Piano Casa Campania: Un regalo a speculatori e affaristi - Falcemartello

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“La casa piuttosto che la città, i profitti delle ecomafie piuttosto che l’interesse pubblico”

Il nuovo Piano Casa della Regione Campania è legge, votata in modo bipartisan dal centrosinistra e dal centrodestra con la colpevole astensione del Prc: con 35 voti favorevoli, sei contrari e tre astenuti, il provvedimento è stato approvato, nonostante gli appelli delle associazioni ambientaliste.

Abbiamo scelto di inserire nel titolo una citazione del noto urbanista Vezio De Lucia che ha giustamente definito il Piano Casa della Regione Campania come espressione diretta del pensiero unico berlusconiano: la casa piuttosto che la città.

Altrettanto nette sono state le associazioni ambientaliste che hanno espresso le loro contrarietà in un documento a firma congiunta in cui si chiede di:

1) Escludere con chiarezza dall’applicazione della legge tutte le aree tutelate ai sensi del codice dei beni culturali, tra esse ad esempio i Parchi regionali, i Centri Storici e le zone agricole. Tali esclusioni devono valere per tutta la disciplina ed essere qui inserite nel primo articolo della legge.

2) Ribadire, in conformità a quanto disposto dall’intesa Stato-Regione del 31 marzo 2009, il potere di pianificazione dei comuni per regolamentare l’applicazione della legge.

3) Cancellare gli articoli 5, 6 e 9, in modo da rendere questo provvedimento conforme all’intesa Stato-Regioni.

4) Escludere ogni riferimento, anche implicito, ad ogni sanatoria di quanto già realizzato pure in coincidenza con i limiti della legge e ogni premialità su immobili costruiti abusivamente.

L’articolo 5  consente di dismettere le aree industriali lasciando mano libera agli speculatori edilizi, assestando in questo modo un colpo definitivo al tessuto industriale di questa regione. Ed il WWF denuncia che il valore delle aree industriali dimesse è triplicato, a riprova che gli speculatori si stanno già muovendo ed aggiunge: Il disegno di legge infatti, superando di slancio i già discutibili contenuti dell’accordo Stato-Regioni, introduce una vera e propria liberalizzazione a tempo indeterminato delle destinazioni d’uso, consentendo tout court la trasformazione in abitazioni delle strutture produttive anche se funzionanti. Questo costituisce pertanto un allettante invito alla cessazione anticipata delle poche manifatture ancora attive, alla faccia del “rilancio economico”.

Nel documento del WWF viene anche chiaramente sottolineato che

"Il piano premierebbe chi ha compiuto abusi. Gli abusivi che hanno condonato quanto costruito, ampliano considerando anche le superfici abusive; e quelli che non hanno condonato ancora finiscono per avere una doppia premialità: corsia preferenziale per il condono e superficie condonata considerata ai fini dell’ampliamento. E come aggravante tutto questo anche nella zona rossa del Vesuvio e nelle aree tutelate dai piani paesaggistici. (…)

Resta da capire per i nuovi carichi insediativi in un territorio già sofferente e congestionato, chi provvederà agli standard, al verde, agli spazi e attrezzature pubbliche. Su tutti questi aspetti il discusso provvedimento campano tace, lasciando questi oneri in capo alle generazioni che verranno."

Le associazioni ambientaliste sono allarmate dalla totale deregolamentazione delle leggi in materia urbanistica che può vanificare anche le più importanti decisioni urbanistiche adottate dalla città di Napoli e temono interventi che annullerebbero la pianificazione urbanistica, garantita in Campania dal PTR di recente approvazione e dal PTCP in corso di approvazione. Ancora la normativa è scritta male, per cui si potrebbe sostenere l’applicabilità della disciplina sulla modifica di destinazione d’uso anche ad edifici ricadenti nei centri storici per i quali la pianificazione comunale prevede invece l’abbattimento.

Il Piano Casa della Regione Campania mantiene dunque inalterata l’impostazione berlusconiana di incentivo all’abusivismo edilizio, senza nemmeno fare cassa e rinunciando ai propri e agli altrui (i comuni) compiti istituzionali di governo del territorio.

Perché questo è particolarmente grave proprio in questa regione?

Per almeno tre principali motivi (ma la lista potrebbe allungarsi di parecchio):

Il primo lo si può leggere nei numerosi rapporti sull’ecomafia del cemento di Legambiente nell’ultimo dei quali è scritto che nella nostra regione:

