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Quella che si sta combattendo per le strade del Cairo è una battaglia che ha un'importanza decisiva non solo per la rivoluzione in Egitto, ma per tutto il mondo arabo. Il movimento insurrezionale iniziato il 25 gennaio, chiaramente ispirato dalla rivoluzione tunisina, ha travolto ogni schema e reso possibile quello che fino ad ora sembrava impossibile, la fine di una dittatura come quella di Mubarak che è in sella, aiutato e finanziato dall'imperialismo americano, da tre decenni.

Un'esplosione rivoluzionaria che era stata anticipata da una serie di scioperi nel settore tessile, tra cui quello vittorioso di Mahalla, tra i più importanti degli ultimi decenni, che avevano cominciato a produrre le prime forme di organizzazione indipendente del proletariato, riunitesi una settimana fa nella Federazione egiziana per i sindacati indipendenti.

Questo movimento ha rappresentato fin dall'inizio qualcosa di diverso e ad un livello più alto dei precedenti, in quanto ha coinvolto milioni di persone che per la prima volta sono entrate nella scena politica. Un movimento quindi per forza spontaneo, che ha fatto proprio di questa spontaneità, insieme ad un'enorme carica  rivoluzionaria la sua forza principale.
Lo sciopero di martedì 1 febbraio, con relativi cortei, ha visto milioni di persone scendere in piazza. Più di un milione erano a Piazza Tahrir al Cairo, diventato il luogo simbolo della rivoluzione, trecentomila a Suez, 250mila a Mahalla, mezzo milione ad Alessandria d'Egitto. Si calcola che forse quattro milioni di persone abbiano partecipato a quello strordinario giorno di protesta. Il vecchio potere statale stava crollando sotto la pressione delle masse. L'odiata polizia, responsabile di oltre 300 morti tra i giorni di venerdì e sabato, sembrava scomparsa dalle strade.
L'esercito stava a guardare, i soldati di leva e i sottufficiali simpatizzavano apertamente con le masse. Il popolo in rivolta era padrone delle strade del Cairo. Obama, preoccupato per la piega che stavano prendendo gli avvenimenti, ha telefonato quella sera stessa a Mubarak perchè concedesse qualcosa al movimento. Mubarak ha colto il suggerimento a modo suo, promettendo riforme costituzionali, ma ribadendo che non se ne sarebbe andato prima di settembre, essendo sua intenzione guidare la transizione.
Queste concessioni di facciata non potevano certo soddisfare le masse che presidiavano le principali piazze del paese, ma sono state un richiamo per tutti quei settori fedeli al Presidente, per le classi medie che temono il cambiamento, per il sottoproletariato, a stringersi attorno al vecchio regime, pronto a resistere.
Il giorno seguente, mercoledì, si è svelata la vera strategia di Mubarak. L'attacco portato avanti dai suoi sostenitori era organizzato in maniera meticolosa. La parte più determinata di questi provocatori erano in realtà poliziotti che, svestiti dalle loro uniformi, facevano largo uso di lacrimogeni e di  manganelli in dotazione alle forze di polizia.

Il ruolo dell'esercito

 

Il ruolo dell'esercito nei fatti di mercoledì è stato piuttosto rivelatore. Le forze armate hanno lasciato entrare i sostenitori di Mubarak in piazza Tahrir e assistito immobili agli scontri fra le due opposte fazioni. Allo stesso tempo, i Capi di Stato maggiore in televisione invitavano la gente a lasciare la piazza. L'esercito ha quindi agito in aperta collusione con le forze controrivoluzionarie. Ciò può avere sconcertato molti fra i protestanti, che avevano considerato fino ad allora le forze armati dalla loro parte. Pare abbastanza chiaro che come succede in ogni rivoluzione, l'esercito sia piuttosto diviso.

