino sul terreno economico, mettendo a disposizione le risorse esistenti per un piano di sviluppo economico dell’intera area, che permetta di creare condizioni di vita degne per tutti.

La strada verso questo obiettivo passa attraverso il rovesciamento delle classi dominanti dell’intera regione e la lotta contro l’intromissione economica, militare e diplomatica dell’imperialismo, sia quello targato Usa che quello targato Onu. Solo rovesciando la borghesia israeliana e i regimi arabi i lavoratori e i contadini potranno fare un vero passo avanti verso una pace giusta, cioè verso una federazione socialista mediorientale.

7 settembre 2006