Il cemento, il movimento terra, gli appalti continuano a costituire una straordinaria “lavanderia” per riciclare soldi. Una Campania in cui l’abusivismo edilizio è in costante ascesa con oltre 6000 nuove case abusive realizzate solo nel 2008. (…) Il cemento è il luogo ideale per riciclare i proventi dalle attività criminose e nel caso campano si tratta di proventi ingenti che si traducono in interi quartieri abusivi. Basti pensare che il 67% dei comuni campani sciolti per infiltrazione mafiosa, dal 1991 a oggi, lo sono stati proprio per abusivismo edilizio. (…) Abusivismo che non risparmia neppure le località di pregio, a cominciare dalle costiere (amalfitana e cilentana) e dall’area dei templi di Paestum, come a Ischia, l’isola leader della cementificazione selvaggia, dove gli abusivi hanno incontrato un alleato d’eccezione nel vescovo che ha lanciato un appello alla procura perché si eviti “il legalismo esasperato”, sospendendo gli abbattimenti “in attesa del Piano Casa del governo”. In Campania -denuncia Legambiente- complice la costante redditività del mattone, lo scarso controllo delle amministrazioni, la mancanza di demolizioni il ricorso all’abusivismo edilizio continua ad essere una grave macchia per il nostro territorio sempre più gestito dalla criminalità organizzata.

A fronte di denunce chiarissime su quanto continua ad andare avanti, non solo la preoccupazione non è con quali strategie rispondere, ma si giunge al punto che le associazioni ambientaliste devono fare esplicita richiesta che sia esclusa ogni premialità su immobili costruiti abusivamente.

Il secondo motivo per cui l’approvazione del piano è gravissima proprio in questa regione è perché la Campania è tra le regioni a più alto rischio geologico ed idrogeologico d’Italia.

Ripassiamo un po’ di dati al riguardo:

Rischio vulcanico: Campi Flegrei e Vesuvio rientrano nelle classificazioni tra i vulcani attivi. A pericolosità elevata soprattutto l’area vesuviana interessata da numerose eruzioni in epoca storica, ragione per cui l’elevata densità abitativa andrebbe contenuta (no ad abusivismo, speculazioni e sottotetti) e preventivamente ridotta.

Rischio sismico: La stragrande maggioranza dei comuni  della Campania è soggetta al rischio sismico. Il 24% (129) è classificato nella categoria a più alto pericolo, il 65% (360), tra cui Napoli e Salerno, rientra nella fascia intermedia, mentre solo l’11% (62) sono collocati nella categoria dove il rischio è meno sensibile. A questo riguardo sul sito ufficiale della Regione Campania nel 2002 veniva scritto che la Regione impegnava 354 miliardi di vecchie lire anche per l’abbattimento dei manufatti abusivi (con una mano si abbatte e con l’altra si incentiva l’abusivismo?).

A questo riguardo Legambiente Campania continua a sollecitare interventi per la messa in sicurezza che comincino dalle scuole, l’82% delle quali rientra in aree a rischio sismico e il 78% delle quali in aree a rischio idrogeologico e che più che un piano casa servirebbe un piano edilizia scolastica.

Rischio idrogeologico: La situazione è grave soprattutto per la diffusa presenza delle coperture piroclastiche che possono dar luogo a frane pericolosissime per la rapidità con cui raggiungono i centri abitati, come ad esempio quelle di Sarno del 1998. In uno dei numerosi dossier di Legambiente Campania si legge che in Campania ben 144molto elevato” comuni sono classificati a rischio “ e 147 a rischio “elevato”

E vengono proposte le seguenti soluzioni a medio-lungo periodo:

− la pianificazione ed ottimizzazione degli strumenti e procedure di previsione e prevenzione;

− la pianificazione delle esigenze di delocalizzazione;

− la pianificazione compatibile della viabilità, delle attività estrattive, …;

− la salvaguardia delle attitudini stabilizzanti, geotecniche, delle coperture vegetali;

− la promozione ed adozione di pratiche selvicolturali funzionali alla geostabilizzazione (selvicoltura sostenibile, …);

− l’attuazione di efficaci piani di antincendio boschivo (AIB);

− la promozione di fruizione e presidio sostenibile (turismo ambientale).

In sintesi, si evidenzia l’esigenza di predisporre una strategia complessiva, sistemica.

Dati, denunce e proposte molto chiare, alle quali si risponde con un Piano Casa che avrebbe l’effetto di aumentare il già elevato numero di possibili vittime in caso di eventi calamitosi e di lasciare sempre più il territorio in mano alle ecomafie.

Il terzo motivo è nella totale rinuncia ai compiti di pianificazione, nella scelta sottintesa di totale rinuncia a ridisegnare le città e a farlo non a scapito del tessuto industriale ma di pari passo con la riconversione ambientale di quest’ultimo. Nella rinuncia a priori di riconvertire città ed industrie nella medesima direzione, svolgendo compiti di programmazione volti al futuro e non alle esigenze di corto respiro di un ceto politico sempre più corrotto.

Perché è così importante che non ci sia più la casa piuttosto che la città? Perché Legambiente pone la questione delle città tra le sue priorità nazionali?

