Fincantieri: un bilancio doveroso - Falcemartello

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Si è svolto lunedì 11 febbraio nei cantieri navali di Castellammare di Stabia il referendum sull'accordo firmato nella notte di venerdì 1 febbraio tra Fincantieri, Fim, Fiom, Uilm e Ugl.
L'accordo prevede in cambio dell'impegno dell’azienda a dare continuità produttiva al cantiere, con l'acquisizione di due commesse e investimenti per 10 milioni di euro, una forte riduzione dell’organico e significativi peggioramenti delle condizioni di lavoro.
Si tratta di un ricatto bello e buono nel quale i lavoratori hanno votato con una pistola puntata alla tempia. Nonostante questo, come a Pomigliano, una parte consistente di lavoratori si è schierata contro l’accordo.
L'accordo prevede 270 mobilità, che potrebbero diventare 230 se l'accordo sarà pienamente applicato. Si tratta di mobilità volontarie, ma alla fine della ristrutturazione i dipendenti dagli attuali 613 passeranno a poco meno di 400. Nell'accordo non è specificato nulla rispetto all'indotto, che conta altre centinaia di lavoratori e che inevitabilmente rischia di essere fortemente ridimensionato.
Il referendum ha visto una partecipazione al voto di 481 lavoratori su 613 aventi diritto, circa l'80%, il Sì è prevalso con 320 voti, contro 156 No e 5 schede nulle.
Considerando che la platea degli aventi diritto al voto era di 613 lavoratori il Sì passa solo con il 52% dei consensi effettivi.

Con l'accordo di Castellammare di Stabia si è chiusa una vertenza che ha riguardato l’intero gruppo Fincantieri e che dura da diversi anni. Se è vero che negli ultimi tre anni lo scontro si è fatto più duro, l'intenzione dell'azienda di ristrutturare ha origini più lontane nel tempo. Già nel 2007 la Fiom pubblicava un documento in cui si denunciava la mancanza di investimenti, l'intenzione dell'azienda di quotarsi in borsa e si avvertiva come una tale strategia aziendale avrebbe avuto come unico risultato quello di comprimere con ogni mezzo il costo del lavoro per competere sul mercato internazionale. La quotazione in borsa non si realizzava perché pochi mesi dopo cominciava la crisi economica.
Con l'estendersi della crisi Fincantieri preparava il piano di ristrutturazione che prevedeva il ridimensionamento dei circa 9mila lavoratori in forza, l'aumento dello sfruttamento e la chiusura di due degli otto cantieri a livello nazionale.
Qui iniziano le responsabilità del gruppo dirigente della Fiom, che consapevole dell'inevitabile conflitto che si stava innescando, non ha fatto nulla di serio per prepararsi allo scontro.
All'inizio del 2011 l'amministratore delegato di Fincantieri, Bono, rilasciava una serie di comunicati e interviste per preparare il terreno della ristrutturazione “crisi del mercato, aumento del costo delle materie prime, concorrenza selvaggia dei competitori asiatici”, argomenti ripetuti quasi ogni giorno su stampa e mass media.
Il consiglio d'amministrazione, sostenuto prima dal governo Berlusconi e poi da Monti, forte degli affondi che Marchionne andava sferrando contro la Fiom e i lavoratori del gruppo Fiat, iniziava a parlare più concretamente ed insistentemente di esuberi e di cantieri a rischio.
In realtà il bilancio del 2011, pubblicato nel febbraio dello scorso anno, dopo due anni in negativo mostrava un utile netto di oltre 10 milioni di euro, sicuramente poco ma in netta controtendenza con gli anni precedenti.
Ciò non impediva di avere 2.000 operai in cassa integrazione, diverse migliaia di lavoratori degli appalti lasciati a casa (spesso senza ammortizzatori sociali), poche commesse nei cantieri e l'indisponibilità del governo Berlusconi e dell'amministratore delegato ad aprire un confronto sul piano sindacale.