La scritta sul carro armato dice: "La volontà del popolo egiziano è superiore a te, Mubarak

Da una parte ci sono gli alti ufficiali che hanno un interesse ben preciso a preservare lo status quo. Lo stato, in ultima analisi, è composto da corpi di uomini armati a difesa della classe dominante. Dall'altra abbiamo i soldati di leva che sono sensibili al movimento di massa ma che devono sottostare anche alla disciplina militare. E in mezzo molti ufficiali e sottufficiali che stanno a guardare, indecisi su quale schieramento sostenere. Si risolveranno a sostenere una delle parti in lotta a seconda della determinazione che ciascuno dei contendenti saprà mettere in campo.
La strategia dei generali dell'esercito (da cui proviene anche Mubarak) è quella di aspettare che si produca una situazione di caos insostenibile agli occhi dell'opinione pubblica, e poi intervenire per ristabilire l'ordine. La presenza delle forze armate nelle strade del Cairo si è fatta in queste ultime 48 ore sempre più minacciosa, e la notizia che ci giunge mente scriviamo è che è molto difficile entrare in piazza Tahrir senza passare attraverso i posti di blocco dei carrarmati.
Dopo i primi momenti di shock, i rivoluzionari si sono riorganizzati e hanno respinto più volte i provocatori, improvvisando catapulte che lanciavano centinaia di sassi, gettandosi in massa a mani nude contro i sostenitori di Mubarak. Quando un controrivoluzionario veniva catturato, veniva picchiato a sangue e trascinato per la piazza a mo' di esempio.
Questa è la violenza ed il caos  descritti con orrore dalle Tv e dai giornali di casa nostra. Ma cosa si potevano aspettare questi benpensanti? Quando uomini e donne disarmati sono assaliti da una teppaglia di rifiuti della società e sgherri del vecchio regime, il minimo che possano fare è difendersi. La rabbia che le masse hanno scatenato contro questi elementi è assolutamente giustificata da trent'anni di dittatura.
Dopo una giornata di scontri, i manifestanti hanno ripreso il controllo di piazza Tahrir, scacciando i seguaci di Mubarak, che tuttavia sono tutt'altro che sconfitti. Siamo in una situazione in precario equilibrio, dove la rivoluzione ha inflitto una battuta d'arresto alla reazione ma non è ancora del tutto vittoriosa. Ad osservare il tutto, l'esercito che esercita sempre di più il ruolo di arbitro tutt'altro che imparziale.
Per la giornata di oggi, venerdì, è annunciata un'altra gigantesca manifestazione che dovrebbe coincidere con il “giorno della partenza “ di Mubarak.
Questo esito tuttavia non è affatto scontato. Obama e l'amministrazione Usa vorrebbe una “transizione ordinata”. Non osano dire a Mubarak che se ne deve andare, in quanto questo scatenerebbe una reazione a catena in tutto il mondo arabo già in fiamme, come dimostrato dalla fuga di Ben Ali in Tunisia. Premono per un governo di transizione con a capo Omar Suleiman, l'odiato capo dei servizi segreti ora vicepresidente. L'Egitto è un paese chiave per l'imperialismo che non è disposto a farlo uscire tanto facilmente dalla propria sfera d'influenza.

Una rivoluzione al bivio

Questa posizione di “buon senso”, perchè tutto cambi affinchè tutto resti come prima, apprezzata e condivisa dalle borghesie occidentali e da quelle dei paesi arabi, è molto difficile da applicare dopo le giornate di mercoledì e giovedì, che hanno radicalizzato enormemente le posizioni.
Un governo con alla sua testa figure del vecchio regime può imporsi solo dopo la sconfitta delle mobilitazioni di massa e la vittoria della controrivoluzione. I giovani e i lavoratori in piazza forse non hanno molto chiaro cosa vogliono ma sono del tutto sicuri su cosa non vogliono: il regime di Mubarak.

Allo stesso tempo non è facile trovare delle figure al di fuori del regime con un profilo abbastanza popolare. El Baradei ad esempio è un diplomatico che per decenni ha vissuto lontano dall'Egitto. L'imperialismo Usa è oggi costretto dall'impeto del movimento rivoluzionario, a guardare gli avvenimenti da lontano, senza una soluzione credibile a portata di mano. Come spiegava ieri Ruper Cornwell, corrispondente dell'Independent da Washington, in un articolo dal titolo “Le parole dure di Washington evidenziano l'impotenza degli Stati uniti":

In realtà queste parole evidenziano semplicemente la disperazione dell'amministrazione, ridotta a questo punto a guardare la Tv come tutti, che incrocia le dita rispetto allo svolgersi degli eventi – a breve termine per quanto riguarda l'Egitto ma anche per quanto riguarda altri paesi alleati della regione, e particolarmente l'Arabia saudita.”

