Ocalan - Falcemartello

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Asilo politico per Ocalan
solidarietà con il popolo curdo

L’arresto il 12 novembre scorso Abdullah Ocalan leader del Partito dei lavoratori curdi (Pkk) ha aperto una crisi internazionale che mentre scriviamo non è ancora risolta.

Innanzitutto vediamo quali sono le ragioni di Ocalan e del Pkk, in seguito le ragioni della crisi.

I curdi sono una popolazione di circa venticinque milioni, con una lingua e cultura proprie, e sono divisi prevalentemente in cinque stati: in Turchia sono dieci milioni, in Iraq sette milioni, in Iran sei milioni, in Armenia circa 850mila e in Siria circa 350mila.

La regione del Kurdistan è strategica dal punto di vista economico: è ricca di petrolio ed è attraversata da oleodotti e gasdotti. Trasformare il Kur-distan in uno stato indipendente, alterando gli attuali confini, significa destabilizzare tutti i paesi della zona, in particolare della Turchia, e minacciare gli equilibri decisi dalle potenze dominanti.

Ognuno dei succitati paesi opprime la minoranza curda e in diverse occasioni le minoranze sono state usate nei conflitti fra Stati. In ognuno di questi paesi esiste un partito dei curdi che però difende gli interessi della borghesia curda, come il Kdp (partito democratico curdo) di Massoud Barzani o l’Udk (unione democratica curda) di Talabani. Questi partiti hanno sempre fatto accordi con la potenza vicina e con l’imperialismo per difendere se stessi a scapito della popolazione che ha continuato a subire l’oppressione della sua borghesia, quella dello stato in cui si trova e quella dell’imperialismo occidentale che domina la zona.

Fra il 1978 e il 1979 si è formato nel Kurdistan turco il Pkk che nella sua propaganda diceva di ispirarsi al marxismo, rivendicava il diritto del popolo curdo ad avere un suo stato e parlava di socialismo. Negli anni immediatamente successivi il Pkk non è stato attivo, a causa della violenta repressione in Turchia e del colpo di stato che è seguito nel 1980.

Nasce la guerriglia

A partire dal 1984, il Pkk guadagna un appoggio di massa, decine di migliaia di curdi entarano a far parte della guerriglia del partito. Essi vedono per la prima volta un punto di riferimento attraverso il quale ribellarsi e raggiungere la liberazione di tutto il popolo curdo.

La realtà è che nonostante la fraseologia marxista, il Pkk di Ocalan sviluppa una concezione nazionalista della liberazione del popolo curdo. Una concezione che li porta ad azioni militari contro la popolazione turca, come risposta alla violenta repressione militare dello stato contro i curdi, come dimostra questa intervista rilasciata da Ocalan al quotidiano turco Cumhuryet il 7 dicembre 1991: "Scorrerà altro sangue... daremo l’ordine di entrare nel Kapalicarsi (un centro commerciale) e di aprire il fuoco selvaggiamente.(...) Che vantaggio avrebbe la Turchia da una guerra con i curdi che, al confronto, farebbe impallidire quella serbo-croata? Sangue per sangue, occhio per occhio, noi pensiamo che questo sia un approccio primitivo. Invece di questa strada, noi dovremmo tentare di trovare mezzi più civili, bisogna essere coraggiosi."

Questo tipo di dichiarazioni creano un terreno estremamente fertile per lo stato turco che fomenta l’odio della popolazione turca nei confronti dei curdi e del Pkk. Anche i settori di popolazione turca più oppressi dallo Stato vengono spinti a fare quadrato attorno alle istituzioni per difendersi dai cosiddetti "terroristi curdi".

Nel corso degli anni ’80 il Pkk ha avuto un crescendo di appoggio fra i curdi e tuttora è la formazione politica maggioritaria, come dimostrano le manifestazioni di massa delle scorse settimane. Dall’inizio degli anni ’90, però, è iniziata una crisi di strategia, dovuta sicuramente anche al crollo dei paesi stalinisti; la guerriglia come mezzo per raggiungere l’indipendenza è entrata in un vicolo cieco e il Pkk ha iniziato a parlare di autonomia, o stato federato, o comunque, di integrazione nello stato turco.

Limiti del nazionalismo

Il fatto che il Pkk debba fare appello alle potenze europee dimostra che la sua linea strettamente nazionalista è entrata in forti difficoltà. Questa crisi potrebbe essere un fatto positivo se portasse nelle file del Pkk all’emergere di una posizione internazionalista, che vedesse la sacrosanta lotta di liberazione dei curdi come un anello nella lotta per unire tutti i popoli del medio oriente. Oggi i curdi sono oppressi da un’intera gerarchia di sfruttatori, che comincia con la stessa borghesia curda, passa per tutti i regimi della regione e finisce con le potenze imperialiste. La lotta per la liberazione può avere successo solo se saprà opporre a questa complessa rete di sfruttamento una strategia internazionalista che consideri la lotta per l’autodeteminazione come un anello nella lotta per unire tutti i popoli della regione in una federazione di stati socialisti, libera dalla presenza opprimente dell’imperialismo e dai regimi oppressivi.

Ma c’è anche il rischio che questa crisi porti invece il Pkk a sviluppare illusioni nell’intervento delle "democrazie" occidentali come mezzo per risolvere il loro problema; in questo casi i curdi e il Pkk non diventerebbero altro che pedine di scambio sullo scacchiere diplomatico delle grandi potenze, con la inevitabile conseguenza di un inasprimento ulteriore delle divisioni nazionalistiche.

Nonostante nessuno abbia il coraggio di negare che i curdi vengano oppressi selvaggiamente, tutte le potenze fanno affari d’oro con la Turchia: la Germania e l’Italia sono i primi esportatori nella zona. Come i giornali hanno avuto modo di spiegare negli ultimi giorni di fronte al boicottaggio della Turchia, ci sono in ballo 7mila miliardi di lire. Non solo, le nostre industrie sfruttano circa 15mila lavoratori e la Turchia è ben contenta di garantire ai capitalisti esteri l’assenza di diritti sindacali, di misure di sicurezza e di altri lacci e lacciuoli.

Il movimento operaio italiano ed europeo ha innanzitutto il dovere di lottare per l’asilo politico a Ocalan. Al tempo stesso, proprio mobilitandoci per questo elementare compito di solidarietà internazionalista, dobbiamo saper aiutare il movimento di liberazione curdo a trovare una via d’uscita dal vicolo cieco del nazionalismo e dalle trappole che la diplomazia imperialista non mancherà di tendergli nel prossimo periodo.