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Lunedì mattina, 23 maggio, ancora prima che l'amministratore delegato di Fincantieri, Bono, abbia finito di esporre a Roma i contenuti del piano industriale, in fabbrica si capisce che i progetti dell'azienda sono decisi: chiusura totale e definitiva del cantiere di Genova Sestri Ponente e di Castellammare di Stabia e forte ridimensionamento del cantiere di Riva Trigoso, nel levante ligure.

A Genova il piano significa il licenziamento dei 770 addetti di Fincantieri e conseguenze pesantissime sull'indotto con un numero stimato di settemila lavoratori che si ritroverebbero disoccupati dall'oggi al domani. Appena appresa la notizia i lavoratori escono dal cantiere proclamando uno sciopero spontaneo e bloccando un’importante arteria del traffico cittadino. È immediatamente avvertibile l'enorme rabbia di chi sa che perdere quel lavoro significa fame e miseria, anche perché  negli anni, la deindustrializzazione del tessuto produttivo della città è andato avanti a ritmi forsennati.

Al presidio accorrono anche politici di tutti gli schieramenti, evidentemente più interessati a salvare la faccia davanti agli operai in rivolta che al destino di quei lavoratori. Perché tutti, dal sindaco Vincenzi al presidente della regione Burlando fino al capogruppo in regione della Lega nord Rixi, capiscono che di fronte alla determinazione operaia, lo schierarsi dalla parte dell'azienda significa perdere ogni possibilità di consenso in una città che vede la lotta di Fincantieri come una lotta per garantire un futuro a tutti i lavoratori genovesi. Poco importa se la Lega è al governo ed è quindi direttamente responsabile (a partire dalla nomina stessa di Bono) della situazione disastrosa in cui versa il settore della cantieristica in Italia. E altrettanto poco importa se la giunta di centro sinistra in regione ha molto più a cuore la speculazione edilizia sulle coste liguri del mantenimento di siti produttivi che possano garantire occupazione. La giornata di lunedì finisce in un crescendo, sia dal punto di vista della partecipazione al presidio sia da quello del livello di radicalità che gli operai esprimono, e con la promessa di ritrovarsi il mattino seguente per raggiungere in corteo la prefettura.

Alle 8.30 di martedì davanti ai cancelli ci sono già centinaia di lavoratori. Gli slogan, ma anche le facce di quelle persone, indicano che si è disposti a tutto pur di difendere il cantiere dalla chiusura. Lungo i quasi dieci chilometri del corteo accade il fatto probabilmente più importante di questa giornata. Ogni volta che la manifestazione passa davanti ad un'azienda trova lavoratori e Rsu di quelle realtà che escono dagli stabilimenti e si uniscono al corteo. Succede con i lavoratori della Piaggio Aero, con quelli della Selex e della Elsag (due aziende di Finmeccanica per le quali è prevista la fusione con conseguenti 600 esuberi),  succede soprattutto con quelli di Ansaldo e Ilva.

A metà percorso il corteo non è più solo degli operai Fincantieri ma una manifestazione di massa dei lavoratori industriali di questa città e tutti capiscono che sulla partita cantieri navali si gioca il futuro di tutti i lavoratori di Genova. Si arriverà, un'ora e mezza dopo, davanti alla prefettura con, se possibile, ancora maggiore determinazione di quando si era partiti. Davanti al palazzo del governo succede quello che spesso siamo abituati a vedere. Si chiede lavoro, un salario e una vita dignitosa e in cambio si ottengono manganellate. Cariche selvagge della polizia a cui i lavoratori hanno opposto un legittima autodifesa. A Genova inizia ad essere un'abitudine, considerate le cariche della polizia contro gli studenti  durante lo sciopero generale del 6 maggio, e chissà che non sia il preludio delle intenzioni di questo governo per il decennale del  G8 del 2001. Ma nonostante tutto i lavoratori non se ne vanno.

Qualche ora dopo, arrivata la notizia che il governo ha fissato un incontro il 3 giugno con azienda e sindacati, il presidio si scioglie. Un lasso di tempo lungo che probabilmente il governo spera basti a stemperare gli animi. Ma se questa è la speranza è destinata ad essere delusa, perché è evidente che gli operai visti in piazza oggi non sono disponibili ad accettare passivamente quello che l’azienda vuole imporre, chiusura o “marchionizzazione” dei cantieri che sia.

I prossimi dieci giorni anzi dovranno servire per organizzare ancora meglio la mobilitazione e per poter discutere quelle che sono le alternative al piano di Bono e come poterle realizzare. Sarà anche su questo punto che si misurerà la capacità del gruppo dirigente della FIOM. Perché è evidente che se non si mette in discussione l’intero impianto del governo sulla cantieristica la forza propulsiva di questa mobilitazione può subire un rallentamento.

È necessario che si inizi da subito a discutere di cosa fare e come farlo se il 3 giugno il governo confermerà la chiusura dello stabilimento genovese, discutendo coi lavoratori la possibile alternativa. In questa discussione non si potrà tenere fuori la questione della lotta contro la privatizzazione di Tirrenia la quale anzi va rilanciata per garantire collegamenti con le isole a prezzi ragionevoli (è di pochi giorni fa lo scoppio dello scandalo del sostanziale raddoppio delle tariffe per e dalla Sardegna) e continuità occupazionale ai lavoratori dei traghetti. Una Tirrenia pubblica che può fornire commesse a una Fincantieri finalmente liberata dai manager che lavorano alla sua liquidazione.

E dato che questi manager hanno dimostrato la loro totale incapacità nel gestire quello che fino a poco tempo fa era un fiore all’occhiello dell’industria di questo paese, allora forse non è così fuori luogo iniziare a pensare che i cantieri debbano essere gestiti da chi li conosce meglio di chiunque altro, quegli operai che oggi hanno dimostrato un coraggio e una determinazione che sarà di esempio per tutti i lavoratori che scenderanno in lotta nei prossimi mesi.

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