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“Vittime di un sistema iniquo”

La tragedia che si è verificata nelle acque dello Stretto di Messina il 15 gennaio scorso, causando la morte di quattro marinai, non ha sorpreso nessuno, purtroppo.

La rabbia dei lavoratori durante le assemblee che sono seguite e durante lo sciopero del 19 gennaio era palpabile. I telegiornali nazionali hanno preferito censurare le parole dei lavoratori o l’ultimo saluto ai colleghi morti del comandante Pino durante le esequie, nel quale denunciava come “i nostri morti siano vittime di un sistema iniquo che mette al primo posto il massimo profitto calpestando diritti, dignità e vite umane”. I giornali sono troppo impegnati nel gossip, nella caccia al clandestino, nell’attaccare i cinesi anziché nello spiegare quanto drammatica sia la situazione nei luoghi di lavoro.

Di fronte a questa tragedia l’arroganza dell’azienda non ha avuto limiti. Dopo avere messo il servizio pubblico a vantaggio dei privati e davanti alla richiesta unanime di rimuovere l’attuale dirigenza, avanzata dai lavoratori durante l’ultimo sciopero, preferisce accanirsi contro quei sindacalisti come Mariano Massaro dell’Orsa Navigazione e Sebastiano Pino, presidente del Sasmant (Sindacato autonomo stato maggiore navi traghetto) che in tutti questi anni sono stati una guida per i lavoratori, minacciando sanzioni disciplinari.

In tanti sperano nel cambio al vertice (sarebbe il minimo), ma la storia delle FS prima e di Rfi adesso ci dimostra che qualunque amministratore delegato o consiglio di amministrazione, nominato da qualsivoglia governo, anche se dirige un’azienda che formalmente fornisce un servizio pubblico, dovrà rispondere alle leggi del mercato, ossia alla volontà della classe dominante. Nel caso concreto del traghettamento sullo Stretto non è ammissibile per la classe dominante che il vettore pubblico fornisca un servizio migliore e ad un costo inferiore del vettore privato, con lavoratori retribuiti con salari dignitosi e con pieni diritti: sarebbe un “pessimo” esempio.

Non saranno certo le commissioni parlamentari, le interrogazioni a ministri e governo, gli ordini del giorno a risolvere la questione, è necessario far fare un salto di qualità alla lotta.

Bisogna rivendicare con forza la riunificazione delle società derivate dallo smembramento delle FS: uno “spezzatino” utilizzato per favorire la divisione tra i lavoratori con la diversificazione contrattuale e le esternalizzazioni (effetto della riforma Bersani del primo governo Prodi), arricchendo consigli di amministrazione con stipendi e buonuscite stratosferiche.

Occorre pretendere la ristatalizzazione delle FS ponendole sotto il controllo dei lavoratori, unica soluzione che possa garantire la sicurezza e la salvaguardia di ogni posto di lavoro. Nessun lavoratore lavorerebbe in un luogo nel quale rischia la vita tutti i giorni e non farebbe mai viaggiare suo figlio su un treno che potrebbe deragliare ad ogni chilometro o su una nave che potrebbe affondare ad ogni miglio!

 

07/02/2007
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