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Il rischio privatizzazione torna a minacciare i cittadini di Napoli e Caserta, proprio mentre il Prc si sta spendendo in una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che sancisca la ripubblicizzazione delle risorse idriche in tutta Italia.

 

“Vittime di un sistema iniquo”

La tragedia che si è verificata nelle acque dello Stretto di Messina il 15 gennaio scorso, causando la morte di quattro marinai, non ha sorpreso nessuno, purtroppo.

S. Maria Capua Vetere

Il 22 ottobre scorso un gruppo di dieci famiglie senza tetto occupava un edificio pubblico vicino Caserta, un ospizio per anziani, mai aperto e abbandonato da vent’anni. Ad oltre tre mesi da quella occupazione, per lo più passati senza luce né acqua e con un presidio di polizia perennemente ai cancelli, proprio quando la situazione sembrava volgere al meglio per questa lotta cominciano ad arrivare le prime denunce e le richieste di “risarcimento danni” da parte dell’amministrazione comunale di Curti, il comune proprietario dell’edificio.

Il caso è scoppiato lo scorso ottobre, ma le conseguenze potrebbero avere degli strascichi molto più profondi. Stiamo parlando di quello che viene definito “il più grosso dissesto finanziario di un ente locale dal fallimento della Napoli dei viceré degli Anni Ottanta” (Repubblica 14/10/2006)!


La gestione dell’acqua deve essere pubblica!


L’elezione di Vendola, primo presidente di una regione di Rifondazione Comunista, ha rappresentato non solo per i pugliesi, ma per tutti gli attivisti di sinistra una grande speranza di cambiamento. Il suo programma si basava su due principi inderogabili: la sanità e il mantenimento del carattere pubblico dell’Acquedotto Pugliese: “il mio acquedotto nasce con la bandiera della ripubblicizzazione”.

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