La lotta contro le ecomafie - Falcemartello

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Pubblichiamo questo interessante contributo fornito da Massimilana Piro, del circolo universitario del Prc di Napoli e del Comitato scientifico di Legambiente-Campania, al seminario "Contro le mafie e il capitalismo", svoltosi a Napoli il 26 settembre scorso.

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Il mio contributo s’inserisce in quel filone d’interventi che nel corso del seminario hanno approfonditamente analizzato il fenomeno delle ecomafie e proposto delle strategie di lotta, ponendone la centralità nella più complessiva battaglia del movimento operaio.

Nell’introduzione Giovanni Savino diceva che le mafie hanno contribuito allo sviluppo del capitalismo nell’Italia meridionale, e penso che l’analisi di questo contributo da parte delle ecomafie sia utile per due principali motivi:

per capire come intervenire su quei processi degenerativi del capitalismo italiano che nelle nostre realtà mostrano il volto più autodistruttivo,

e per capire come garantire il consolidamento della base produttiva nel nostro Mezzogiorno, e attraverso questo consolidamento come sconfiggere le mafie.

Partiamo proprio dal termine ecomafia che nell’omonimo libro viene definito da Antonio Cianciullo ed Enrico Fontana un neologismo d’effetto.

Il termine viene coniato da Legambiente, associazione di cui faccio parte, nel 1994 e si riferisce allora, nel 1994, principalmente a quel ciclo del cemento per cui sono stati uccisi Peppino Impastato nel 1978, Mimmo Beneventano nel 1980 e Giancarlo Siani nel 1985.

Nonostante, quindi, azioni di denuncia a volte tanto forti da costare la vita a chi le ha intraprese, come nel caso di questi giovanissimi militanti politici, l’ecomafia del ciclo del cemento si rafforza col trascorrere degli anni e con la progressiva dismissione del settore pubblico e cresce tanto da raggiungere il “traguardo” della recente approvazione del Piano Casa.

E questo non può non assumere la connotazione della tragedia in un paese in cui nel corso del Novecento abbiamo avuto centinaia di migliaia di vittime per terremoti e dissesti idrogeologici. Centinaia di migliaia di vittime che sono state, non a caso, per la maggior parte in quel Mezzogiorno d’Italia che è ad un tempo a maggiore vulnerabilita’ geologica e maggiormente devastato dalle ecomafie (il rischio geologico aumenta nel nostro paese spostandosi da nord verso sud).

In Italia ci vuole il terremoto in Abruzzo perché avvenga quello scontro diretto tra le bugie del polo delle libertà col suo Piano Casa e la realtà di edifici nuovi che si sbriciolano in pochi attimi, in Italia non basta il ricordo del terremoto di Messina o delle frane di Sarno, ci vogliono nuove vittime perché quello straordinario incentivo a commettere abusi edilizi che è il Piano Casa passi un po’ più in sordina, con un po’ di ritardo rispetto al modo trionfale in cui stava passando inizialmente come vero e proprio trionfo delle ecomafie del cemento.

Piano Casa, che speriamo se lo ricordi una delle regioni a più alto rischio geologico d’Italia e cioè la Campania, venne definito nella sua stesura iniziale un condono permanente e un incentivo all’abusivismo edilizio, e non a caso Legambiente Campania va ripetendo da mesi che si potrebbe rilanciare il settore dell’edilizia con interventi sull’edilizia scolastica invece che col Piano Casa, che i sottotetti in un’area ad alto rischio vulcanico come vesuviana non vanno bene, che tanto di sensato si potrebbe iniziare a fare sulle città rilanciando in maniera seria il settore dell’edilizia, se la si smettesse una volta per tutte di inseguire presunte libertà che vanno tutte e solo nella direzione di aumentare il grado di rischio per le popolazioni (stiamo aumentando invece di ridurre il numero potenziale di vittime) e di devastare il territorio, se la si smettesse di continuare a massacrare il tessuto industriale di questo paese per lasciare il via libera ad ulteriori speculazioni edilizie.

La camorra che ammazza Siani nel 1985 è quella che entra negli appalti per la ricostruzione post terremoto e che usa la legge 219/81 per fare soldi sulle opere della ricostruzione, e proprio per cercare di scongiurare quanto avvenuto in Campania dopo il terremoto del 1980 Legambiente si è immediatamente attivata per l’istituzione di un Osservatorio Ambiente e Legalità sulla ricostruzione delle zone colpite dal terremoto in Abruzzo.

