La strage di Messina: un disastro figlio di un sistema affaristico-mafioso - Falcemartello

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Dopo L’Aquila, tocca a Messina piangere i morti di un disastro ambientale in cui la natura ha un ruolo del tutto secondario.

È concepibile che, in pieno terzo millennio e in un Paese cosiddetto ‘sviluppato’, un acquazzone autunnale, seppure di forte intensità, spazzi via diversi centri abitati causando decine di vittime e centinaia di sfollati? Eppure è questa la sorte toccata ai piccoli centri della zona sud di Messina (Briga, Giampilieri, Scaletta Zanclea, Altolia e Molino), investiti venerdì scorso da giganteschi torrenti di fango e detriti originati dalle frane delle colline circostanti: intere famiglie travolte o sepolte sotto le macerie delle loro case, decine di dispersi, strade e ponti saltati, autostrada e linea ferroviaria inagibili, comunicazioni in tilt.

Il bilancio provvisorio a cinque giorni dalla tragedia parla di ventisette salme recuperate, un numero ancora imprecisato di dispersi e più di cinquecento sfollati che non ritorneranno mai più alle loro abitazioni. Non occorre essere esperti della materia per comprendere come, in una provincia in cui il 63% del territorio è a rischio idrogeologico (per non parlare di quello sismico) il devastante intreccio di speculazione edilizia, dissesto ambientale e deregulation avrebbe prima o poi causato una strage spaventosa, già preannunciata da una lunga catena di episodi analoghi ma di minore gravità che ha interessato quelle stesse zone. Non sono mancate in precedenza le denunce dei cittadini, le perizie degli esperti o i tavoli tecnici.

Ma la politica aveva altre priorità, altre emergenze, altri interessi da difendere, diametralmente opposti alla salvaguardia del territorio e della vita umana. A tragedia consumata, arrivano puntuali le lacrime di coccodrillo e il teatrino dello scaricabarile tipici delle grandi occasioni: sindaco, provincia, regione, protezione civile, ministero dell’ambiente, è un vergognoso susseguirsi di accuse incrociate, becero fatalismo e squallide autoassoluzioni, come se questi signori non facessero tutti parte della stessa maggioranza di governo.

Se ad accertare le responsabilità penali dei singoli penserà (forse) la magistratura, la responsabilità morale e politica del disastro è sotto gli occhi di tutti e pesa come un macigno su una destra che, a tutti i livelli, amministra la Sicilia come un feudo, terra di conquista dove il saccheggio del territorio, le logiche clientelari e il torbido intreccio pubblico-privato costituiscono le uniche regole vigenti. Partendo dal piano locale, l’amministrazione Buzzanca può vantare una serie di interventi di tutto rispetto: sono state completamente ignorate le ordinanze di demolizione di oltre mille costruzioni abusive (di cui 200 solo nel villaggio di Giampilieri!), non si contano le deroghe al Prg che permettono di costruire a meno di 10 m dalla costa e di 150 dai torrenti, decine di migliaia di euro appartenenti all’ufficio per la tutela del suolo sono stati dirottati in più urgenti “spese per relazio­ni pubbliche e di rappresentanza” e “manutenzione e/o attrezza­ture per edifici serventi al culto (Corriere della Sera 05.10.2009)”, non si sa che fine abbiano fatto i 15 milioni, provenienti da fondi europei e statali, destinati alla sistemazione idraulica e al dissesto idrogeologico della città.

All’intraprendenza del comune fa da contraltare quella del governatore Lombardo, autentico campione dello scempio ambientale siciliano, il quale, oltre a poter vantare per la nostra isola una delle applicazioni più estensive del piano-casa nazionale, ha sanato pochi mesi fa tutti i piani regolatori isolani approvati fino al 31 dicembre 2007 che erano sprovvisti di valutazione ambientale. Quest’ultimo, come ricompensa per la sensibilità ambientalista dimostrata, è stato nominato da Berlusconi, a seguito di un fugace e semiclandestino vertice in prefettura, commissario straordinario per l’emergenza: ineccepibile applicazione del criterio di meritocrazia!