Le lotte della primavera del 2011

In questo contesto la Fiom nazionale convocava nell’aprile del 2011 l'assemblea nazionale dei delegati di Fincantieri. L'assemblea si concludeva con la convocazione di dieci ore di sciopero, otto il 6 maggio e altre due da decidere a livello territoriale.
La pubblicazione da parte di Fincantieri del piano industriale, che confermava esuberi e siti da chiudere faceva esplodere la rabbia accumulata dai lavoratori costringendo i dirigenti sindacali ad andare ben oltre le dieci ore di sciopero convocate. Nel mese di maggio si assisteva infatti a una mobilitazione non solo degli operai di Fincantieri ma anche, e in alcuni casi sopratutto, dei lavoratori degli appalti, che in tutto il paese sono oltre 30mila.
In particolare a Castellammare e a Genova ci saranno le mobilitazioni più impetuose, occupazione di strade, di aeroporti, e l'occupazione del comune di Castellammare. Giornate che vedranno i lavoratori scontrarsi duramente con la polizia, decine di lavoratori denunciati, e che costringeva il governo a convocare Fincantieri a Roma il 3 giugno. L'amministratore Bono sarà costretto dalla mobilitazione a ritirare il piano industriale. Ritiro che avveniva mentre sfilavano per le strade di Roma migliaia di lavoratori Fincantieri, appalti compresi.
Qui si raggiunge l'apice della lotta degli operai di Fincantieri ma emergono tutti i limiti della direzione nazionale della Fiom che invece di rilanciare la mobilitazione sul piano nazionale con una strategia di lotta centralizzata, consegna nelle mani dei singoli stabilimenti la prosecuzione della vertenza. Da questo momento in poi ogni cantiere si troverà a gestire il confronto con l’azienda in forma separata creando le condizioni per una tragica competizione tra i lavoratori dei diversi cantieri.
Come inevitabilmente accade in questi casi, l'azienda con la tattica del divide et impera avrà buon gioco nel sottoscrivere accordi in un cantiere che farà pesare su tutti gli altri, partendo da quello ritenuto strategico. I guai inizieranno proprio con il cedimento di Monfalcone, che sarà il primo di una lunga serie.

Da Monfalcone a Sestri Ponente

Nel settembre del 2011 viene firmato l'accordo a Monfalcone, un accordo che la Fiom nazionale giudica insoddisfacente, ma che la Fiom locale e la Rsu ratificano dopo le assemblee. Accordo che prevede peggioramenti nelle condizioni di lavoro e 300 esuberi in cambio di nuove importanti commesse.
Poche settimane dopo è la volta della Liguria, viene firmato l'accordo per i cantieri di Muggiano (La Spezia) e Riva Trigoso (Genova). Questa volta si tratta di un accordo separato, la Fiom non firma considerando inaccettabili le condizioni. L'accordo viene comunque ratificato dalle altre organizzazioni sindacali.
Il 21 dicembre la stoccata finale da parte di Fincantieri che firma con Fim, Uilm, Ugl e Failms un nuovo accordo in cui ribadisce l'intenzione di procedere con gli esuberi, utilizzando a man bassa i peggioramenti previsti dal contratto separato dei metalmeccanici. Vengono confermati i due cantieri a rischio chiusura: Castellammare e Sestri Ponente.
La strategia della Fiom nazionale non cambia, la prosecuzione della mobilitazione è lasciata alla forza che ogni singolo cantiere è in grado di esprimere.
Nell'arco di due mesi, dopo molte ore di sciopero, vengono firmati (anche dalla Fiom), tre accordi, Ancona, Palermo e tra metà gennaio e metà febbraio 2012, si riesce a chiudere anche a Sestri Ponente. Fincantieri accetta che i 370 esuberi vengano trasformati in cassa integrazione.
Gli accordi saranno più avanzati di quello nazionale (separato) siglato a dicembre, la mobilità è solo volontaria, niente cassa integrazione a zero ore e promesse d'investimento.
Ma a quel punto l'unico cantiere che restava escluso e su cui era destinata ad abbattersi la scure di Bono era Castellammare, nonostante il notevole impegno dei lavoratori stabiesi nella mobilitazione. La domanda che dovremmo rivolgere ai dirigenti nazionali della Fiom è perché nel contesto in cui si firmavano tre accordi, in meno di due mesi, non è stata posta la condizione discriminante che si arrivasse ad un accordo positivo anche per Castellammare.
Di fatto il cantiere di Castellammare era stato sacrificato sull’altare della trattativa e mantenuto nell’isolamento più totale. La Fiom nazionale si limitava a fare dei comunicati sul pericolo di chiusura del cantiere, ma l'amministratore delegato, consapevole della posizione di forza cominciava a preparare l'affondo finale.

