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"Era il miglior accordo possibile. Di più non era possibile ottenere altrimenti l'azienda avrebbe rotto il tavolo". Queste parole (usate durante le assemblee svolte giovedì 4 dicembre dai rappresentanti di Fim-Fiom-Uilm-Ugl per giustificare l'ipotesi di accordo siglata la sera prima), più di ogni altra sintetizzano il senso dell'esito della vertenza. Pur essendo in presenza di una lotta esemplare e senza precedenti negli ultimi anni da parte dei lavoratori. Nonostante uno sciopero ad oltranza che andava avanti da oltre 35 giorni, si è permesso ancora una volta che a tenere in mano il pallino della partita fosse il padrone perchè terrorizzati che potesse "rompere il tavolo".

da Radiofabbrica.it

Il risultato di questa paura è stato la firma di un accordo che è nella sostanza quello stesso lodo Guidi respinto due mesi fa con in più un formale quanto aleatorio impegno dell'azienda a tener in vita entrambe le produzioni (caldo e freddo) per 4 anni. Non è di certo un caso se, nelle assemblee, nessuno davanti ai lavoratori AST si sia azzardato a usare toni trionfalistici ma ci si è limitati ad un più caustico l'accordo è dignitoso...

Chi conosce il sindacalese sa bene cosa si intende con questo genere di espressioni.

Qualche settimana prima dell'intesa il compagno Landini, segretario della Fiom, aveva perentoriamente e giustamente dichiarato: Non possiamo accettare una piattaforma che prevede licenziamenti e diminuzione dei salari'.

Ancora qualche giorno fa, durante l’ultimo Comitato Centrale (ad accordo ormai firmato), egli ha ribadito che l’accordo non prevede né esuberi né riduzioni delle retribuzioni.

I testi e i fatti però stanno a dimostrare l’esatto contrario.

Che l’accodo faccia acqua da tutte le parti lo ammettono i sindacati stessi. Neanche 10 giorni dopo la firma, i segretari locali di Fim-Fiom-Uilm sono stati costretti a dichiarare che quello dell’azienda è “complessivamente un atteggiamento di potenziale inadempienza rispetto a quanto discusso e definito in sede ministeriale” (Umbria24 del 11/12/2014).

Una volta ottenuto il suo obbiettivo principale, la fine dello sciopero a oltranza, l’azienda ha da subito iniziato a fare quello che ha voluto. Ma da un padrone che ha più volte dimostrato di non avere scrupoli cosa altro ci si poteva aspettare in queste circostanze? Per questo i vertici sindacali hanno responsabilità ancora più gravi sia per aver accettato questo accordo e sia per aver posto fine alla lotta.

 

Esuberi e riduzione del salario

L’accordo siglato al ministero prevede una mobilità su base volontaria per 140 lavoratori che, sommati ai 150 che già avevano accettato l’incentivo all’esodo aziendale, fanno un totale di 290 posti di lavoro in meno. Questo numero è esattamente identico a quello proposto nel lodo Guidi, che all’epoca venne respinto dai sindacati perché, si diceva, con 290 lavoratori in meno di fatto l’azienda avrebbe iniziato un percorso inesorabile verso la dismissione. Verrebbe da chiedersi come mai il 3 dicembre si è accettato quello che si è rifiutato l’8 ottobre.

Ma la beffa è ancora più grande se si tiene presente che, ad oggi, il numero di coloro che se ne sono andati è arrivato attorno ai 400. Infatti, al momento del referendum, si è constatato che il numero dei dipendenti AST era già sceso sotto ai 2400 (soglia ritenuta minima ed invalicabile che i vertici aziendali avevano garantito non voler ulteriormente ridurre). Al 16 dicembre si contavano 2389 dipendenti. Oggi sono ancora meno e la tendenza è a diminuire ancora. Come tutto ciò sia possibile lo racconta candidamente il responsabile del personale AST, Arturo Ferrucci, confermando in data 11 dicembre che il programma di uscita incentivato (che è altra cosa dalla mobilità siglata in sede ministeriale e che ovviamente è gestito interamente ed unilateralmente dall’azienda) resterà aperto fino al 3 aprile 2015.

