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Parte da Fincantieri la nuova stagione di privatizzazioni, la prima a guida Renzi. Si è chiuso da qualche giorno l’iter che ha portato la società leader a livello mondiale nella produzione di navi alla quotazione in borsa. La privatizzazione è avvenuta sia attraverso un aumento di capitale da 600 milioni di euro, sia attraverso la vendita di azioni da parte della Fintecna (Cdp) a cui è rimasto poco più del 50%, per circa 100 milioni di euro che finirebbero nelle casse dello Stato, pochi spiccioli! La società chiude il 2013 con 3.811 miliardi di euro di fatturato e ha commesse per 6 miliardi di euro.

 

Ne parliamo con Antonio Santorelli, responsabile per la Fiom napoletana della cantieristica e dell’area di Torre Annunziata – Castellammare di Stabia.

 

Partiamo dalla quotazione in Borsa. Come valuti quello che sta avvenendo?


 C’è una ristrutturazione complessiva in atto e si tratta di capire cosa avverrà dopo la quotazione, perché secondo me c’è un nesso diretto tra questa e la scelta di ristrutturare. Per capirci, tu le quotazioni sul mercato le hai nel momento in cui vai a intervenire sulle risorse umane, come dimostra il caso Alitalia. Tutta la questione di tenere poco più del 50% dell’iniziale 99,36% non convince. Io penso che nelle loro intenzioni, da qui a non molto, questo significa mettere Fincantieri completamente sul mercato, visto che l’industria pubblica è sotto attacco. Il passaggio di Moretti ad Ansaldo la dice lunga da questo punto di vista. C’è una scelta politica di demandare tutto al mercato. Nel momento in cui si guarda a questo io ho tantissime preoccupazioni, al pari dei lavoratori. È bene ricordare che l’esubero iniziale delle 2.800 unità non è mai stato smentito.
Preoccupa anche l’acquisizione da parte di Fincantieri dei cantieri coreani Stx, si tratta di 10-12 cantieri che hanno comportato un investimento di un miliardo di euro. A detta dell’amministratore delegato Bono questo non dovrebbe intaccare le produzioni italiane. Io ritengo che quello che facciamo noi nel nostro paese, pochissimi sono in grado di farlo. Un paese come la Cina che guarda a noi, e per le imbarcazioni da diporto, ma anche e soprattutto per le imbarcazioni medio-grandi la dice tutta, e a me preoccupa anche da questo punto di vista, la prospettiva che si apre.
Nel nostro territorio un mesetto fa sono venuti gli arabi, alcuni giorni fa sono venuti i cinesi; sono dei segnali chiari e precisi del modo in cui soprattutto il Sud-est asiatico guarda alle nostre produzioni.


Come già accennavi tu prima, Bono sostiene che non ci saranno ulteriori tagli sul terreno occupazionale. Qual è lo stato dei cantieri in Italia?


Non è delineato il percorso complessivo del gruppo. Pare che ci siano delle novità ma concretamente non si vede ancora niente. A livello mondiale, Fincantieri dovrebbe essere, a detta di Bono, un gruppo che nei prossimi anni dovrebbe costruire più navi. Bisogna aggiungere che ad oggi la crisi della cantieristica a livello mondiale è davvero molto marcata. In questa fase la coperta è corta, lo dimostra il fatto che in Italia abbiamo alcuni cantieri completamente fermi ed altri che riescono a tenere i cancelli aperti ma non hanno ancora lavorazioni in grado di saturare i singoli opifici. L’unico cantiere che non ha problemi è Monfalcone perché là si fanno le mega città galleggianti, le navi da crociera. Pare che ci sia la scelta da parte di Msc di fare alcune navi con Fincantieri, vedremo...


Cosa dice il sindacato su questa vicenda?