Un accordo che non andava firmato


Sull’onestà ed onorabilità dei compagni della Fiom che hanno gestito la trattativa di Castellamare non abbiamo motivo di dubitare, in un territorio estremamente degradato, sia sul piano sociale che su quello sindacale, questi compagni hanno fatto uno sforzo enorme per ricostruire quel terreno di conflittualità sindacale, che per troppi anni era andato perso nel cantiere e in tutto l’indotto, anche rischiando della propria incolumità personale e su questo ci sia concesso non aggiungere altro.
Ma nonostante gli sforzi profusi dopo una trattativa estenuante durata 32 ore, è stata apposta una firma su un accordo che per quanto giudicato pessimo veniva considerato l’unico modo per salvare il cantiere di Castellammare.
Non condividiamo questa opinione ma comprendiamo le difficili condizioni in cui si sono trovati i compagni direttamente coinvolti in questa vertenza, abbandonati un po’ da tutti, anche da coloro che pur occupando importanti posizioni di responsabilità in Fiom, dopo non aver fatto nulla, si permettono di fargli delle critiche di “ultrasinistra”.
Come si diceva questo accordo peggiora significativamente le condizioni dei lavoratori. La Rsu non avrà la possibilità di concordare gli orari e l'azienda potrà agire unilateralmente.
L'accordo prevede sia l'orario plurisettimanale che la distribuzione dell'orario di lavoro su sei giorni. Ciò significa che la flessibilità sarà completamente a discrezione dell'azienda che potrà per tutto l'anno imporre settimane in cui si lavorano anche 48 ore e altre dove se ne lavorano 32, a secondo delle esigenze e dei picchi di lavoro.
Per fare ciò l'azienda applicherà il contratto separato dei metalmeccanici del 2012 firmato da Fim e Uilm, (che concede già 80 ore extra a questo scopo) e l'accordo separato sulla produttività usufruendo anche di 40 ore dei Par (permessi aziendali retribuiti) dei lavoratori.
Inoltre si dice che se le assenze dei lavoratori supereranno il 20% l'azienda potrà decidere, sempre a propria discrezione, di fermare la produzione e recuperarla in un altro momento, anche la domenica senza pagare lo straordinario, come da contratto separato dei metalmeccanici. Inoltre la pausa mensa (anche se l'accordo parla di sperimentazione) viene portata a fine turno.
Le organizzazioni sindacali e la Rsu si impegnano inoltre a far rispettare i termini di consegna delle navi nei tempi previsti sostenendo l'azienda nella richiesta di straordinari e in particolare ad evitare l'organizzazione di scioperi e iniziative di lotta nei momenti più sensibili nella produzione, il varo delle navi, le prove a mare e la consegna.
I 290 esuberi iniziali diventeranno 270, e una volta a regime la nuova organizzazione del lavoro, potranno scendere a 230 mobilità volontarie.
In cambio Fincantieri realizzerà a Castellammare un traghetto a metano a basso impatto ambientale la cui costruzione inizierà a maggio dopo il varo di un pattugliatore per la Guardia costiera, che darà lavoro per altri 12 mesi.
L'azienda nell'accordo si impegna a investire 10 milioni di euro per la costruzione di un nuovo sistema di varo e ammodernare l'impianto nell'ottica di specializzarsi nelle produzioni a basso impianto ambientale.
Ma l'impegno dell'azienda ad investire per il rilancio del cantiere non può essere un argomento sufficiente per giustificare arretramenti così profondi alle condizioni di lavoro e al diritto di sciopero. L'azienda ha fatto un ricatto che la Fiom non avrebbe dovuto accettare. È stato un errore firmare quell'accordo.