In queste condizioni non è un caso che, su una delle due linee a caldo, i turni siano stati ridotti da 21 a 15. Il paradosso è che fu proprio l'opposizione degli operai a questa riduzione di turni che diede inizio ai 35 giorni di sciopero ad oltranza.  A ottobre questo provvedimento aziendale era ritenuto giustamente l’anticamera della chiusura delle lavorazione a caldo e quindi l’inizio della fine dello stabilimento, perché oggi non più?

Sul versante salariale poi, la questione ha assunto dinamiche a dir poco grottesche. Come si possa sostenere che i livelli retributivi non sono stati toccati (quando l’accordo prevede una riduzione dei costi per la contrattazione aziendale dai 17 milioni di euro precedenti a circa 8,2 milioni attuali) è un mistero. Cosa invece l'azienda intenda, lo ha prontamente chiarito. Da un lato sono spariti dal salario aziendale sia le voci PRA (parte consolidata) che PPS (parte variabile), con una perdita trimestrale che va dai 180 ai 300 euro a testa per lavoratore. In più sono sparite anche le quote di salario fisso legate alla professionalità (il cosiddetto “0,5”). In tutto questo, il paradosso è che i vertici sindacali si stanno lamentando pubblicamente di come l’azienda non stia mantenendo la promessa fatta sul tavolo ministeriale di riconoscere ai lavoratori almeno i 180 euro del premio.

Peccato che questa promessa sia stata fatta solo verbalmente. C'è bisogno di scomodare i latini per ricordare che verba volant?

L’azienda ha provveduto a ribadire che quei soldi erano parte di un accordo “vecchio e ormai disdettato” . Dal suo punto di vista in effetti non fa una piega. Viene piuttosto da chiedersi da quando in qua un sindacato accetta come valide le promesse dei padroni senza metterle per iscritto. Se si pensa che sul salario questo sia tutto e che almeno il “vecchio” premio di 723 euro erogato a luglio di ogni anno resti invariato, fisso e sicuro, ci si sbaglia di grosso. L’azienda precisa prontamente che “il nuovo accordo prevede il pagamento, a luglio 2015, di una somma tutta da definire” (Umbria24 13/12/2014). In effetti, se si legge con attenzione il testo siglato il 3 dicembre in merito, si noterà che quello che prima era un “Premio di Produzione” ora è stato trasformato in un “Premio di Produttività”. In sindacalese purtroppo i termini sono molto importanti e soprattutto non sempre sono sinonimo, anzi quasi mai.

 

Abbandono di precari e lavoratori delle ditte esterne

Un altro punto grave dell’intesa è la totale rinuncia a qualsiasi accordo di salvaguardia per i lavoratori delle ditte esterne. Il testo si limita infatti a trascrivere quanto previsto dal CCNL metalmeccanici, il quale al di là di impegni verbali e buoni propositi non garantisce nulla ai dipendenti delle ditte appaltatrici.

Fin da principio la lotta per la difesa delle acciaierie di Terni è stata portata avanti fianco a fianco dai dipendenti AST e dai dipendenti delle 26 ditte esterne operanti nel sito. Durante ogni fase i vertici sindacali hanno garantito che la vertenza sarebbe stata una sola e unica per tutti. Alla fine invece le cose sono andate in maniera diametralmente opposta. Il mancato inserimento della clausola di salvaguardia avrà ora delle conseguenze drammatiche per quei lavoratori. Thyssen ha già avviato trattative al ribasso con ciascuna ditta esterna per ottenere una riduzione dei costi di almeno il 20% a partire da settembre 2015. Ciò significherà senza dubbio ricatti, perdita di posti di lavoro nonché un pericolo enorme di infiltrazione di ditte legate alla malavita organizzata. Non è un caso se tra i 1200 dipendenti degli appalti, ad un referendum che per loro aveva valore solo “consultivo” (aggiungendo così al danno la beffa), si sono presentati al voto solo in 173, ovvero il 15%…e Cgil-Cisl-Uil locali hanno anche avuto il coraggio di esprimere “soddisfazione per quello che è un percorso nuovo” (Umbria24 19/12/2014).

Anche per tempi determinati e apprendisti non vi è nulla di certo. Il testo si limita laconicamente a scrivere che essi “non sono considerati ai fini della determinazione dell’esubero strutturale dell’azienda”. Decisamente troppo vago per essere una rassicurazione di rinnovo dei loro contratti.

