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A Torino come a Pomigliano i lavoratori non si piegano


Il referendum di Mirafiori del 13 e 14 gennaio scorso rappresenta da tutti i punti di vista un punto di svolta nel conflitto di classe e mostra fino a che punto un nuovo ciclo politico e sociale si è aperto nel nostro paese.
L’onta del 1980 dove i lavoratori, per responsabilità delle direzioni sindacali, hanno subito la vergogna di non reagire alla marcia dei 40mila, è stata cancellata da questo NO chiaro ed inequivocabile delle operaie e degli operai di Mirafiori.

 

Certo il SI è passato con il 54%, ma solo grazie al voto dei capi e dei colletti bianchi (più di 400 hanno votato massicciamente a favore del SI) oltre che dei lavoratori notturni “premiati” dall’azienda con il “privilegio” di lavorare la notte per 30 denari in più.

Ma alle linee di montaggio, in carrozzeria, tra chi quest’accordo dovrà subirlo sulla propria pelle, il NO è prevalso chiaramente.
Non era scontato visto che l’alternativa proposta da Marchionne era tra votare SI o perdere il posto di lavoro, non in un momento qualsiasi ma nella peggior crisi economica dagli anni ’30. Insomma con una pistola puntata alla tempia.
Abbiamo sentito molti operai ai cancelli dire: “siamo con la Fiom, ma dobbiamo votare SI’, abbiamo il mutuo da pagare, i figli da mantenere, abbiamo paura per il nostro futuro…”
Una situazione per nulla semplice, ed è proprio per questo che quando sono arrivati i primi risultati dalle carrozzerie in molti avevano le lacrime agli occhi, a differenza dell’autunno dell’80 non si trattava di lacrime di disperazione per il tradimento subito, ma di gioia, di orgoglio, per non essersi piegati al ricatto, per aver resistito assieme alla Fiom e grazie alla Fiom contro tutto e tutti. Anche contro il gruppo dirigente della Cgil, che formalmente ha sostenuto la Fiom, ma con il vergognoso atteggiamento della Camusso che ancor prima di combattere aveva già indicato la strada della resa, con la richiesta della firma tecnica. Dovrebbero spiegare alla signora Camusso che prima di firmare la resa i sindacalisti seri lottano e la Fiom sul campo di battaglia c’è stata, dal segretario generale, fino all’ultimo delegato e militante.
Come i loro compagni di Pomigliano, più dei loro compagni di Pomigliano, i lavoratori di Mirafiori hanno avuto il coraggio di dire NO.

Il coraggio operaio

Questa parola, coraggio, l’abbiamo sentita molte volte davanti alla porta 2 nei giorni del referendum, da tanti operai che non hanno voluto piegarsi all’imposizione, alla brutalità e all’arroganza di Marchionne. “Ci vuole coraggio, dobbiamo votare con coraggio, non siamo schiavi, vogliamo lavorare con dignità, coraggio compagni...”
Un coraggio che non è quello degli eroi ma di gente in carne ed ossa che paga ogni minimo segno di ribellione sulla propria pelle con turni massacranti, sotto l’azione di 300 aguzzini, ripetiamo 300, che stanno ogni giorno sulla testa di 5.000 operai chiedendogli di fare più sacrifici al comando di un signore che guadagna cifre improbabili.
Il Manifesto ha pubblicato queste cifre, le riportiamo: “Nel 2009, anno di crisi, in cui il gruppo Fiat ha perso circa 800 milioni di euro, l’amministratore delegato S. Marchionne ha ricevuto come parte fissa della sua remunerazione circa 3.430.000 euro e a titolo di bonus 1.350.000, per un totale di 4.780.000 euro… Così Marchionne ha guadagnato circa 222 volte quanto un operaio di linea (se si considera il periodo 2004-2010 il rapporto è di 292 volte).”
Ma la storia non finisce qui. Da quando Marchionne ha preso le redini del gruppo nel 2004 ha avuto in assegnazione gratuita azioni per un totale di 69.800.000 euro e stock option per un valore netto di 143.800.000 euro (secondo gli attuali listini di borsa), che potrà riscattare a partire dalla fine del 2012. Facendo un rapido conto il rapporto diventa così di 1.940 a 1. Da solo guadagna come quasi l’intera carrozzeria di Mirafiori.
Marchionne voleva il plebiscito, aveva parlato (e con lui alcuni sindacalisti imprudenti di Fim e Uilm) dell’80% di SI, ma la realtà è che non hanno avuto neanche la maggioranza tra i lavoratori direttamente colpiti dall’“accordo”.
Siamo sicuri che anche se è nato in Canada, il signor Marchionne, avrà capito che questo accordo è nei fatti impraticabile e ingestibile dentro la fabbrica e la partita resta totalmente aperta.
Mirafiori non si è piegata. E questa di per sé è già una bella notizia. Ma non è l’unica. Perché come ci ha detto Rosa, operaia al montaggio: “comunque vada il referendum niente in fabbrica e nel sindacato sarà più uguale a prima.” Ne siamo assolutamente convinti, cara Rosa. Se ne vedranno delle belle.