Castellammare lasciata sola

Il 4 febbraio il coordinamento nazionale della Fiom si è riunito per discutere l'accordo di Castellammare, da quella riunione è stato partorito un comunicato in cui si definiva l'accordo negativo ma solo perché prevedeva un ruolo puramente consultivo della Rsu sulle decisioni che l'azienda prenderà nella gestione degli orari. Sulla base di questa decisione la Fiom a Castellammare, nei giorni che hanno preceduto il referendum, ha prima chiesto a Fincantieri di riformulare l'accordo su questo punto, poi davanti al rifiuto dell'azienda di apportare la modifica ha promosso il No al referendum. A quel punto coerenza avrebbe voluto che si ritirasse la firma dall'accordo visto che oltretutto tra assenti e voti contrari quasi il 50% dei lavoratori non lo ha condiviso.
Ma il fatto che la Fiom nazionale abbia giudicato negativamente l'accordo non l'assolve in nessun modo dalle sue responsabilità.
Nonostante l'enorme coraggio e determinazione espressa dai lavoratori in questi anni e in particolare nella primavera del 2011, la difesa dei cantieri è stata gestita in ordine sparso senza un coordinamento nazionale. La responsabilità aumenta se consideriamo che dopo la firma dell'accordo di Monfalcone la direzione nazionale era consapevole della dinamica che si stava aprendo e non ha fatto nulla per arrestarla.
Nel comunicato inviato dalla Fiom del 23 settembre in cui non si condivide l'accordo di Monfalcone firmato dalla Fiom locale, in un passaggio si dice:

Accordi di questo tipo consentono alla direzione di attuare, cantiere per cantiere, il piano di tagli e chiusure respinto attraverso la mobilitazione congiunta di tutti i lavoratori del Gruppo e ritirato dall'azienda il 3 giugno 2011, nonché di aggirare il confronto e gli impegni assunti a livello nazionale dallo stesso Governo.”

È finita proprio così, ma a una giusta conclusione non è stata accompagnata una coerente iniziativa sindacale. Considerando inoltre che l'amministratore delegato era conosciuto per essere uno specialista nel ristrutturare grandi gruppi a partecipazione statale.
I lavoratori e le Rsu di Castellammare sono stati lasciati soli, troppo comodo alla fine ad accordo firmato scaricare le responsabilità sui dirigenti locali.
Esattamente come è avvenuto nel maggio del 2011 alla Ex Bertone di Grugliasco, dove per mesi la Fiom aveva rinunciato a portare avanti una battaglia contro gli attacchi indiscriminati di Marchionne e alla fine ha scaricato sui delegati la responsabilità di firmare l'accordo.
La crisi impera, il 2013 sarà un altro anno di recessione, le prospettive per il 2014 non sono migliori di quelle degli ultimi cinque anni. Il sacrificio che i lavoratori di Castellammare e degli altri stabilimenti stanno facendo per salvare il cantiere rischia di essere completamente inutile. Ma quegli stessi lavoratori hanno dimostrato, se messi in condizione di lottare, di essere un esempio per molti altri che vivono le stesse condizioni imposte dalla crisi.
Nelle giornate del maggio 2011 in tanti hanno guardato con rispetto e speranza alla mobilitazione travolgente che gli operai di Fincantieri in tutta Italia hanno saputo mettere in campo. Questa trattativa poteva avere un esito completamento diverso se la direzione della Fiom si fosse fatta carico delle sue responsabilità
Dobbiamo apprendere da questa sconfitta, e preparare la controffensiva. Perché in futuro si possano avere cantieri adeguati e funzionanti in un'azienda pubblica al servizio della società e non dei padroni.