 

Quali garanzie di investimenti?

Il grande fumo negli occhi di questo accordo sarebbero le garanzie avanzate dall’azienda di conservare il sito produttivo di Terni e anzi di rilanciarlo. In realtà l’impegno da parte aziendale di investire in 4 anni circa 130 milioni di euro complessivi risulta davvero uno specchietto per le allodole. Non solo perché non vi è alcun dettaglio su come verranno spesi questi soldi, ma soprattutto perché questa cifra è palesemente insufficiente. Chiunque sia nel settore sa che quelle cifre bastano a malapena per la gestione ordinaria dell’impianto e che la mole di denaro necessaria per fare davvero investimenti di rilancio è ben altra. È la stessa storia di Terni a dimostrarlo. Quando nel 2004 si dismise la lavorazione del magnetico, per rilanciare lo stabilimento furono spesi almeno 600 milioni di euro. Non solo. Sul capo della AST pende ora la spada di Damocle di una indagine per disastro ambientale che se confermata, come tutti i rilevamenti dimostrano, dovrebbe portare l’azienda a impiegare quantità enormi di denaro per rimediare ad una situazione che se non è paragonabile a quello dell’ILVA a Taranto poco ci manca.

Infine, la domanda più banale ed elementare che sorge spontanea è la seguente: come si può pensare di rilanciare uno stabilimento nel quale si sta accettando di allontanare ben 400 dipendenti senza avere alcuna intenzione di rimpiazzarli?

Non è certo un caso se la rete commerciale del sito ternano verrà gestita direttamente dalla sede tedesca e se si è avviata una diaspora di dirigenti aziendali culminata con le dimissioni di Luca Italia che nella struttura commerciale di AST era una figura chiave. Come si può pensare davvero, in una logica capitalista, di rilanciare l’acciaieria umbra senza una vera struttura commerciale? Semplicemente non si può. Punto e basta.

Se tutto questo non bastasse a gettare ancora più benzina sul fuoco sono arrivate le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Thyssen, Heinrich Hiesinger. Non più tardi del 22 novembre, sul giornale Suddeutsche Zeitung, l’AD ha affermato che “il gruppo acciaio Thyssen non esiste più” avanzando la possibilità concreta che il gruppo ceda il settore siderurgico al migliore offerente con conseguenze così preoccupanti per tutti i dipendenti che pure gli operai tedeschi del sito di Duisburg sono scesi in sciopero!

Come non tener conto di tutto questo in una trattativa che si è chiusa due settimane più tardi? Come poter credere alle promesse ed alle favole di un’azienda che ha dimostrato in ogni momento di non essere minimamente interessata alla produzione o al destino dei lavoratori ma solo ai propri profitti?

 

Quale alternativa?

Dopo questa lunga analisi non possiamo che ritenere francamente fuori luogo i toni trionfalistici usati dalla Fiom per descrivere questo accordo. Per affermare la bontà dell'accordo si sbandiera l'esito del referendum che ha visto al voto l'80% dei dipendenti AST e una vittoria schiacciante dei "sì". Pur rispettando e riconoscendo l'esito della consultazione, ci permettiamo di far rilevare che quando si è chiamati a scegliere tra un accordo per 290 esuberi "volontari" e un non accordo per 550 esuberi imposti dall'azienda è facile prevedere l'esito della consultazione. Il peso del ricatto e della pressione aziendale, una volta terminato lo sciopero, ha fatto il resto.

Non possiamo nemmeno accettare che ci si dica che criticare questa intesa significa mancare di rispetto alla dura lotta dei lavoratori della Thyssen. Sostenere queste argomentazioni è non solo strumentale ma fuorviante. In questo modo semplicemente si vuol rifiutare di discutere del merito. É proprio perchè riteniamo la lotta degli operai ternani meravigliosa ed esemplare che critichiamo questo accordo. Tanto eroismo e tanto coraggio meritava una conclusione ben migliore di questa!

A meno che non ci si dica appunto, come detto ai lavoratori in assemblea, che non era possibile ottenere di più. Allora si pone la questione di fondo di tutta la vertenza. C’erano alternative a un accordo che ha avuto come unico effetto quello di fiaccare il fronte di lotta operaio?

