Il Mezzogiorno e le attese tradite dell’unità italiana - Falcemartello

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Le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità Italiana rappresentano un’occasione non da poco per la retorica patriottica di marca ufficiale e non, accompagnata dalla solita ondata di speculazioni e di affari legati al business delle ristrutturazioni e delle opere infrastrutturali che sarà d’accompagnamento alle manifestazioni pubbliche e alle fanfare militari.

“Il movimento in Italia è pertanto un movimento decisamente borghese.
Tutte le classi entusiaste delle riforme, dai principi e dai nobili fino ai pifferai e ai lazzaroni,
si presentano per il momento come borghesi, e il papa, per il momento, è il primo borghese d’Italia.
Ma tutte queste classi si troveranno molto disilluse, una volta scosso il giogo austriaco.
Allora i borghesi, quando l’avranno fatta finita col nemico esterno,
separeranno i montoni dalle pecore;
allora i principi e i conti invocheranno di nuovo l’aiuto dell’Austria, ma sarà troppo tardi;
e allora i lavoratori di Milano, di Firenze e di Napoli scopriranno che il loro lavoro comincia solo ora.”

Friedrich Engels, articolo sulla “Deutsche-Brusseler-Zeitung” n. 7, 23 gennaio 1848



La storia del Risorgimento italiano, nella sua complessità e nella sua presenza di elementi di ogni tipo (dalle posizioni clerico-conservatrici di Gioberti al socialismo utopistico di Carlo Pisacane), non può essere ridotta al suo punto d’arrivo, cioè l’allargamento del potere dei Savoia a tutta la penisola italiana, un regime basato su un compromesso col latifondo meridionale e con le forze più retrive, e nel tradimento delle aspettative (specialmente nel Mezzogiorno) di un cambiamento democratico in grado di trasformare quella che era considerata nelle cancellerie delle corti europee “un’espressione geografica” in uno Stato moderno e aperto alla partecipazione popolare.

Si ebbero invece le insurrezioni contro la tassa sul macinato, le aspettative di riforma agraria deluse, la repressione dei moti anarchici e socialisti, le prime imprese coloniali in Africa, fino ad arrivare alle guerre mondiali, ecco cosa è stato il regime dei Savoia. Questo esito fu possibile per i limiti e le debolezze degli esponenti democratici e repubblicani del Risorgimento, come dimostrato da Garibaldi e dalla spedizione dei Mille, che suscitarono a lungo illusioni e speranze nelle masse popolari, tradite poi a Bronte e a Teano, o dalla vicenda di Pisacane, morto in un tentativo guerrigliero a Sapri.

Ma oggi, quale unità ci chiedono di celebrare, con un Mezzogiorno in cui i salari e lavoro precipitano, con incentivi regalati ai padroni per aprire fabbriche da poi chiudere in pochi mesi, con tonnellate di rifiuti tossici sepolti nelle acque del Tirreno o nelle campagne, mentre la commistione tra politica e mafie è sempre più oppressiva per intere regioni meridionali? Il federalismo fiscale, votato in Parlamento anche da Italia dei Valori (nelle cui fila siedono non pochi politicanti e notabili meridionali), amplierà il divario tra Nord e Sud, con effetti devastanti sullo stato sociale e sulla disoccupazione. Il federalismo leghista (e non solo) è la parola d’ordine di chi vuole più spazio al momento di spolpare le risorse fino all’osso mentre si raccontano favole al popolo sull’“autogoverno” e sul “padroni a casa nostra”. Ma i padroni sono sempre gli stessi, “unitari” o “federalisti” che siano, e infatti sul “federalismo demaniale” (leggi: vendere il territorio a prezzi di saldo) sono quasi tutti d’accordo!

La sinistra non può farsi schiacciare tra Napolitano e Bossi. L’Italia del dopo-Risorgimento non è da cercare nelle immagini agiografiche, né in una nostalgia per gli stati pre-unitari (tanto oppressivi quanto il regno di Sardegna). Come scrisse Engels alla vigilia della rivoluzione del ‘48, il nostro lavoro “comincia solo ora”!