Breadcrumbs

La guerra civile in atto in Siria, scoppiata nel marzo del 2011 tra le forze del presidente Bashar Assad e l’opposizione siriana ha già provocato decine di migliaia di morti.

Il consiglio dell’Unione europea, nella sua riunione del 28 maggio, ha formalmente eliminato il divieto di vendita di armi ai ribelli siriani, con una decisione che ha scatenato reazioni di segno contrario tra le diverse potenze imperialiste, che riflettono i diversi interessi in campo.

 

Quello che è stato sbandierato come la fine dell’embargo all’opposizione siriana è in realtà un capolavoro di ipocrisia. Si stabilisce la fine al divieto di vendita delle armi, soltanto a partire dal primo agosto, nel caso prima non si sia trovato un accordo tra i due belligeranti. Londra e Parigi si sono affrettate a comunicare che non ritengono vincolante la tempistica della decisione Ue, anche se questo non significa automaticamente che Gran Bretagna e Francia forniranno armi ai ribelli prima del primo agosto.

Più decisa la reazione di uno storico alleato di Bashar Assad: la Russia (impegnata sul terreno della diplomazia per organizzare una conferenza di pace a Ginevra che possa dare più spazio alle manovre militari in Siria senza ingerenze esterne), che ha annunciato la fornitura di missili anti-aerei, già arrivati a Damasco. Putin con questa mossa non si scopre improvvisamente “antimperialista”, ma cerca di tutelare gli interessi di Mosca e soprattutto la sua unica base rimasta sul Mediterraneo a Tartous, porto siriano.

Dall’altra parte le potenze occidentali che sostengono i ribelli si trovano di fronte a contraddizioni quasi insolubili. Ginevra 2, la nuova conferenza di pace, nasce già morta. Il Consiglio nazionale siriano ha perso ogni autorità ed è apertamente sfidato da diversi gruppi di ribelli all’interno del paese. In realtà, ogni potenza imperialista e subimperialista ha scelto la via del “fai-da-te”, sostenendo ciascuna un particolare gruppo.

Francia e Gran Bretagna hanno interessi importanti e spingono per una linea interventista. Non solo sul terreno militare ma anche su quello economico, i ministri degli esteri dell’Ue hanno autorizzato ad aprile l’importazione di petrolio dalle zone controllate dai ribelli, ovviamente “per aiutare la polazione civile”.

Anche i paesi del Golfo sono molto attivi: il Qatar sostiene i gruppi legati ai Fratelli musuilmani, l’Arabia saudita appoggia la maggioranza del Consiglio nazionale siriano, la Turchia ha i suoi uomini, l’Italia è fuori dai giochi e per questo la Bonino sostiene... la conferenza di pace!

Obama è terrorizzato di ritrovarsi in una situazione come quella libica, dove Francia e Gran Bretagna si mossero per primi cogliendo di sorpresa gli Stati Uniti, che si accodarono successivamente all’intervento. Intervento che, peraltro, ha lasciato la Libia in una situazione di completa instabilità che ha portato all’assalto, lo scorso settembre, del consolato di Bengasi (che è costato la vita all’ambasciatore Usa e il posto di segretario di Stato a Hillary Clinton).

Il vuoto in politica non esiste e tantomeno nelle questioni militari. Nasrallah (segretario di Hezbollah, il partito sciita del Libano) ha trasformato i festeggiamenti per il tredicesimo anniversario del ritiro di Israele dal Libano (24 maggio 2000) in un proclama per giustificare l’intervento a fianco di Assad.

“Il regime siriano è la spina dorsale della nostra resistenza e resisteremo al suo fianco fino alla vittoria”, con questo grido Hezbollah ha schierato i propri miliziani, ponendo contemporaneamente fine al governo di unità nazionale in Libano con il Fronte 14 marzo di Hariri, riaprendo una crisi politica senza prospettive in quel paese.

Un annuncio che ha scatenato la reazione di Israele. L’imperialismo israeliano si sente sempre più accerchiato, teme che le armi in arrivo dalla Russia (e anche dall’Iran) finiscano nelle mani di Hezbollah e rivive i fantasmi della guerra persa in Libano nel 2006 contro il Partito di Dio.

Hezbollah scende nell’arena perché preoccupato della crescita dei gruppi legati ai takfiri, estremisti sunniti che vogliono abbattere il regime in Siria. La natura delle intenzioni del partito di Nasrallah illustra in maniera efficace lo scontro che si sta combattendo dove si fronteggiano due fronti reazionari.

Il conflitto siriano quindi si prepara a un’escalation e a un allargamento a tutta la regione, sia che l’imperialismo occidentale si muova, sia che non faccia nulla. In questo caso sarà costretto a intervenire in un secondo momento, in una situazione dal loro punto di vista ancora peggiore, e con le altre potenze della regione che si saranno collocate in una posizione di vantaggio.

Quale posizione devono avere la sinistra e il movimento operaio in Italia? Quella di opposizione a qualsiasi intervento imperialista, senza essere vista nemmeno per un secondo come “portatrice d’acqua” al regime di Assad.

Il conflitto in Siria è reazionario da entrambe le parti, da quando, dopo lo scoppio dell’insurrezione, i leader degli oppositori hanno deciso di tramutare un movimento di massa collegato alla primavera araba in un confronto militare, legandosi all’imperialismo e ai paesi più reazionari della regione.

Contro questa barbarie, la speranza per le masse siriane non può arrivare dalle conferenze di pace, ma da una seconda ondata delle rivoluzioni arabe, che ribalti i rapporti di forza fra le classi nell’intera regione. Una trasformazione socialista in Egitto, o in un altro paese chiave, isolerebbe le forze reazionarie in Siria e ridarebbe fiducia alla classe lavoratrice siriana, oggi atomizzata e disgregata dalla guerra civile.

Joomla SEF URLs by Artio