Abbandonati dal ceto politico

La Fiat ha messo in campo una martellante campagna mediatica che è stata sostenuta come a Pomigliano dall’intero arco parlamentare.
Nel fronte del SI oltre al governo e Confindustria, c’è tutta l’opposizione parlamentare. Se da una parte le dichiarazioni di Fassino e Chiamparino andavano chiaramente nella direzione del SI, quelle di Bersani e D’Alema si distinguevano solo per questioni di secondaria importanza.
Ma ciò che più conta è che a sostegno del SI c’erano tutti i sindacati presenti in fabbrica con l’eccezione della Fiom e del Cobas. La somma dei consensi raccolti dai sindacati del SI alle ultime elezioni delle Rsu era del 71% a fronte di un 22% della Fiom e di un 7% del Cobas. Era questa la base da cui partiva il SI in fabbrica.
In partenza le condizioni non erano le più favorevoli di questo mondo, inoltre a differenza di Pomigliano, che è la fabbrica più giovane del gruppo Fiat (età media 33 anni) a Mirafiori l’età media è di 46 anni.
In molti si domandavano come avrebbero votato quel 20% di lavoratori (circa 1.100) vicini alla pensione.
Infine non era Mirafiori lo stabilimento che aveva mostrato negli ultimi anni, il più alto livello di combattività, era risaputo che il livello di partecipazione agli scioperi languiva da tempo. Lo si era visto negli scioperi generali come nella manifestazione del gruppo Fiat che si era tenuta il 16 maggio del 2009 proprio a Torino.
Le ipotesi più ottimistiche vedevano nel 38% di NO di Pomigliano l’obiettivo massimo che poteva essere raggiunto, ma molti si sarebbero accontentati del 30% che era la base di consenso che avevano i sindacati del No all’interno della fabbrica. Come ha detto un delegato davanti ai cancelli: “se teniamo il 30% allora si lascia aperta una speranza per il futuro”.

I compagni di Pomigliano e il clima ai cancelli


Giovedì 13 gennaio una delegazione da Pomigliano è arrivata ai cancelli accolta da un clima generale di entusiasmo, in distribuzione oltre al volantino della Fiom c’era quello dei compagni del circolo del Prc della Fiat di Pomigliano.
I lavoratori prendevano i volantini e li conservavano con cura con l’intenzione di leggerli tutti. Poche volte chi scrive ha visto un uditorio così attento ad ascoltare le ragioni di coloro che si presentavano ai cancelli: c’era voglia di informarsi, di saperne di più non solo sul referendum alla Fiat, anche il materiale politico disponibile era accolto con grande interesse.