Nel 1985, l’anno in cui viene ucciso Giancarlo Siani, la maggior parte degli eco reati rientrano nella categoria del ciclo del cemento, dalle cave agli abusi edilizi, alle tangenti sulle grandi opere. Ma tre anni dopo la morte di Siani, nel 1988 le nostre regioni iniziano ad essere investite e devastate da un nuovo fenomeno ecomafioso, distruttivo quanto se non più del primo, e cioè lo smaltimento illegale dei rifiuti. Il 1988 è, infatti, la data in cui, secondo le dichiarazioni del pentito Nunzio Perrella i clan hanno scoperto che la munnezza è oro; è quindi in questa data che i clan si sono trasformati in imprenditori della munnezza dando il via libera a smaltimenti illeciti su vasta scala, in particolare nelle regioni meridionali e cioè in Campania, Puglia e Calabria.

I clan interessati sono molti, oggi se ne contano ben 258 con un incremento di 19 solo nell’ultimo anno.

Come in un’esplosione atomica i nostri territori saranno investiti ad ondate successive da questa ulteriore devastazione e nel 1994 allo smaltimento illegale dei rifiuti solido-urbani, iniziato nel 1988, andrà ad aggiungersi quello degli speciali che hanno un potere di contaminazione, di avvelenamento del territorio enormemente superiore. Il 1994 è, infatti, l’anno in cui su ordine del Commissariato straordinario all’emergenza rifiuti vengono chiuse le discariche private e la camorra decide il salto di qualità agli speciali disseminando il territorio campano, soprattutto delle province di Napoli e Caserta, di discariche abusive con questa tipologia di rifiuti. I clan si offrono alle industrie del Nord promettendo di smaltire i loro rifiuti a costi - per le imprese – decisamente più bassi: anche dieci volte meno.

A rimetterci saranno tutte le regioni meridionali che continuano ad essere pesantemente penalizzate da tutte le tipologie di eco-reati; è infatti in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, come rivela il Rapporto Ecomafia 2009 di Legambiente, che si sono verificati quasi la metà dei 25.776 eco-reati accertati, in media 3 ogni ora. L'ecomafia non conosce crisi e nel 2008 ha incassato 20,5 miliardi con l'abusivismo edilizio, il traffico dei rifiuti ed il saccheggio dell'ambiente.

Il 2008 è anche l’anno che - come è scritto nel Rapporto Ecomafia di Legambiente –  si è contraddistinto per l’imponente numero di inchieste contro l’ecomafia e la criminalità ambientale da parte delle Direzioni distrettuali antimafia, a testimonianza di una popolazione criminale sempre più numerosa e agguerrita. - La parabola ascendente delle mafie di cui parlava Piero Di Nardo -(…) L’emblema della criticità di questa situazione è la Campania una regione in cui i clan hanno creato ad arte l’emergenza per poi gestirla, incassando i soldi pubblici del Commissariato.

Ed in Campania è, purtroppo, evidentissimo l’intreccio tra il tipo, la qualità dell’intervento pubblico che è stato realizzato anche mediante il Commissariato Straordinario e la mala gestione dei rifiuti tanto che Legambiente si è costituita parte civile nel processo Bassolino

Chi di fatto si oppone a questo stato di cose viene contrastato anche fisicamente, e penso a quei comitati che a Serre hanno fermato la discarica che minacciava le ultime lontre presenti nei fiumi campani o ai comitati di Chiaiano, di Acerra, comitati che sono espressione di un’azione di contrasto assolutamente irrinunciabile. E su questo Livio Barbagallo poneva giustamente la questione della partecipazione del PRC che finora e’ stata una partecipazione a singole vertenze ma sostanzialmente priva di una strategia complessiva di lotta. Da anni Greenpeace, Legambiente, le associazioni ambientaliste sostengono che l’unica soluzione seria è nelle 4R (Riduzione - Riutilizzo - Riciclo – Recupero), ma nella mala gestione campana questa strada non è stata mai stata seriamente intrapresa e si continua nei fatti a perseguire una gestione dissipativa ed autodistruttiva con spreco energetico, spreco dei materiali ed una forte contaminazione di suoli e di acque.