Il sindacato sulla questione è in enorme ritardo, non solo rispetto alle missioni produttive, ma rispetto alle prospettive da qui ai prossimi anni. Sono critico nei confronti della Fiom. Non per scaricare le responsabilità, non è mio costume farlo, però la Fiom nazionale è stata del tutto assente in questa partita della quotazione come è stata assente nella partita complessiva di Fincantieri. Ha demandato tutto ai territori, dove è scattato un meccanismo, di questo sono cosciente, del “per ora mi salvo, poi vedremo”. Ed è mancato proprio questo collante, che poteva dare la possibilità di una prospettiva più ampia. Preoccupa il fatto che la Fiom dica che in linea di principio è contraria alla quotazione in borsa, però questa è avvenuta e non abbiamo fatto nulla, anche perché siamo divenuti più deboli dappertutto come effetto della crisi, che sconvolge e travolge non solo collettivamente, ma la singola persona. Questo è avvenuto anche per Fincantieri, a un certo punto della ristrutturazione. Ma anche su questo va ripreso un ragionamento collettivo.


Qual è la situazione a Castellammare di Stabia?


Il problema per Castellammare è capire cosa avviene e che idea c’è da parte della politica campana sull’utilizzo dell’area di Fincantieri. Sono stati stanziati 154 milioni per il porto di Napoli, che pare debba servire come porto logistico dell’intera area del Mediterraneo. Questo significa che le aziende che occupano quell’area e fanno riparazioni navali dovrebbero trovare altre allocazioni. Fincantieri, ovviamente, dice di voler continuare a costruire navi, ma il problema è capire quale sarà la missione produttiva per Castellammare e ad oggi a noi non è dato saperlo.
Ultimamente c’è stata la produzione di due pattugliatori per la Guardia costiera, sembra ci sia l’indicazione di massima di produrre imbarcazioni di medie dimensioni e molto probabilmente Castellammare sarà utilizzato per navi militari. Si parla di un investimento per un’officina di tubisteria che dovrebbe servire l’intera Fincantieri.
Io ribadisco che noi siamo un cantiere che ha una storia, la storia più antica delle costruzioni navali del nostro paese e noi pensiamo che si debba continuare a mantenere la vocazione di un cantiere orientato alla costruzione di navi medio-grandi. Castellammare è un cantiere all’altezza degli impegni presi, non a caso si sta costruendo una nave di 140 metri che è costata tantissimi sacrifici ai lavoratori e che ha dimostrato che anche su produzioni sperimentali siamo in grado di rispondere alle richieste del mercato. 


Quali sono secondo te le prospettive per la cantieristica in Italia?


I lavoratori di Fincantieri le navi le sanno fare, l’hanno dimostrato in questi anni. Credo sia arrivato il momento di investire nei settori strategici come fanno altri paesi europei. È necessario intervenire direttamente sul terreno industriale, perché se penso ad alcune realtà, soprattutto nel Mezzogiorno, o c’è un intervento da parte del governo nei settori produttivi oppure non c’è nessuna ripartenza, perchè io continuo a credere che noi abbiamo un padronato estremamente straccione e poco lungimirante.
In questa crisi paghiamo un prezzo enorme in quei settori in cui l’Italia era leader, proprio perché non c’è stato un impegno da parte degli industriali, soprattutto nell’innovazione, non solo di prodotto ma anche tecnologica. Per esempio nella partita Fiat sarebbe necessario l’intervento diretto dello Stato nel rilevare questo gruppo, visto e considerato che la Fiat ha fatto e continua e fare quello che le pare. Sento più volte questo falso Ministro delle attività produttive, la Guidi, ripetere che bisogna lasciare tutto al mercato: questa filosofia e questa prassi nel nostro paese non ha creato occupazione. Noi perdiamo migliaia di aziende in questi anni di crisi, specie aziende medie e piccole. Quelle che lavorano per l’indotto di Fincantieri hanno attraversato anch’esse una fase di ristrutturazione (a Castellammare passiamo da 72 aziende dell’indotto a 30-35).
Il sindacato dovrebbe rimettere al centro un certo tipo di ragionamento che è stato tralasciato anche dalla stessa Fiom, il discorso sulla cosiddetta mobilità sostenibile, rispetto a cui la cantieristica potrebbe dare un apporto importante. Penso anche al trasporto merci attraverso il mare. Questo significherebbe creare lavoro, non solo per i cantieri, ma per gli stessi porti del nostro paese, tenendo presente che in questo modo, probabilmente, si darebbe un sostegno non di secondaria importanza all’ambiente oltre che all’occupazione.

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