I compagni di Pomigliano mentre volantinano davanti ai cancelli

Erano piuttosto infastiditi dalla quantità impressionante di reporter e tv presenti alla porta 2, che a ogni piè sospinto domandavano che voto avrebbero espresso, ma vedevano con piacere la presenza dei militanti, degli ex operai andati in pensione che venivano a portare la solidarietà, degli studenti che si presentavano per sostenerli.
La pressione era veramente tanta ed è così che qualcuno è sbottato, come la lavoratrice ripresa da Rai news, che non voleva essere intervistata ma che insistentemente sollecitata dalla reporter che le chiedeva cosa avrebbe votato alla fine non ce l’ha fatta più, si è voltata di colpo e infuriata le ha urlato in faccia: “Voto NO, voto NO con orgoglio”, alla replica della giornalista: “Se vota NO, lui leva la fabbrica”, la risposta è stata: “E se ne vada, se ne vada a fare in c.”.
L’ espressione del suo viso pronunciando quelle parole hanno fatto venire la pelle d’oca a più d’uno dei presenti.
Un ambiente che definirei elettrizzante con discussioni interminabili che continuavano nel bar di fronte alla porta 2, gestito da un ex operaio Fiat che accoglieva tutti come fratelli, teneva esposti i volantini del NO e ci portava il caffè fin davanti ai cancelli.
Se Pomigliano ha aperto la strada, il referendum di Mirafiori rappresenta senza ombra di dubbio un passaggio qualitativo ulteriore nella presa di coscienza dei lavoratori di questo paese.
In tutta Torino non c’era un solo bar in cui non si parlasse di questa vicenda tra gli operai, i commercianti, le casalinghe: ho visto con i miei occhi dei signori in giacca e cravatta manifestare tutto il loro disappunto verso Marchionne e il loro sostegno alla Fiom, a uno di questi ho sentito dire: “se ci fosse ancora Giovannino Agnelli tutto questo non sarebbe mai successo…”.
Una tesi che non sottoscrivo, ma che cito per dimostrare come anche la borghesia torinese abbia vissuto con disagio l’operazione Marchionne, ne teme le conseguenze (su questo basta leggere la Stampa), come le teme gran parte di Confindustria che è consapevole che espellere la Fiom dalle fabbriche è una follia che rischia di accentuare la radicalità dei conflitti nei luoghi di lavoro.
A portare la solidarietà ai lavoratori di Mirafiori il venerdì 14 sono arrivati anche i lavoratori della Ferrari, che come i loro compagni di Pomigliano hanno distribuito un volantino di solidarietà.
Il clima tra i compagni al presidio, una volta che si sono allontanati quelli del fronte del SI (pochi per la verità), era di forte solidarietà, una gran voglia di riscatto.
Poche volte si è visto un clima così unitario e di fraterna amicizia tra compagni di sigle sindacali differenti (Fiom, Usb, Cobas, Slai), che anche nel recente passato avevano avuto polemiche frontali.
A dimostrazione di come la lotta unisca e crei le condizioni per superare le contrapposizioni sindacali tra le forze che oggi si collocano nel fronte del NO. L’adesione di molte sigle del sindacalismo di base alla data dello sciopero della Fiom del 28 gennaio, è la dimostrazione più evidente di questo processo.

Le assemblee in fabbrica


Alle assemblee dentro la fabbrica il fronte del SI non ha partecipato, non hanno voluto confrontarsi direttamente con la Fiom che si è ritrovata così da sola ad esporre le proprie posizioni di fronte ad assemblee partecipatissime. Secondo Ugo Bolognesi, ex delegato Fiat, attualmente funzionario della Fiom, non si vedeva da tempo un ambiente così attento e partecipato particolarmente a quella del mattino, un po’ più controversa e dubbiosa quella del pomeriggio ma sicuramente eccellente, con oltre 700 lavoratori presenti, Landini interrotto da 5 o 6 standing ovation.
I sindacati del SI hanno convocato i loro militanti nella chiesa di fronte a Mirafiori ma le loro assemblee sono andate deserte, sinceramente non ci aspettavamo niente di diverso.
Alcuni lavoratori e lavoratrici all’uscita dall’assemblea tenuta dalla Fiom erano entusiaste. Ho notato che quando parlavano di Landini, i loro occhi si illuminavano. Non si vedeva quello sguardo di ammirazione verso un dirigente sindacale da tanti, troppi anni dentro una fabbrica.
Maurizio Landini il giorno dopo il referendum è stato accolto da una standing ovation (magari meno sincera) anche dal direttivo nazionale della Cgil, ed è lì che si è consumata la sconfitta della Camusso, che ha dovuto abbozzare, ritirando la richiesta alla Fiom di dare una firma tecnica all’accordo.
Quello su cui la sinistra sindacale non è passata è rispetto alla convocazione di uno sciopero generale. Coerentemente con questo la Cgil che vogliamo ha votato contro il documento finale.
Come ha detto lo stesso Landini al congresso della Federazione della sinistra, se i lavoratori di Pomigliano e quelli di Melfi non avessero dato la risposta che hanno dato, probabilmente la Fiom non avrebbe mai convocato la manifestazione del 16 ottobre, ed è proprio questo il punto su cui insistere.
La Fiom sta svoltando a sinistra sotto la pressione del movimento da una parte e di Marchionne dall’altra che l’ha messa con le spalle al muro e ha provato a cancellarla dal quadro sindacale.
Ma non si cancella facilmente un’organizzazione sindacale che ha 110 anni e ha fatto la storia del movimento operaio di questo paese, neanche sotto i colpi della peggior crisi economica. Forse questa lezione Marchionne l’ha imparata.
La Fiom è in piedi, viva, vegeta e più forte che mai e tutti nel movimento oggi gli riconoscono un ruolo di direzione, non solo gli operai, ma i precari, gli studenti, gli immigrati che si stanno mobilitando in questi mesi in ogni angolo del paese.
La Fiom a prescindere dalla sua volontà non gioca più solo un ruolo sindacale ma pienamente politico. Deve solo prendere coscienza di questo dato di fatto.