L'immagine che alcuni anche a sinistra difendono di un imperialismo onnipotente che sta tirando i fili di questa transizione egiziana non potrebbe essere più lontana dalla realtà.
Obama, Israele, l'Arabia Saudita e l'Unione europea sono letteralmente terrorizzati dalle rivoluzioni che stanno sconvolgendo il mondo arabo. Rivoluzioni che fanno piazza pulita di tanti luoghi comuni. Smentiscono chi credeva che le rivoluzioni non fossero più possibili. Hanno sbugiardato chi credeva che l'unica opposizione ai regimi filooccidentali in Tunisia come in Egitto, in Algeria come nello Yemen o in Giordania fosse rappresentata dal fondamentalismo islamico.
Quella che vediamo in questi paesi è una rivolta laica, libera dai pregiudizi religiosi e con potenzialità anticapitaliste enormi. Chi ha partecipato alle manifestazioni di solidarietà ai popoli d'Egitto o di Tunisia in Italia lo può avere notato, anche se di riflesso. D'altro canto questa radicalizzazione la si osservava anche nelle lotte degli immigrati dell'autunno appena trascorso, dove in prima fila erano proprio gli immigrati arabi. L'islamismo non gioca alcun ruolo in Tunisia, mentre i Fratelli musulmani hanno avuto e stanno avendo in Egitto un ruolo secondario. Assenti nei primi giorni di mobilitazione per loro scelta (dopo aver avversato gli scioperi operai degli scorsi anni) hanno indicato in El Baradei il loro candidato ideale per la successione a Mubarak, aspirando a collocarsi così sotto le ali dell'imperialismo.
C'è chi teme un'evoluzione delle rivoluzioni di questi giorni simile a quella iraniana dopo il 1979, con gli ayatollah al potere. Questi signori, che trovano spazio in quotidiani come il Manifesto e l'Unità, travisano la storia. Khomeini andò al potere in Iran come risultato di una controrivoluzione che si impose solo tra il 1980 e 1981 in maniera definitiva. Chi rovesciò lo Shah furono le masse, con in testa il movimento operaio che costruì veri e propri soviet, soprattutto nel settore petrolifero. Fu la mancanza di un'alternativa rivoluzionaria, insieme all'appoggio fornito a Khomeini dalla sinistra e dal Tudeh (il Partito comunista iraniano), a far crescere l'appoggio al fondamentalismo islamico. Ma l'esito di quella rivoluzione non era affatto scritto in partenza.
In realtà osservando le vicende di questi giorni vediamo la pochezza dei dirigenti di quel che rimane della sinistra in Italia. Ansiosi di adattare i loro (errati) schemi di analisi, che tanti danni hanno fatto in Italia, al mondo arabo, cercano disperatamente le figure “responsabili” a cui affidare la transizione. Le "masse plebee "non sono mai all'altezza , secondo loro,di gestire lo stato, il governo o l'economia.
Invece la lezione che ci arriva dalla sponda opposta del Mediterraneo è che i lavoratori e i giovani sono totalmente in grado di rovesciare regimi e di amministrare il paese.
In Tunisia i comitati di cittadini gestiscono la vita di province e città. In Egitto comitati di autodifesa sono nati in questi giorni in maniera rapidissima. Questi comitati oggi devono essere creati dappertutto e si devono organizzare a tutti i livelli e coordinarsi fra di loro. Il primo compito è quello dell'autodifesa e dell'armamento perchè questa difesa sia veramente efficace.
In Egitto la lotta per la democrazia è stata una rivendicazione importantissima che ha coagulato il movimento, ma in queste ore le masse in lotta stanno comprendendo dall'amara esperienza che se si vogliono conquistare veramente i diritti democratici bisogno portare la rivoluzione fino in fondo. Che le rivendicazioni democratiche devono essere collegate a quelle sociali. I comitati devono controllare ogni fabbrica, ogni quartiere, ogni strada ed essere l'embrione di un nuovo ordine sociale.
Le prossime ore e giorni sono decisivi. Giovani e lavoratori d'Egitto: per la vittoria dovete contare sollo sulla vostra forza, sul vostro coraggio e capacità di organizzazione.
Noi, lavoratori e giovani italiani, siamo con voi.

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