Policlinico di Messina: Gli orrori della sanità regalata ai privati - Falcemartello

Breadcrumbs

Il 29 agosto un episodio di malasanità in Sicilia ha occupato le cronache nazionali: una colluttazione tra medici in sala parto che ha messo a repentaglio la vita di una partoriente e del suo neonato. La spiegazione dell’accaduto trova origine nel minuzioso smantellamento del servizio ospedaliero pubblico che il governo Lombardo ha attuato a partire dal 2008.

Una volta scoperchiato il vaso di pandora altre anomalie sono state denunciate: farmaci scaduti, pipistrelli nei corridoi, registri non aggiornati, accumuli di detriti e condizioni igieniche carenti.

La verità che si cela dietro ad una serie di episodi non così inconsueta nell’ambito della sanità, va cercata nel processo di smantellamento del servizio sanitario pubblico che ha raggiunto il culmine in Sicilia il 25 marzo 2009: in tale data il governo Lombardo decise, dopo un dibattito aspro, di approvare la riforma sanitaria con la quale le aziende ospedaliere sarebbero state ridotte da 29 a 17 per evitare disservizi e sprechi. In realtà l’obiettivo era moltiplicare il giro di affari.

Nel caso del policlinico universitario G. Martino di Messina è stato nominato manager Giuseppe Pecoraro, uomo di Cuffaro, che già al policlinico Giaccone di Palermo aveva introdotto delle misure di contenimento costi secondo il tipico schema borghese: più profitto per i ricchi e amare lacrime ai ceti meno abbienti.

Come è possibile ciò? è sufficiente non stabilizzare il personale, peggiorare la qualità del servizio e renderlo sempre più caro per la gente comune. Chi ha la possibilità, ovvero le classi abbienti cui appartiene lo stesso Pecoraro e che quindi vanno tutelate, mantengono inalterati i propri privilegi e possono scegliere a quale professionista rivolgersi, tutti gli altri devono adeguarsi a ciò che l’assistenza offre.

Ed è solo grazie all’applicazione di questa politica che Pecoraro, tanto osannato dalla stampa borghese, ha potuto permettere un rientro di 400 milioni di euro, piegando i lavoratori ed il servizio sanitario pubblico del messinese.

Infatti Pecoraro ha fin da subito appaltato parecchi servizi a ditte “amiche” provenienti dal capoluogo: il servizio mensa, per dirne uno, che con un appalto di quasi 8 milioni di euro per la fornitura dei pasti al policlinico per tre anni, è stato vinto dalla Sr-Ristorazione che ha previsto una riduzione del 50% della forza lavoro dopo il suo insediamento.

A essere esternalizzati sono stati anche il servizio di ingegneria clinica, di manutenzione e di vigilanza. Come se non bastasse sono state bloccate le gare per la fornitura di reagenti e materiali necessari per la degenza e le analisi, tanto che gli operatori si trovano spesso a eseguire anche le più comuni analisi ematologiche senza guanti!

Ancora nell’ambito dell’assistenza sono stati ridotti i posti letto di 500 unità, perdita che va a sommarsi a quella delle altre strutture ospedaliere come quelle dell’ospedale Piemonte attivo a Messina dal 1910 che oggi, dopo il riscontro di carenze strutturali segnalato all’ unico scopo di far chiudere la struttura ed accentrare ulteriormente i servizi, mantiene solo 5 presidi: cardiologia, unità terapia intensiva coronaria, chirurgia generale ed il polo materno infantile, per un totale di un massimo di 121 posti letto.

Persino il personale sanitario è a rischio: la routine consta di reparti svuotati dei professionisti e operatori sanitari a favore di una precarizzazione diffusa con gli specializzandi, futuri assegnisti e contrattisti, a svolgere sempre più spesso mansioni cliniche fondamentali.

Questo terribile scenario non interessa solo il Policlinico ma l’intero sistema sanitario regionale e nazionale che oggi è sempre più sotto l’attacco delle classi padronali che a partire dal governo Amato del 92-93 hanno potuto lucrare grazie ad un’assistenza di stampo liberista e federalista fondata sulla aziendalizzazione e la regionalizzazione della sanità, condivisa dai governi sia di centro-destra che di centro-sinistra. È stata infatti la legge Bindi del ’99 che ha introdotto le prestazioni “intramoenia”,che aprono all’utilizzo privato delle strutture pubbliche. Un procedimento già abbastanza diffuso, seppure illegale, come dimostra il caso avvenuto in sala parto in cui il contrattista era abituato ad eseguire prestazioni private dentro il policlinico.

L’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale è frutto infatti delle lotte del’78 ed è solo attraverso una lotta che ponga come obiettivo la nazionalizzazione di tutti i servizi, che unisca le vertenze del personale sanitario, a quelle degli altri settori in lotta, che si può oggi rendere il servizio realmente pubblico, al fine di garantire un’assistenza di qualità e di massa, sotto il controllo dei lavoratori.