Il bivio di fronte al movimento


Ora le scadenze fondamentali che il movimento ha di fronte sono lo sciopero del 28 gennaio e l’assemblea nazionale della Fiom del 3 e 4 febbraio. Non dubitiamo che attorno a queste date si mobiliteranno altre categorie sindacali, i sindacati di base, gli studenti, i precari, gli immigrati.
La differenza fondamentale rispetto ai precedenti movimenti (si pensi a quello di Genova) è che oggi nessuno mette più in discussione la centralità della classe operaia, il ruolo della Fiom e la funzione decisiva che le grandi fabbriche (a partire dai lavoratori della Fiat) giocano in questo processo.
Il gruppo dirigente della Cgil tornerà presto alla carica sulla questione del patto sulla produttività e ci sarà una pressione enorme sul gruppo dirigente della Fiom e sulla sinistra interna per piegarsi alla logica delle compatibilità.
Se la Fiom non vuole arretrare nei prossimi mesi non può far altro che avanzare nella direzione intrapresa.
Bisogna puntare in primo luogo alla saldatura dei movimenti. Si stanno moltiplicando in tutto il paese le iniziative in questo senso. La piattaforma Uniti contro la crisi, pur con tutti i suoi limiti è un’espressione di questo processo, ma ciò che conta di più sono le iniziative comuni che si moltiplicano alla base: gli attivi  della Fiom aperti agli studenti, i delegati della Fiom che vanno a parlare nelle scuole e nelle università. La Fiom che apre la propria piattaforma alle richieste dei migranti, alla questione del salario sociale, alle tutele per i lavoratori precari.
Attorno a queste iniziative si possono tessere relazioni tra soggetti diversi, che nessuna forza politica a sinistra oggi è in grado di unificare dando vita a un polo della sinistra di classe, in grado di tracciare una linea di difesa contro il massacro sociale prodotto dalla crisi, di cui c’è più bisogno che mai.
Rinaldini e Landini, lo diciamo con tutto il rispetto di questo mondo, non possono far finta di credere che questa aspettativa che si è generata attorno a loro non li riguardi, o pensare che tatticamente sia poco conveniente dare risposte su questo terreno nell’ottica del dibattito interno alla Cgil.
Per quanto importante il dibattito interno al più grande sindacato italiano, oggi c’è in gioco molto di più.
È la sopravvivenza dell’idea stessa di movimento operaio che viene aggredita con ferocia da un capitalismo marcescente, che scarica la sua crisi sulle classi subalterne.
Da questo punto di vista non c’è leader politico che con soluzioni salvifiche può aiutare i lavoratori, sono loro stessi che salvando le proprie organizzazioni e trasformandole possono salvare il futuro della classe operaia e con essa dell’intera società.
Solo mostrando quel coraggio che in questi giorni hanno avuto i lavoratori di Mirafiori e prima di loro quelli di Pomigliano c’è una speranza per il sindacalismo di classe e per la sinistra in questo paese.

 

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