Perché ridisegnare le nostre città, avendo come riferimento l’interesse pubblico, non solo significa poter ridurre il numero delle vittime dovute ad eventi catastrofici ed annientare le ecomafie, ma vuol dire anche poter lavorare contro la stessa estinzione della nostra specie. Citando il geologo Mario Tozzi possiamo infatti dire che “La popolazione umana ha ormai compreso che difendere la biodiversità significa in definitiva difendere gli stessi uomini dalla stretta ecologica cui sembrano destinati”. E ridisegnare le città, riprendendo la lotta per un urbanistica in grado di migliorare la qualità della vita, significa proprio questo, significa: poter ridare acqua ai fiumi, rivedere il sistema di depurazione degli scarichi secondo le linee della sustainable sanitation, contribuendo in tal modo a salvaguardare gli ecosistemi, lasciarsi alle spalle i disastri delle scorie radioattive puntando con decisione sulle energie rinnovabili, poter rivedere il sistema dei trasporti, puntare sugli orti urbani, ripensare l’uso degli spazi pubblici, consolidare il tessuto industriale di questo paese orientandolo assieme alle città verso il comune obiettivo rifiuti zero, poter rispondere in maniera adeguata alla richiesta di nuovi alloggi, significa decidere di iniziare a non lasciare più solo oneri in capo alle generazioni che verranno. Per questo dovrebbe battersi la sinistra e in particolare Rifondazione Comunista.

Il piano casa è certamente lo specchio delle politiche seguite dal centrosinistra campano rispetto allo sviluppo industriale della regione.

In particolare l’approvazione dell’articolo 5 che stabilisce per le metrature superiori a 15000 metri quadrati la possibilità di costruire sulle aree industriali dismesse da 3 anni si inserisce nell’idea sostenuta in questi anni di chiudere le fabbriche per sostituirle con i centri commerciali. Non è un caso che questo articolo è stato duramente criticato dal principale sindacato operaio regionale, la Fiom-Cgil, che ha affermato che  “L’utilizzo indiscriminato delle aree industriali dismesse per edilizia privata, previsto da questa legge regionale, non viene nella sostanza modificato dal vincolo dei tre anni dalla cessazione delle attività produttive, dal limite dei 15mila metri quadri e dalla destinazione del 30 per cento a edilizia sociale, che pure sono il risultato delle stesse iniziative e posizioni espresse dalla Fiom e dalla Cgil Regionale. Da questo punto di vista ha dell’incredibile il clima consociativo tra associazione dei costruttori e sindacati di categoria dell’edilizia che si è manifestato in occasione del consiglio regionale. Insomma, come avevamo già sostenuto, un regalo alla lobby del mattone e nuovi spazi per gli interessi speculativi della delinquenza organizzata. Ma, soprattutto, una decisione che sancisce un indirizzo inaccettabile: dalla crisi non si esce rilanciando gli investimenti produttivi, ma la speculazione edilizia e fondiaria, in particolare nelle aree più congestionate di Napoli e della sua area”.

Il Piano casa è l’ultimo di una serie di provvedimenti del centrosinistra campano che dimostrano non solo il fallimento di questa esperienza di governa ma la sua subalternità ed i suoi legami con l’affarismo e la speculazione, anche criminale, già emersi attorno a tutta la vicenda del ciclo dei rifiuti.

Il volto della regione governata da Bassolino, con il sostegno di Rifondazione Comunista attraverso il suo assessore e il suo gruppo consiliare, è quello di una regione che distribuisce la briciole attraverso qualche intervento in favore di un settore delle classi più disagiate mentre  contribuisce allo smantellamento della sanità attraverso il piano sanitario, avvelena la regione con il piano rifiuti e contribuisce a rendere appetibili ai palazzinari le aree delle industrie regionali campane che vivono una difficile crisi. Per un’imprenditoria rapace e parassitaria come quella campana, da sempre abituata alla ricerca del guadagno immediato, è una spinta in più ai facili profitti e alla chiusura di decine di aziende.

La nuova segreteria regionale del Prc da poco eletta ha avuto subito la possibilità di cambiare rotta rispetto al passato, ma ha abbandonato subito tale possibilità. Al contrario la segreteria appena eletta ha confermato la subalternità, già vista in passato, degli organi di direzione regionale del partito al gruppo consiliare regionale, da sempre genuflesso di fronte alla politiche di Bassolino.

La proposta del “patto di fine legislatura” caldeggiata dal nuovo segretario regionale Franco Nappo e sostenuta anche dal segretario nazionale Paolo Ferrero si è materializzata come era prevedibile nella prosecuzione della difesa degli interessi dei poteri forti che ha segnato tutta la legislatura.

È ora di aprire un’altra strada di lavorare per un’altra Rifondazione Comunista, capace di rompere per sempre con queste logiche ed aprire prima che sia troppo tardi una fase. Le forze cui possiamo appellarci per una battaglia controcorrente ci sono. Le possiamo trovare nel partito, nella sinistra e fuori; sono quelle che partecipando alle mobilitazioni sociali che attraversano la nostra regione e si sono opposte ad un nuovo saccheggio della Campania, le uniche che possono garantire un futuro al nostro partito e a tutta la cittadinanza.