Invece di azioni costruite dal basso, con la partecipazione attiva dei cittadini e dei lavoratori abbiamo una gestione straordinaria che favorisce interessi particolari e che non consente quel progressivo miglioramento della gestione ordinaria, del funzionamento dello Stato e delle modalità di produzione nel nostro paese che sono l’unica via di uscita possibile.

E su quest’ultimo punto sono perfettamente d’accordo con Giovanni Savino quando parla della necessita’ di espropiazione della produzione in mano alle mafie.

Oggi circa l’ 80% dei rifiuti prodotti sono di origine agricola, industriale o mineraria e il restante non trascurabile 20% è di origine domestica. I rifiuti industriali sono una percentuale cospicua di quelli prodotti e come è scritto nell’ultimo dossier di Legambiente per ben 31 milioni di tonnellate di questi rifiuti è certa la produzione ma ignota la destinazione finale. E questo avviene, ovviamente, solo perchè i padroni possano guadagnare di più. Penso sia, quindi, importante discutere nella Conferenza nazionale sul lavoro di quei piani industriali con i quali il movimento operaio può consolidare il tessuto produttivo mediante la riconversione ambientale e  la progressiva riduzione dei rifiuti speciali.

In Piemonte, ad esempio, Legambiente si è costituita parte civile nel processo che riguarda gli interramenti di fluff (rifiuto derivante dalla triturazione delle carcasse di automobili, private delle componenti metalliche e contenenti idrocarburi e metalli pesanti) avvenuti nei comuni di Barge e Revello, in provincia di Cuneo. Nel nostro paese si seppelliscono materiali che se immessi in un circuito di recupero dall’inizio alla fine del ciclo di vita sarebbero una risorsa e non qualcosa da sotterrare contaminando i terreni; un piano nazionale del settore automobilistico potrebbe orientare il settore in questa direzione e questo anche con un corrispondente aumento invece che con la progressiva contrazione dei livelli occupazionali.

Mi avvio a concludere leggendovi di una candidata all’elezione dell’Ambientalista dell’anno, elezione che si svolge annualmente su “La Nuova Ecologia”, il mensile di Legambiente e che mi auguro riceva molti voti, la candidata si chiama Calcestruzzi Ericina, e vi leggo perché è candidata:

Calcestruzzi Ericina (Trapani, 2009)

La storia di questa azienda di Trapani è emblematica: nel 2000 è stata confiscata al boss Vincenzo Virga, poi è stata gestita in amministrazione giudiziaria. Grazie all’impegno di molti, compresi i lavoratori, è iniziato un percorso che l’ha portata a nuova vita: i beni aziendali sono stati affidati, lo scorso febbraio, a una cooperativa costituita dai dipendenti. Non solo: nello stabilimento è stato realizzato, accanto alle strutture rinnovate, un impianto per il riciclaggio degli inerti tecnologicamente all’avanguardia.

In questo modo i materiali, destinati alla discarica, possono tornare nel ciclo produttivo. L’azienda si candida a giocare un ruolo importante in un mercato, quello delle costruzioni, reso ancora più difficile dalla presenza invasiva delle organizzazioni mafiose.

I lavoratori che adottano soluzioni tecnologicamente all’avanguardia. Quando si parla dei piani cave, puntualmente ci si scontra con gli interessi di imprese malavitose che hanno l’unico scopo di estrarre sempre più materiale. La Calcestruzzi Ericina rompe questo fronte e volevo indicarla come uno di quegli esempi importanti, che penso possano aiutarci sia nell’orientare le scelte in sostegno dei lavoratori in lotta, sia per la costituzione di un fronte sempre più ampio di aziende che mirino ad estenderne l’esperienza a tutto il Mezzogiorno.

Concludo con i due punti a mio parere decisivi nella battaglia del movimento operaio contro le ecomafie che sono:

-    tenuta e consolidamento del tessuto produttivo mediante la riconversione ambientale, da attuare con i lavoratori e sotto il controllo dei lavoratori;

-    più in generale la lotta contro questo sistema, contro questo modello di Stato, contro quella crescente e devastante privatizzazione di tutto ciò che è pubblico, dal clientelismo alle privatizzazioni selvagge, cui non può che corrispondere la crescita dei poteri della malavita organizzata.

 

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