Che dire infine delle politiche del governo nazionale in materia di tutela ambientale? Al già citato piano casa, che permette l’aumento della cubatura degli edifici fino al 20% senza vincoli né autorizzazioni di sorta, si aggiunge il taglio di ben 241,4 milioni di euro al programma di mitigazione del rischio idrogeologico per l’anno in corso (di cui 151 milioni sottratti proprio agli interventi specifici previsti in Sicilia e Calabria!), che nel 2011 sarà ridotto a soli 93 miliardi rispetto ai 510 del 2008.

Da questi pochi ma eloquenti dati appare in maniera lampante come il fattore dell’accidentalità e dell’imprevedibilità non abbiano niente a che fare con i disastri ambientali, dietro i quali, al contrario, si cela un lucido e spregiudicato disegno politico: quello di eliminare definitivamente i lacci e lacciuoli che ostacolano il sacco edilizio dell’intero Paese, considerato dalla borghesia siciliana e nazionale, a maggior ragione in una fase di crisi economica senza uscita, una formidabile occasione di profitto privato.

In questa logica speculativa rientra a pieno titolo il mega-progetto del Ponte sullo Stretto, che i nostri ‘virtuosi’ amministratori, all’indomani della tragedia, hanno avuto la faccia tosta di rilanciare come panacea di tutti i mali della Sicilia. Pensiamo all’impatto che avrebbe sul nostro martoriato territorio, dove non esistono torrenti, coste e colline immuni dalle colate di cemento, il più grande cantiere a cielo aperto della storia! Né ci rassicura in questo senso la retorica del Presidente Napolitano che, sull’onda del’emozione, ha tuonato contro le “opere faraoniche”, salvo aver da poco firmato il maxidecreto che da il via a stanziamenti per ben 18 miliardi destinati proprio a queste opere.

Per mettere in sicurezza la sola provincia di Messina sono necessari stanziamenti per svariati miliardi di euro. Affinché non si ripetano tragedie ancora più gravi nel prossimo futuro, bisogna lottare perché i 6 miliardi previsti per il Ponte, invece di gonfiare i bilanci di Impregilo e Calcestruzzi spa (famigerate aziende costruttrici di tante case crollate in Abruzzo), vengano impiegati per fronteggiare una volta per tutte il dissesto idrogeologico della provincia siciliana, rimboschire le montagne devastate dai cantieri e dagli incendi, costruire le infrastrutture di base mancanti o in perenne attesa di completamento e mettere in sicurezza le strutture (scuole, ospedali, prime case, arterie stradali) costruite in spregio ai più elementari criteri antisismici e di sicurezza.

Ma il semplice recupero dei fondi non basta: bisogna organizzare comitati popolari di residenti e cittadini coadiuvati da ingegneri, geologici e tecnici del Genio civile che controllino come vengano gestiti, indirizzati e spesi questi soldi: non sarebbe né la prima né l’ultima volta che gli stessi responsabili politici delle tragedie, in combutta coi palazzinari loro amici, si arricchissero col business della ricostruzione. Infine bisogna premere affinché il comune requisisca e consegni agli sfollati tutti gli appartamenti sfitti del comprensorio cittadino in attesa di una sistemazione definitiva e condivisa.

Su tutti questi punti ci impegneremo a costruire una grande mobilitazione popolare che restituisca alle classi subalterne della Sicilia e del Meridione il diritto sacrosanto ad un futuro sicuro e dignitoso, negato per decenni da un ceto politico e imprenditoriale intollerabilmente spregiudicato e parassitario.  Sistema capitalista e difesa del territorio sono incompatibili: questo consapevolezza deve essere centrale nell’attività e nella propaganda dei comunisti.