La risposta che fin dall’inizio abbiamo provato a dare è che sì, un’alternativa, una sola, c’era eccome. Quella di occupare davvero la fabbrica (perché al contrario di quello che pensa il compagno Landini, occupare è ben diverso che presidiare ad oltranza i cancelli dall’esterno). Usare l'autogestione come forma di lotta volta a dimostrare che gli operai non hanno bisogno del padrone per mandare avanti una fabbrica. Rivendicarne l'esproprio senza indennizzo e la nazionalizzazione sotto controllo operaio.

Più volte ci è stato detto che siamo dei sognatori, che tutto questo non sarebbe stato possibile. Alcuni avanzando argomentazioni "tecniche" perchè occupare avrebbe posto il problema della sicurezza e salvaguardia degli impianti. Altri avanzando la sempre verde tesi, dall'alto della propria saccenteria, che gli operai non sarebbero stati in grado di occupare la fabbrica perchè troppo immaturi politicamente. A queste argomentazioni, prima che nel merito, rispondiamo dicendo che è davvero mancanza di rispetto verso i lavoratori nascondere se stessi e le proprie paure dietro ai presunti limiti della classe operaia.

Da un punto di vista tecnico, sono 130 anni che i lavoratori di Terni mandano avanti l'acciaieria, affrontando e risolvendo anche i problemi della sicurezza. Se la fabbrica fosse stata occupata, i lavoratori avrebbero semplicemente continuato a fare quello che hanno sempre fatto da un secolo a questa parte.

Da un punto di vista del livello dello scontro, come si può pensare davvero che lavoratori che hanno avuto il coraggio di sequestrare per 16 ore l'AD Lucia Morselli nel suo ufficio e di scioperare ad oltranza per oltre un mese non avessero la coscienza o il coraggio per occupare la fabbrica? Se vogliamo essere davvero sinceri, oltre ad ammettere che in maniera neanche troppo sotterranea questa discussione è stata ben presente tra gli operai, l'ora X per occupare, l'occasione per prendere lo stabilimento c'è stata eccome. Quando? La notte del 11 novembre quando dopo l'ennesimo incontro andato a vuoto al MISE, duemila operai si sono riversati su viale Brin dando fuoco a portinerie e scatenando una rivolta senza precedenti. Sarebbe stato sufficiente che un dirigente della Fiom con un minimo di autorevolezza ai loro occhi intervenisse per dire di occupare, e oggi saremmo di fronte ad un altro scenario. Certo anche la Fiom avrebbe dovuto assumersi la responsabilità politica di questa azione. Non avrebbe potuto e dovuto sottrarsi a un tale compito, altrimenti a cosa serve un sindacato di classe?

Il punto è che invece i vertici sindacali hanno sempre voluto rifuggire questa discussione. Piuttosto che parlare di occupare la fabbrica, il 12 novembre si è persino preferito portare i lavoratori ad occupare la A1! 

Inutile dire che la AST occupata, nel momento in cui si stavano svolgendo le lotte contro il jobs act, avrebbe cambiato letteralmente i rapporti di forza a livello generale e Terni sarebbe diventato il punto di riferimento ed il modello per tutti i lavoratori in lotta.

Certo, questo sviluppo avrebbe avuto anche un significato politico ben preciso. Occupare la fabbrica avrebbe significato mettere in discussione la proprietà privata. Avrebbe cioè messo in discussione chi comanda in fabbrica e quindi avrebbe portato, su un piano generale, a mettere in discussione chi comanda nella società. Se i padroni o gli operai. Ma proprio questo è il senso vero anche di questa battaglia. Con l'attuale livello di crisi le contraddizioni sociali, politiche ed economiche sono tali che ad ogni vertenza il movimento operaio si trova davanti ad un bivio. O si mettono in discussione le regole del gioco e quindi il mercato e la proprietà privata o si capitola alla volontà del padrone.

Ci auguriamo che la lotta degli operai di Terni rappresenti un patrimonio e una lezione preziosa per tutti e che tutti traggano le necessarie conclusioni dal suo epilogo, soprattutto in Fiom. Per parte nostra non possiamo che ringraziare dal profondo questi lavoratori per la quantità innumerevole di cose che ci hanno insegnato con il loro esempio. 

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